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Economia
Una bad bank da 50 miliardi. Gestione all'italiana delle sofferenze

L'Italia esce dalla recessione, "ma in queste condizioni il Paese non vedrà alcuna vera ripresa ancora per molti anni a venire" commenta subito l'economista Carlo Alberto Carnevale Maffè, mentre il listino italiano accelera il passo guadagnando poco meno di un punto percentuale nei minuti dopo l'annuncio ufficiale dato venerdì mattina dall'Istat di un Pil italiano "cresciuto" nel quarto trimestre dell'anno dello 0,1% (dato che riduce il crollo su base annua allo 0,8% dall'1,9% di fine settembre).

Se come pare probabile l'economista ha ragione, in attesa di riforme strutturali capaci di ridurre e rendere più efficiente la spesa pubblica, ma anche di incentivare nuovi investimenti privati così da riportare in equilibrio i rapporti deficit/Pil e debito/Pil senza dover nuovamente procedere a tagli indiscriminati (e sempre più dolorosi) o, peggio, ad un ulteriore incremento della pressione fiscale (già a livelli del Nord Europa, senza che aziende e famiglie italiane possano godere di uno standard di servizi paga tonabili), il rischio di un ulteriore, strisciante, aumento delle sofferenze (giunte a fine 2013 ad oltre 155 miliardi di euro) e in generale dei crediti "non performanti" (non performing loan o npl), ormai superiori ai 300 miliardi nel complesso, è concreto.

Draghi Merkel
 

Per questo l'ipotesi di una "bad bank", vuoi "di sistema", vuoi "consortile" o anche affidata a più iniziative private, prende sempre più piede e pare essere sostanzialmente gradita alla Banca d'Italia (dietro cui si intravede la sagoma della Bce guidata da Mario Draghi, che certo ben conosce la situazione) come al Tesoro. L'ipotesi eccita il mercato, almeno quanto la speranza di una ripresa che possa rilanciare anche la domanda interna dopo anni di continua contrazione. Ma chi ha da guadagnare maggiormente a seconda che si concretizzi l'una o l'altra delle ipotesi circolate in questi giorni e come può un investitore approfittarne senza eccessivi rischi?

La prima ipotesi di cui si è parlato (non da ora) è quella di una "bad bank" di sistema, una società pubblica simile all'irlandese Nama o alla spagnola Sareb in grado di acquistare crediti non performanti dalle banche che a quel punto sarebbero in grado di sostenere la ripresa tornando a offrire credito ad imprese e famiglie. L'ipotesi sembra piacere in particolare alle fondazioni bancarie, che così vedrebbero rivalutate le proprie partecipazioni senza dover mettere mano al portafoglio per aumenti di capitale più o meno onerosi che si rendessero necessari dopo operazioni di pulizia di bilancio condotte a forza di svalutazioni e accantonamenti, come avvenuto sinora.

Peccato che proprio l'esperienza irlandese e spagnola non sia delle più felici: Nana ha riacquistato 71,2 miliardi di prestiti, Sareb 50,8 miliardi, cifre che si sono parallelamente scaricate sul debito pubblico dei due paesi. Inoltre gran parte dei crediti in questione era riferita a progetti immobiliari che difficilmente troveranno un mercato anche in futuro, tanto che Sareb ha iniziato a far abbattere tutti gli immobili non ancora portati a termine per ridurre l'eccesso di offerta e limitare così lo scostamento tra prezzo richiesto e prezzo offerto che tuttora si aggira in Spagna oltre il 22% (con punte del 24,6%a Bilbao, del 25,8%a Cadice e del 269,9% a La Coruna del 29,2%). Il rischio di aver solo rimandato la resa dei conti resta dunque elevato.

Per questo Banca d'Italia e Tesoro sembrano ormai d'accordo che vada escluso ogni diretto coinvolgimento pubblico, sia per quanto riguarda l'acquisto sia per l'eventuale fornitura di garanzie agli acquirenti. Potrebbe però entrare in scena la CdP, che formalmente non rientra nel perimetro della pubblica amministrazione (tanto che le privatizzazioni annunciate da mesi da Enrico Letta prevederebbero proprio un passaggio di quote in mano al Tesoro alla società guidata da Franco Bassanini, nella quale lo stesso Tesoro è azionista all'80% e le fondazioni bancarie al 20%). Bassanini tuttavia non sembra entusiasta dell'idea e ha già smentito ogni interesse a partecipare a una simile operazione.

Restano le due alternative "private": se si procederà con una soluzione "consortile" le banche, specie quelle di minori dimensioni che hanno un più difficile accesso ai mercati, potrebbero cedere a sconto i propri crediti non performanti a uno o più veicoli finanziari, eventualmente specializzati per tipologia di credito o per durata (in Italia il problema oltre al comparto immobiliare riguarda il credito al consumo). A guadagnarci sarebbero in questo caso in particolare gli intermediari che fossero in grado di creare tali veicoli, non a caso Mediobanca sarebbe già all'opera con l'obiettivo di lanciare un primo fondo a cui conferire una parte dei propri crediti non performanti e quelli di almeno un altro soggetto (banca o assicurazione che sia) entro la prossima estate.

Sempre entro l'estate Unicredit e Intesa Sanpaolo, impegnate già da qualche settimana nella cessione di singoli "pacchetti" di crediti  "pro soluto" a fondi come Cerberus (cui UniCredit ha ceduto in dicembre un portafoglio di 950 milioni nominali), European Anacap Financial Partners (cui sempre UniCredit ha trasferito a fine ano altri 700 milioni di crediti), decideranno se procedere con KKR alla creazione di un veicolo finanziario comune, come ha confermato il Ceo di UniCredit, Federico Ghizzoni. Questa e analoghe iniziative oltre che favorire l'intermediario con cui verranno realizzate (fondi hedge o di private equity più che banche d'affari) potrebbero imprimere un'accelerazione alle quotazioni dei titoli delle banche coinvolte, perché renderebbero più agevole non solo superare gli stress test della Bce, ma anche evitare ogni "stimmate" presentandosi all'appuntamento con coefficienti patrimoniali ben oltre i limiti richiesti.

Tirando le somme: nel primo caso i titoli bancari dovrebbero salire, ma c'è il rischio di successivi downgrade dal rating sovrano che finirebbero col fornire il pretesto per un successivo calo delle quotazioni di titoli di stato, obbligazioni bancarie e azioni (in particolare ma non solo bancarie) italiane. Nel secondo caso Mediobanca (o eventualmente altri intermediari come Banca Profilo) potrebbe sovraperformare rispetto ad un andamento generalmente positivo del comparto bancario, pur con possibili alti e bassi per gli istituti coinvolti negli aumenti di capitale (Mps chiederà 3 miliardi a maggio, Banco Popolare 1,5 miliardi entro aprile, Banca Carige fino a 800 milioni probabilmente entro aprile, Bpm 500 milioni anche in questo caso prima dell'estate).

Infine la creazione di molteplici "bad bank" da parte delle maggiori banche assieme a intermediari internazionali dovrebbe essere positiva per i titoli coinvolti nell'operazione a patto che la valutazione dei "npl" non sia eccessivamente penalizzante per i venditori. La vera incognita è infatti proprio questa: quanto valgono ancora quei 155-300 miliardi di crediti iscritti a bilancio ma solo in parte già svalutati? A giudicare dalle ultime operazioni non più del 10%-15%, ma in qualche caso potrebbero valere ancora meno. Se non altro ogni ulteriore "pulizia" dovrebbe consentire un recupero delle quotazioni di quei titoli ciclici come Fiat, Pirelli o Telecom Italia maggiormente concentrati sul mercato italiano.

Luca Spoldi

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