«Siamo in contatto con le autorità italiane, posso dire solo che i governi possono decidere incentivi fiscali in forme diverse, noi guardiamo se si tratta di misure selettive, se ne beneficia soltanto un settore sarebbe un problema per altre parti dell’economia».
Le parole non vengono da un burocrate di terza fascia, ma dalla potentissima commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager. La quale, in un colpo solo, frena gli entusiasmi sulle future fusioni nel mondo bancario – anzi, potenzialmente le blocca proprio – e impone un ripensamento su quelle già in fase avanzata.

Perché? Perché uno dei motivi per cui vengono realizzate operazioni di questo tipo è rappresentato dall’esigenza di produrre le famose razionalizzazioni delle voci di costo. Ad esempio, Mps si ritroverebbe improvvisamente ad avere in dote 3,8 miliardi di Dta (Deferred Taxes Assets) divenendo improvvisamente molto più appetibile per i potenziali compratori.
Un taglio delle tasse da pagare nel 2021 attraverso credito d’imposta è sicuramente un buon modo per dare una mano di bianco ai bilanci in un anno, il prossimo, che dovrebbe essere gravato dalla “bomba” Npl. Ma se questa possibilità venisse bocciata dall’Europa, allora si aprirebbe l’esigenza di trovare nuovi modi di risparmiare, che sarebbero poi i più ovvi: riduzione del numero di sportelli, esuberi, taglio lineare dei costi. Una prospettiva non molto allettante.

Con il Dl Rilancio, infatti, il legislatore aveva dato la possibilità alle società di trasformare in credito d’imposta la fiscalità differita attiva sugli incagli. Ma questa norma, che avrebbe permesso un notevole beneficio ai conti delle banche, è stata messa sotto osservazione perché contraria alle norme sulla concorrenza. Tradotto: perché gli istituti di credito sì e altri settori no?
Altri esempi di istituti che avrebbero beneficiato della norma (e che ora si ritrovano con il cerino in mano) sono Crédit Agricole – che avrebbe ottenuto 280 milioni di Dta – e Creval (160 milioni). La transazione complessiva sarebbe nell’ordine dei 737 milioni, averne 440 di benefici fiscali nel 2021 fa tutta la differenza del mondo. E ancora: se il matrimonio tra Bpm e Bper dovesse andare in porto, secondo Mediobanca si creerebbero “buone notizie” da 1,03 miliardi per il Banco e 280 milioni per la banca emiliana.

Nel frattempo i sindacati – Fabi in testa – continuano a premere perché nel caso Mps non si arrivi a una dismissione da parte dello stato del 68% detenuto nella Rocca. E il motivo è presto detto: con il pubblico alle spalle gli esuberi diventano molto più complessi. Ma se dovesse arrivare Mustier sarebbe abbastanza ovvio il finale.
Che le banche abbiano in questo momento una enorme necessità di irrobustirsi, sia per le richieste della Bce (che vuole almeno uno Core Tier1 superiore al 12%) sia per prepararsi agli incagli che seguiranno alla scadenza della moratoria, non è certo un mistero. Lo è un po’ di più capire come ridurre le voci di costo se per operazioni medie o medio-grandi dovessero venire a mancare cifre che partono da quasi mezzo miliardo.

Infine, tornando a Siena, c’è ancora molto da dire. Secondo quanto riportato dal Corriere, sarebbe pronta una sorta di “partita di giro”: Mps dovrebbe cedere 7,5 miliardi di crediti deteriorati ad Amco, la società di gestione degli Npl di proprietà al 100% dello Stato (che, ricordiamo, detiene il 68% delle azioni della Rocca). Il 25 novembre, Mps ha ridotto il rapporto tra debiti e npl al 4%, ma per farlo ha dovuto tagliare il patrimonio di 1,13 miliardi. Una mossa che dovrà essere coperta rapidamente.
Infine, arrivano altre notizie di possibili fusioni proprio per Mps. Dell’interesse (più “spinto” che reale) di Unicredit si è già detto. Ma nelle ultime ore si è iniziata a sentire una voce che porta nuovamente a Modena e alla Bper. In questo caso l’istituto, la cui unione con il Banco Bpm è stata benedetta da Unipol, potrebbe decidere o di aggregarsi con la Banca Popolare di Sondrio o, ancora, puntare alla creazione di un maxi-polo con il Banco e Siena. Sarà davvero così?
