Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Banche, quel vizietto delle fondazioni: torna la voglia di potere e cedole

Banche, quel vizietto delle fondazioni: torna la voglia di potere e cedole

Cresce nelle fondazioni la voglia di tornare a “contare” in seno alle banche. Le lezioni del passato non sembrano essere servite a molto

Banche, quel vizietto delle fondazioni: torna la voglia di potere e cedole
Giuseppe Guzzetti ape

Il lupo perde il pelo ma non il vizio: incassata la “messa in sicurezza” di Mps a spese dei contribuenti italiani e dei bondholder privati istituzionali, e mentre gli azionisti privati (Malacalza in testa) si preparano ad aprire nuovamente il borsellino per ricapitalizzare Banca Carige, il comparto bancario italiano e in particolare il segmento più a diretto contatto con la politica, ossia le fondazioni bancarie, sembra tentato dal tornare all’antico, quasi che le lezioni duramente apprese dalla crisi del 2008 prima e del 2011 poi non siano servite a nulla.

mps
 

Avere concentrato l’intero patrimonio o quasi solo nei titoli delle banche da cui le fondazioni si staccarono nel 1990 dopo il varo della legge Amato-Ciampi ha portato le stesse a subire perdite pesantissime e a polverizzare in alcuni casi la loro presenza nel capitale degli istituti, come accaduto in casa Mps (dove Fondazione Montepaschi, fino a pochi anni fa sopra il 55% del capitale dell’istituto senese, è scesa allo 0,1%) e Banca Carige (Fondazione Carige, ancora nel 2013 socia al 47%, ha ormai solo più lo 0,3% del capitale della banca ligure), per non parlare dei casi di Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, CariCesena, Cr Rimini e Cr San Miniato (dove agli ex soci di controllo è rimasto solo il cerino in mano).

Un peso maggiore le fondazioni sono riuscite a conservarlo in Intesa Sanpaolo (Compagnia di San Paolo è ancora primo socio col 9,89%, Fondazione Cariplo è al 4,68%, Fondazione Cariparo al 3,24%, Fondazione Carifirenze al 2,63%, Fondazione Carisbo all’1,97% e una serie di altre fondazioni hanno poco più dell’1,3%) e almeno in parte in Unicredit (dove Fondazione Cariverona controlla l’1,8%, Fondazione Crt l’1,7% e Fondazione Roma lo 0,4%).

carigeCarige
 

Ma anche qui da “dominus” indiscusse (in Intesa Sanpaolo 10 anni fa le fondazioni controllavano oltre il 25% del capitale, in Unicredit sfioravano il 16%) hanno dovuto accettare l’ingresso nella stanza dei bottoni di nuovi azionisti privati, dai grandi fondi come BlackRock in Intesa Sanpaolo, o Mubadala Investment Company e Capital Research in Unicredit ad azionisti privati come i Malacalza in Banca Carige, in grado di nominare il top management e decidere come modificare il perimetro di attività degli istituti.

Nel mondo delle popolari, tuttavia, la tentazione di “tornare alle origini” (o rimanerci il più a lungo possibile) resta molto forte. Così mentre Gianni Genta, presidente di Fondazione Cassa di Cuneo (primo socio di Ubi Banca col 5,9% del capitale), preme per tornare da una governance “duale” ad una “monistica” come già ha fatto la stessa Intesa Sanpaolo, e a tal fine avrebbe già contattato alcuni altri grandi soci della banca lombarda, come il Monte di Lombardia (azionista al 5,2%), altre fondazioni socie non vedrebbero di buon occhio tale “innovazione”.

(Segue…)
*BRPAGE*

Il motivo del contendere non è accademico: le fondazioni, che nel 2016 hanno erogato oltre un miliardo di euro per le proprie attività, vogliono infatti mantenere la propria influenza su temi quali l’approvazione del bilancio e del dividendo, al momento riservato al Consiglio di sorveglianza (Cds) ma che col passaggio al “monistico” ricadrebbero nelle competenze del Cda, dove non tutte le fondazioni sono al momento rappresentate (proprio Fondazione Cassa di Cuneo è priva di consiglieri). Quello del dividendo è un tema “sensibile” per ogni azienda e non sono stati pochi i casi anche in un recente passato di azionisti di controllo, anche di grandi imprese quotate, che hanno preferito distribuire generosi dividendi a se stessi, anche quando gli affari non andavano bene.

Victor Massiah
 

A maggior regione il rischio che un socio-fondazione, che per statuto redistribuisce reddito sul territorio dove opera dovendo contare come fonte di finanziamento proprio sui flussi reddituali garantiti dalle proprie partecipazioni, possa anteporre i propri interessi al “bene societario” è concreto. Non solo: il presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti (uno che di politica ne mastica da quando a 19 anni si iscrisse nella Democrazia Cristiana, diventando poi presidente della regione Lombardia dal 1979 al 1987 e senatore dal 1987 al 1994) ha pubblicamente attaccato il tentativo che sta facendo “la politica a Siena” di “mettere ancora una volta le mani sulla Fondazione”, sottolineando come in quel caso “la presenza di rappresentanti della politica locale è troppo elevata”, così come è inopportuno secondo Guzzetti cercare “di far firmare ai rappresentanti negli organi sociali una sorta di impegno di fedeltà verso l’amministrazione locale”.

L’avvicinarsi delle elezioni politiche e la tentazione di combattere sino all’ultimo voto sul territorio da parte delle maggiori forze politiche italiane non aiuta, così come non aiuta la tendenza di tutta la politica mondiale a cercare di limitare gli spazi di autonomia guadagnati negli anni dalle stesse banche centrali, ora che dopo anni di liquidità erogata a costo zero o sotto zero Federal Reserve, Bce, Bank of England e più in là anche la Bank of Japan e la People Bank of China inizieranno a drenare la liquidità, inducendo anche le banche commerciali a stringere nuovamente i cordoni della borsa, o quanto meno ad applicare criteri più rigorosi per la concessione di nuovi prestiti e per l’ammortamento dei crediti deteriorati.

Luca Spoldi