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Economia
Banche, le due fasi del ballo delle Popolari . Bpm-Bper polo aggregante per Carige e...

La riforma della banche popolari non è stata pensata per favorire la calata degli investitori esteri sugli ennesimi “gioielli di famiglia” tricolori, ma certo una ristrutturazione del comparto, con fusioni e acquisizioni, è ritenuta da analisti e investitori contattati da Affaritaliani come la conseguenza più probabile del prossimo varo della riforma, tanto più se come sembra sarà accompagnata dall’istituzione di una “bad bank” più o meno sistemica. “Qui nessuno vuole esporre le banche italiane alle fauci del capitale straniero” ha spiegato il ministro dell’Economia e finanze, Pier Carlo Padoan, nel corso della trasmissione Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24.

“Qui si tratta innanzitutto di incoraggiare eventualmente aggregazioni interne, i capitali ci sono, ci sono molti capitali liquidi, possono entrare in queste banche pur mantenendo un management aggressivo” ha aggiunto il ministro secondo il quale, inoltre, “il termine “bad bank” è un termine generico che implica meccanismi che devono gestire le sofferenze, che purtroppo sono tante perché sono tre anni che siamo stati in recessione e stiamo pensando a soluzioni di questo tipo”. Ma “per fare una bad bank bisogna anche tenere conto della normativa di aiuti di stato europea, che è molto stringente In certi termini”, quindi il governo sta “pensando anche a quella soluzione”, ma nulla è ancora stato definito. Sia come sia a Piazza Affari i titoli bancari sono tornati a correre, a partire da Bpm e Mps.

Secondo fonti vicine all’istituto milanese contattate da Affaritaliani Bpm, che il mercato indica come potenziale acquirente di Banca Carige, starebbe effettivamente valutando l’ipotesi di agire da polo aggregante. Un’ipotesi che tuttavia non porterebbe automaticamente ad un ingresso nel capitale dell’istituto genovese, atteso ad un aumento di capitale da almeno 700 milioni di euro nei prossimi mesi per ottemperare alle richieste della Bce in tema di rafforzamento patrimoniale. Prima di una simile mossa Bpm potrebbe anzi riprendere in mano il dossier Bper: l’istituto emiliano, che presentando il piano industriale 2015-2017 ha annunciato di voler ridurre del 5% (ossia di circa 580 unità, di cui circa 270 nelle centrali operative e circa 310 nella rete) il numero di dipendenti, che a fine piano dovrebbe calare a meno di 10.830 unità nonostante si prevedano 200 nuove assunzioni nel periodo, anche in conseguenza di una razionalizzazione della rete che comporterà la chiusura di circa 130 sportelli (rispetto ai 1.273 attuali).

Proprio la scarsa sovrapposizione delle due reti potrebbe essere il plus di un’integrazione tra Milano e Reggio Emilia. Nel caso si giungesse effettivamente ad una simile aggregazione, cosa al momento tutt’altro che certa, nascerebbe un gruppo con circa 1.800 sportelli in tutta Italia, con una capitalizzazione che sulla base delle attuali quotazioni di borsa arriverebbe a circa 6,8 miliardi di euro e nella quale gli attuali soci Bpm potrebbero pesare attorno al 52% e i soci Bper il 48%. Si tratterebbe dunque, sostanzialmente, di una fusione alla pari e anche questo potrebbe giovare alla ricerca di un via libera da parte dei soci-dipendenti (che sei anni fa si opposero ad una prima proposta di aggregazione).

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