Un piano ben presentato, con Mario Draghi che è riuscito a mettere l’accento sull’ammontare, superiore alle attese, del quantitative easing che la Bce lancerà da marzo comprando bond (titoli di stato, ma anche abs, covered e corporate bond) di durata da i 2 e i 30 anni, per evitare di comprare fin da subito anche titoli a tassi negativi (nominali e/o reali a seconda dell’andamento futuro dell’inflazione), e sulla durata del programma più che sulle zone d’ombra della misura “straordinaria”, che di straordinario dopo sei anni dallo scoppio della bolla pre-Lehman Brothers ha in verità sempre meno.
Le zone d’ombra riguardano in primis l’idea stessa di pompare liquidità oltre ogni limite, non importa come venga suddiviso il rischio (se tutto in capo ad una sola banca centrale come nel caso di Federal Reserve, Bank of England e Bank of Japan) o ripartendolo tra le singole banche centrali nazionali in proporzione alla partecipazione di ciascuna di esse al capitale della Bce (nel caso italiano pari al 12,31%), cosa che peraltro ha già sollevato più di un dubbio perché, come commenta l’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè, di fatto segnala una “disunione monetaria” e a fronte di effetti finanziari “dubbi” presenta “innegabili e immediati” effetti istituzionali risultando “un vulnus storico al processo europeo”.
Pompare denaro in un mercato che da sei anni dimostra di non saperlo canalizzare verso un’economia reale in crisi da domanda a causa di politiche fiscali repressive significa solo aumentare i rischi che gli investitori debbono correre per riuscire a ottenere un rendimento decente per i propri capitali. Lo segnalano in una nota anche Laurent Denize e Nicolas Chaput, responsabili degli investimenti di Oddo Asset Management, parlando di “una caduta nei tassi d’interesse che intensificherà la ricerca di rendimenti “ad ogni costo” che potrebbe portare verso impieghi più rischiosi sia nella sfera obbligazionaria sia verso asset azionari”.
Se questo significasse una strutturale riduzione del premio per il rischio e una altrettanto strutturale crescita del peso degli investimenti, sia pure per via finanziaria, nell’economia reale potrebbe essere comunque un risultato storico. La realtà è che, almeno finché la crisi resterà (come resta per ora in Italia) una crisi da domanda e almeno finché il principale problema delle banche (italiane) sarà la qualità del credito erogato, ossia la crescita delle sofferenze lorde e nette, gli stimoli monetari non giungeranno all’economia reale, perpetuando una “trappola della liquidità” che ha come unica soluzione il ricorso a una politica economica, non essendo più efficiente la politica monetaria “convenzionale” (i tassi sono vicino a zero ovunque e non risaliranno prima del prossimo biennio, salvo forse negli Usa) ed essendo ormai quasi del tutto esaurito anche lo spazio per politiche “non convenzionali”.
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Anche perché in teoria i quantitative easing lanciati da tutte le maggiori banche centrali occidentali avrebbero già dovuto generare aspettative inflazionistiche, ma questo finora non è accaduto in parte perché contemporaneamente l’innovazione tecnologica in un’economia sempre più globale e interconnessa spinge ogni giorno migliaia di persone, anche con qualifiche elevate, fuori dal mercato del lavoro riducendone le prospettive di reddito, in parte perche una politica fiscale repressiva ha esacerbato la situazione. E quando una quota crescente di famiglie ha timori sul suo futuro è utile ma non basta offrire denaro a basso costo. Così come quando una quota crescente di imprese non ha certezza di poter aumentare o anche solo mantenere margini e fatturato è utile ma non basta offrire sconti sul costo del lavoro e un quadro normativo e burocratico più snello: ora servono scelte politiche coerenti a livello di singoli paesi e di Unione Europea.
Tenendo presente lo scenario di cui sopra (che operativamente fa sì che sui mercati i fondamentali economici non contino se non episodicamente), ai livelli attuali è meglio sfruttare il sostegno offerto dal quantitative easing della Bce per prendere gradualmente profitto su titoli di stato periferici (Btp a 10 e 30 anni in primis) per ridurre la duration della componente obbligazionaria e incrementare la componente azionaria. Meglio però non scommettere troppo su economie come quella italiana, troppo “mature” dal punto di vista demografico prima ancora che competitivo, preferendo semmai aumentare il peso di paesi a basso debito ed elevata crescita, come quelli del Sud Est asiatico.
Eccezioni sono naturalmente possibili: la riforma delle banche popolari, se andrà in porto, aprirà nuovi spazi di consolidamento al settore che potrebbero generare interessanti occasioni, da Bpm a Ubi Banca, da Banco Popolare a Bper. Quella prossima del settore assicurativo sembra poter favorire e non danneggiare le maggiori compagnie italiane come Generali, UnipolSai e Cattolica Assicurazioni, alcune aziende che già fatturano in gran parte all’estero e in dollari come Saes Getters possono avvantaggiarsi del calo dell’euro. Da qui al settembre 2016 molte cose potranno ancora cambiare, ma ricordate che prima o poi l’economia reale e quella finanziaria si riallineano sempre, anche con rapidi e violenti movimenti dei prezzi come si è visto qualche giorno fa nel caso del franco svizzero.
A quel punto essere rimasti eccessivamente esposti in titoli in euro, in azioni o bond italiani, esporrebbe al rischio di perdite di gran lunga superiori ai guadagni che potrebbero vedersi nei prossimi mesi. In un portafoglio ideale la percentuale destinata da azioni e bond dell’eurozona non dovrebbe superare il 30%-35% (di cui non oltre il 15% in Italia). Il resto del portafoglio mantenetelo in azioni e bond in dollari (un altro 30%-35%) e asiatiche (la parte rimanente), magari tramite strumenti “a indice” efficienti e poco costosi come gli Etf.
Luca Spoldi
