
di Paolo Fiore
@paolofiore
“La domanda non è ‘quando ci sarà la ripresa’ ma se, al momento della ripresa, ci saranno ancora le nostre aziende”. Claudio Andrea Gemme, presidente di Anie Confindustria, intervistato da Affaritaliani.it non vede ancora la luce in fondo al tunnel. E gli interventi del governo Letta sono ancora stati poco incisivi. L’estensione del bonus ristrutturazioni è stata una “boccata d’ossigeno“, ma la flessibilità di bilancio potrebbe rivelarsi “un fuoco di paglia” e “le misure in materia di occupazione giovanile inadeguate e riduttive“. Nonostante un calo del fatturato del 12%, le imprese del settore elettronico ed elettrotecnico creerà, nei prossimi 12 mesi, 4 mila posti di lavoro. “Si deve assumere per ripartire”, afferma Gemme. Che striglia le banche (“Non scommettono più sulle imprese”) e scommette su infrastrutture e adeguamento degli impianti non a norma.
L’INTERVISTA
Uno dei primi passi concreti fatti dal governo è stato l’estensione del bonus ristrutturazioni. Quanto potrà incidere sul settore?
Riteniamo la decisione presa dal Governo una vera e propria boccata d’ossigeno per le nostre imprese. Sono diversi i settori che, secondo le nostre aspettative, potranno risentire molto positivamente del bonus ristrutturazioni: dall’impiantistica elettrica in generale (impianto elettrico, cablaggio) a quella specialistica (impianti di illuminazione, di sicurezza, di automazione integrata, impianti fotovoltaici). Ma noi di ANIE Confindustria ci aspettiamo molto di più: quello fatto deve essere solo un primo e non unico passo per far ripartire la nostra economia, stimolare gli investimenti, riattivare la domanda interna. Allo stesso tempo, pur avendo accolto con grande favore l’innalzamento dell’eco-bonus al 65%, sono ancora molte, forse troppe, le tecnologie determinanti per ottimizzare concretamente le prestazioni energetiche degli edifici che attualmente non sono previste dalla detrazione.
Resta il nodo delle infrastrutture. Siamo davvero, come ha affermato in Assemblea, indietro di 25 anni?
Sì, la situazione è davvero drammatica. Sono i dati che parlano: come ho ricordato nel corso dell’Assemblea di ANIE Confindustria; si stima che il gap infrastrutturale, rispetto alla Germania, negli ultimi dieci anni abbia fatto perdere all’Italia 142 miliardi di Pil; 50 miliardi, invece, è la perdita di ricchezza nel solo 2010 dovuta al divario infrastrutturale esistente fra le diverse aree del nostro Paese. La situazione non è migliore sul fronte delle risorse che l’Italia destina agli investimenti in infrastrutture: dal 1990 si é speso il 35% in meno, – 34% nel triennio 2009-2011 e 18 miliardi già tagliati per il triennio 2012-2014. Quanto alle risorse comunitarie (Fondi strutturali e Fas) è stato utilizzato solo il 12% degli oltre 41 miliardi stanziati per il quinquennio 2007-2013. Resta il fatto che bisogna anche saper cogliere le opportunità che invece il presente ci offre: è il caso senza dubbio di Expo 2015, grazie al quale soltanto in Lombardia sono stati aperti cantieri per oltre 14 miliardi di euro.

Il ritardo delle infrastrutture è dovuto anche all’individuazione di priorità errate (come le grandi opere)?
La causa principale del ritardo infrastrutturale è dovuta a continui “no”, basta una firma per fermare un’opera, anche se strategica. Il proliferare poi dei comitati verdi, gialli e rossi paralizza opere e impianti, anche se di interesse pubblico. È una situazione di stallo che ci tocca da vicino, visto che secondo i dati dell’Osservatorio Media Permanente Forum, che da anni monitora l’opposizione alla costruzione di nuove opere, in Italia le maggiori contestazioni si verificano sulle centrali di produzione elettrica a fonte rinnovabile. Il Paese ha bisogno di queste opere, ha bisogno di un grande piano di efficientamento energetico. La nostra proposta è allora quanto mai concreta e subito attuabile: sostituire il parco elettrico esistente, sia in ambito industriale che nel building. Basti pensare a quanto lavoro ci sarebbe da fare sugli impianti elettrici, di illuminazione, di domotica e sugli apparecchi domestici.
In Europa il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil non si tocca. Ma Letta ha ottenuto una maggiore flessibilità a partire dal 2014: quanto potrà incidere sulle infrastrutture e, di riflesso, sulle imprese Anie?
La flessibilità conquistata da Letta in realtà si sta già rivelando un fuoco di paglia: non è previsto nessuno sforamento dal tetto del 3%. Se fosse stato reale questo sforamento poteva essere un modo per reperire fondi che non si riescono a trovare altrove, ed evitare così l’aumento dell’Iva e il pagamento dell’Imu sulla prima casa. La flessibilità concessa di cui si parla permetterà all’Italia di avere 15-16 miliardi, quasi un punto di Pil, a disposizione per gli investimenti produttivi. I settori a cui verranno destinati questi fondi sono già stati decisi, e fra essi ci sono sia le infrastrutture, sia l’energia. Questo ovviamente è un’ottima notizia per le imprese di ANIE Confindustria. Il grosso problema è che la concessione di questo bonus verrà decisa in autunno. La Commissione Europea non si pronuncerà definitivamente fino a dopo l’esame della nostra Legge di Stabilità: è troppo presto quindi per cantar vittoria e per fare stime concrete di quali saranno gli effettivi benefici per il nostro settore derivanti da questo provvedimento.
Un’altra proposta di Anie: adeguare gli impianti non a norma. Quali sarebbero i benefici immediati per le aziende?
Quella di rendere conformi agli standard stabiliti gli impianti attualmente non a norma è una vera e propria scommessa, che porterebbe innanzitutto tra i 50 e i 100 mila occupati in più solo tra gli installatori, senza contare i vantaggi per le imprese produttrici. I margini di intervento sono infatti molto ampi: su 28 milioni di edifici residenziali, oltre un terzo, ovvero quasi 10 milioni di immobili, non ha impianti a norma. Serve un grande piano di manutenzione dell’esistente, un intervento serio e strutturato di revamping energetico sugli impianti industriali obsoleti, ma soprattutto occorre intervenire con un programma di graduale messa a norma e adeguamento degli impianti elettrici delle abitazioni civili e degli esercizi pubblici. Ci sarebbe un innegabile vantaggio economico per il nostro comparto, forte dei 425 mila addetti. Senza contare i benefici in termini di sicurezza: ogni anno si verificano circa 50 mila incidenti dovuti al malfunzionamento degli impianti elettrici.
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Anie ha confermato che creerà 4 mila posti di lavoro nonostante il settore abbia accusato una flessione del fatturato. Le imprese devono assumere per ripartire o devono ripartire per assumere?
Ovviamente la nostra convinzione è che si debba assumere per ripartire: non c’è industria senza lavoro, e non ci può essere lavoro senza chi lo sappia fare. Per questo ANIE ha deciso di assumere 2.000 neo-diplomati e altrettanti laureati nel corso di quest’anno, tra cui il 10% degli ingegneri che usciranno dagli Atenei italiani. La nostra Federazione ha deciso di puntare in maniera decisa sui giovani, che sono il nostro futuro, attraverso un’attività di mediazione tra il mondo della scuola e quello dell’impresa, con l’obiettivo di far incontrare domanda e offerta in maniera agevole. E tutto questo perché per mantenere una base industriale diversificata e competitiva è imprescindibile trattenere la cosiddetta “conoscenza tacita”, il know-how acquisito nel corso di anni di carriera dai nostri lavoratori, che non può disperdersi con il pensionamento di questa forza lavoro esperta. La staffetta generazionale, in cui il testimone passato sia la conoscenza più che il posto di lavoro vero e proprio, è la ricetta per far ripartire le nostre imprese.
Lo stesso discorso potrebbe essere fatto per le banche: non si riparte senza la concessione di credito. Ma senza ripresa gli istituti non allentano i cordoni della borsa. Come se ne esce?
La verità è che le nostre banche da tempo non scommettono più sulle imprese, e il profondo clima di recessione e di sfiducia che pervade il nostro Paese di certo non è un incentivo perché le banche straniere lo facciano. L’Italia non attrae capitali stranieri, ha perso la sua attrattiva di polo di investimenti, ma allo stesso tempo le nostre banche considerano le imprese italiane più un rischio che un’opportunità. Una soluzione a questa situazione di stallo potrebbe venire dal recupero di liquidità in forma diversa, ovvero dalla riscossione dei crediti che le nostre imprese vantano nei confronti della Pubblica Amministrazione: in una realtà in cui lo Stato intermedia più del 50% del Pil, ogni blocco dei pagamenti innesca conseguenze devastanti, che abbiamo sotto i nostri occhi ogni giorno. La Banca d’Italia stima che siano 91 i miliardi che si potrebbero immettere nel sistema se fosse lo Stato ad allentare i cordoni della borsa. Oggi le imprese falliscono per crediti e non per debiti: così si stanno di fatto vanificano gli sforzi per uscire dalla crisi di centinaia di migliaia di lavoratori e imprenditori.
A quanto servirà il sostegno dei fondi per lo Youth Garantee?
Il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile, pur forte dei 9 miliardi di aiuti complessivi che verranno riversati sui Paesi con un tasso di giovani senza lavoro superiore al 25%, non è abbastanza per risolvere la grave situazione in cui versa il settore occupazionale italiano. Per un semplice motivo: garantire ai giovani che si affacciano al mercato del lavoro un contratto entro quattro mesi dal completamento del loro percorso di studi o dalla perdita del precedente impiego è difficile, è qualcosa che non si può garantire a priori. Anche le misure prese dal Governo italiano in materia di occupazione giovanile sono inadeguate e riduttive: gli sgravi alle imprese che assumono dovrebbero essere ancora più consistenti. In questo senso l’unica soluzione per uscire dal guado è l’incontro tra la domanda dell’impresa e l’offerta formativa. Per questo sostengo con forza che occorre decidere tutti insieme di re-investire sul capitale umano in maniera seria e decisa, senza mezze misure.

Squinzi alterna piccoli slanci di ottimismo (“La ripresa è vicina”) a brusche frenate (“Stimo Saccomanni ma non vedo la luce”). A quale delle due posizioni si sente più vicino?
Senza dubbio, come stanno le cose oggi, vedere la luce alla fine del tunnel della crisi è difficile. Il comparto di ANIE Confindustria rappresenta alcuni dei settori tra i più strategici e tecnologicamente avanzati dell’industria manifatturiera italiana. Rappresenta l’8% del fatturato aggregato del manifatturiero, il 9% delle esportazioni e l’8% dell’occupazione totale: pur forte di tutti questi dati, ha chiuso il 2012 con un calo del 12,1%, che si va a sommare al precedente -4,2% sperimentato nel 2011. La distanza dai volumi di produzione industriale dal picco ciclico pre-crisi registrato nel 2007 resta ampia e vicina al 30%. Abbiamo toccato il livello minimo da inizio anni ’90, facendo un balzo indietro di 25 anni. Con questi numeri, la ripresa è un miraggio. La domanda fondamentale da porsi, allora, non è “quando ci sarà la ripresa?”, ma piuttosto “quando la ripresa ci sarà (se continuiamo così) ci saranno ancora le nostre aziende?”.
Letta ha imboccato la strada giusta?
Abbiamo visto susseguirsi negli ultimi mesi Governi e Ministri di partiti politici e posizioni molto diversi tra loro. Oggi non possiamo che sperare che il Governo Letta arrivi ad una maggiore collaborazione tra le forze politiche più diverse, dopo anni di contrapposizione violenta, portando così buoni frutti. Abbiamo accolto con soddisfazione il Decreto del Fare, ma di cose da fare ce ne sono ancora tante: innanzitutto una riforma fiscale, che abbatta la pressione che attualmente grava sulle imprese e che supera il 60% per renderle più competitive. Allo stesso tempo, è necessario intervenire per ridurre il costo del lavoro: si deve rendere totalmente deducibile l’Irap, una tassa iniqua che penalizza le aziende che sono le uniche a produrre e dare occupazione in Italia. Queste sono le questioni che ci aspettiamo che Letta affronti il più presto possibile. ANIE non sta di certo con le mani in mano: stiamo infatti lavorando con il Ministero dello Sviluppo Economico per un tavolo nazionale che tenga conto delle eccellenze presenti sul nostro territorio. Perché di eccellenze ne abbiamo, e tante: sarebbe davvero un peccato sprecare così queste risorse.
