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Economia
Banche, oltre 6 mld di cedole congelate. 2021? Rischio esodo degli investitori

Di Marco Scotti

Il tiepido entusiasmo con cui i mercati hanno accolto il potenziamento del Piano pandemico della Bce e i prestiti a lungo termine a tassi agevolati per le banche dimostra che gli investitori iniziano a interrogarsi pesantemente sul dopo: che cosa capiterà nei prossimi mesi, quando il vaccino comincerà a circolare, all’economia reale? Le dichiarazioni della Lagarde sul calo del pil e sui rischi che ancora esistono hanno fatto scivolare rapidamente Piazza Affari e gli altri listini.

D’altronde, questo 2020 è stato sostanzialmente cristallizzato, ma la vera partita si gioca nel 2021, con il primo semestre che sarà una sorta di prova generale dei secondi sei mesi dell’anno, quando i nodi verranno al pettine. Cadrà il blocco dei licenziamenti, la cassa integrazione “gratuita” non sarà più prorogata, la moratoria su crediti e scadenze fiscali svanirà. E gli istituti di credito verranno sommersi da una valanga di Npl. Questo non significa voler fare i “gufi”, ma tenere d’occhio quello che ci aspetta.

Dunque: le banche si troveranno di fronte a un quadruplice attacco che dovranno essere brave a disinnescare o rischiano grosso. Sono quattro punte che turbano i sonni degli istituti di credito di tutto il Paese. In primo luogo, gli incagli e gli Utp; il secondo i dividendi mancati: sono oltre 6 miliardi per quest’anno, chi se la sente di continuare così anche l’anno prossimo? La terza spina è rappresentata dagli impieghi: con il ritorno della disoccupazione e con le aziende che inevitabilmente chiuderanno, a chi dare soldi? Quarto: il rendimento dei titoli di Stato che è diventato negativo anche per i bot a 5 anni.

La prima gatta da pelare, la più ovvia, riguarda gli Npl. Secondo Banca Ifis il tasso di default, cioè i crediti performing che passano a non performing, dovrebbe attestarsi al 2,8% rispetto all’1,3% del 2019. Già quest’anno il complessivo di Npl e Utp dovrebbe crescere del 5% e arrivare a 338 miliardi, ma l’anno prossimo potrebbe salire di un ulteriore 15% e raggiungere i 385 miliardi. Si parla, addirittura, di un ulteriore incremento nel 2022, presumibilmente per sforare quota 400 miliardi. E già qui ci sarebbe da far tremare le vene ai polsi perché la somma dei possibili incagli in Europa potrebbe superare i 1.400 miliardi di soli Npl, più di quanto accaduto nel 2008-2009.

Proprio per evitare problemi di bilancio, a marzo la Bce ha “imposto” agli istituti di credito di congelare qualsiasi tipo di dividendo. A livello continentale sono circa 30 miliardi, che diventano 6,2 per la sola Italia. Ovvio che non si possa continuare così, o si rischia l’esodo degli investitori dalle banche verso altri lidi. Il presidente dell’Abi Patuelli ha già provato a forzare la mano due volte con lettere sui quotidiani. Lo stesso Enria, che pure è sempre stato molto prudente, ha mandato una missiva ai gran capi degli istituti di credito (che esordiva con “Dear ceo”) in cui apriva alla possibilità di un ritorno delle cedole a patto di verificare requisiti patrimoniali ancora più stringenti. Banca Generali si era già portata avanti e aveva deciso di pagare la seconda tranche di dividendi (la prima rimane congelata) tra il 15 gennaio e il 31 marzo del 2021. Ma tutti rimangono ancora con il fiato sospeso in attesa di capire che cosa succederà. Secondo Intermonte, gli istituti di credito avrebbero 25 miliardi di dividendi da staccare, con una liquidità in cassa pari al 75% della capitalizzazione di mercato. Per Equita, invece, il mancato pagamento delle cedole relative all’esercizio 2019 consentirà alle banche italiane di conservare 5,6 miliardi di capitale con cui far fronte a 14 miliardi di crediti deteriorati aggiuntivi. In caso di stop anche alle cedole nel 2021 il capitale risparmiato si incrementerebbe di altri 6,3 miliardi, con una potenza di fuoco, in tema di assorbimento di npl, anche superiore.

Le banche poi hanno un altro problema: a chi dare soldi? La famosa erogazione dei 25mila euro con garanzia statale ha fatto sollevare parecchi sopraccigli: lo Stato si è impegnato a metterci la faccia, ma in molti istituti di credito raccontano di elargizioni a persone che non solo non avevano alcun merito creditizio ma, anzi, si sapeva già che sarebbero stati incapaci di ripagare quello che – pur con tutte le agevolazioni del caso – si configura come un vero e proprio prestiti. E dunque, nel 2021, a chi dare soldi? Si rischia un nuovo credit crunch? Tra l’altro, diversamente dal 2007-2008-2009, il tasso d’interesse medio è crollato. 13 anni fa (fonte Abi) si attestava in media sui prestiti intorno al 6,18%, al 5,72% per i nuovi mutui e al 5,48% per il finanziamento alle imprese. Oggi questi livelli sono crollati e sono rispettivamente il 2,37, l’1,26 e l’1,28%. Prestare rimane quanto e più rischioso che durante la grande crisi finanziaria ma rende molto meno. E chi glielo fa fare?

Ultimo problema, sempre legato ai rendimenti, è quello dei tassi d’interesse dei titoli di stato. Per la prima volta anche i bot a cinque anni sono stati venduti in asta a cedola negativa, l’asta di quelli a sette anni, in calo, si è chiusa con un interesse dello 0,19% e il rendimento del decennale è intorno allo 0,5%. Se il Tesoro non può che fare i salti di gioia, quanto saranno felici le banche? Le quali hanno investito in bond nostrani l’11,9% del totale dei loro asset. Che interesse avrebbero a farlo in futuro?

Infine una postilla: Christine Lagarde, durante la conferenza stampa in cui ha spiegato ai giornalisti i provvedimenti presi si è ben guardata dal mettere becco sulle questioni delle banche, limitandosi a ricordare che, per statuto, la Bce deve vigilare sulla ripresa dell’inflazione e che una degli strumenti che ha in mano è quello della modifica dei tassi. Il che vuol dire tutto e niente. Ma d’altronde, per un provvedimento scontato non ci si poteva attendere grandi dichiarazioni. La palla ora è in mano alle banche, che dovranno completare un gioco di prestigio per evitare che le quattro spine diventino un problema insormontabile. Auguri…

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