Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Banche, la black list di Visco. Se in Italia scoppia il bubbone

Banche, la black list di Visco. Se in Italia scoppia il bubbone

Sinora le banche italiane si sono mostrate più resistenti di altre alla crisi, mentre l’Italia ha fornito 43 dei 180 miliardi di aiuti comunitari agli stati Ue in difficoltà. Ma mentre il contributo italiano è destinato a salire ancora (a 60 miliardi entro l’anno prossimo), gli istituti tricolori iniziano a scricchiolare, anche perchè i criteri contabili sono più severi che all’estero. Risultato: almeno una dozzina di istituti rischiano se non troveranno mezzi freschi, non adegueranno la governance e non presenteranno nuovi piani industriali che correggano gli errori del passato. Molti i nomi noti coinvolti, si va da Mps e Bpm a Banca Carige, da Tercas a Banca Marche e Popolare di Spoleto
bankitalia

A pensar male si fa peccato ma a volte ci si becca: dei 280 miliardi di euro che la Ue ha erogato in aiuti ai paesi membri in difficoltà, l’Italia ha contribuito con 43 miliardi di euro, cifra destinata, come ha ricordato stamane il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, intervenendo a un convegno del ministero degli Esteri, a salire a 60 miliardi di euro entro il 2014.

Soldi preziosi, che in qualche caso avrebbero potuto aiutare il sistema creditizio nazionale ad affrontare meglio la crisi, tanto più che, come ha ricordato lo stesso Visco, dalle comparazioni internazionali le banche tricolori sembrerebbero “avere un più elevato Npl ratio (ossia una maggiore percentuale di crediti problematici rispetto ai prestiti totali, ndr) ed un più basso coverage ratio” (ossia una minore percentuale di riserve a copertura degli stessi crediti problematici), “ma è chiaro che il raffronto è viziato da disparità nelle pratiche di contabilità e supervisione, di cui si deve tener conto per ottenere una valutazione corretta”.

Di più: “Se le banche italiane usassero le stesse definizioni di alcune banche internazionali, il loro stock di crediti problematici si ridurrebbe di un terzo, riducendo significativamente il loro Npl ratio ed aumentando il loro coverage ratio”, mentre anche la salita osservata di recente nelle sofferenze “risulterebbe meno accentuata”. Insomma, l’essere stati “generosi” sul fronte della solidarietà europea non ha per ora portato benefici specifici alle banche italiane che “generalmente hanno una leva finanziaria inferiore a quella dei loro competitor internazionali, in parte per il minor volume di operazioni in derivati”.

Non di meno la vigilanza della Banca d’Italia non si è allentata ed “ogni carenza di capitali che dovesse emergere verrà affrontata attraverso opportune azioni attraverso il perimetro di decisioni delle banche e col ricorso al mercato”. Un richiamo che farà fischiare le orecchie a diversi banchieri, anche perché Visco ha precisato: se finora le banche italiane hanno mostrato una “buona capacità di resistenza” alla crisi, “serie difficoltà” colpiscono ormai “un gruppo di istituti di medie e piccole dimensioni”, colpiti in modo “particolarmente duro” dalla prolungata recessione a causa della “minore diversificazione dei rischi e dei ricavi”, di una “proprietà debole” e a strutture di governo societario che possono aver complicato “il rafforzamento patrimoniale e l’adattamento dei modelli di business”.

*BRPAGE*

ignazio visco

Quali siano gli istituti in questione Visco non lo ha detto direttamente, ma l’elenco è presto fatto. Se Mps deve decidere come aggiornare il proprio piano industriale per ottemperare alle richieste della Ue, che ritiene necessari ulteriori tagli dei costi rispetto a quelli già in corso di attuazione (il che porta gli analisti a non escludere che Siena possa dover ridefinire il piano esuberi) ed un “intervento di ricapitalizzazione per 2,5 miliardi (pari all’attuale capitalizzazione di borsa, ndr), da realizzare nel corso del 2014” di cui “una parte rilevante” servirà al rimborso dei Monti Bond “in anticipo rispetto a quanto contemplato dall’attuale piano”, come confermato ieri dal Tesoro, Banca Carige è in questi giorni nell’occhio del ciclone anche in borsa dopo che la Procura di Genova ha acquisito il rapporto investigativo della Vigilanza di Banca d’Italia dello scorso 2 settembre.

L’istituto ligure, vicino alla famiglia Scaloja, avrebbe bisogno di un aumento di capitale da 800 milioni (appena inferiore al miliardo di capitalizzazione attuale) ma l’incertezza sui tempi dell’operazione o di ulteriori dismissioni, dopo una prima serie di cessioni di asset “non strategici” che ha portato nelle casse attorno ai 125 milioni di euro, come quelle delle controllate Banca del Monte di Lucca, Cassa di risparmio di Carrara, Banca Cesare Ponti e Cassa di risparmio di Savona, che sarebbero allo studio ma per molti analisti sono difficilmente realizzabili (specie ora che molte banche stanno cercando di ridurre gli attivi e limare le reti di sportelli), assieme ai problemi legati ad una governance poco trasparente, lasciano presagire più di un “mal di pancia” alla prossima assemblea del 30 settembre, convocata per il rinnovo del Cda dell’istituto.

Di milioni ne servirebbero 300 alla Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo (Tercas), istituto già commissariato da maggio la cui crisi oggi si ripercuote sulle quotazioni di borsa del Credito Valtellinese, già socio all’8% e secondo alcune voci pronto a fare la sua parte (170-200 milioni di mezzi freschi che dovranno probabilmente essere chiesti agli stessi soci del CreVal) pur di dare vita a un nuovo gruppo (che potrebbe chiamarsi Cassa dell’Adriatico) destinato a nascere dalla fusione di Tercas e della sua controllata Cassa di risparmio di Pesaro (Caripe) con la CariFano del gruppo CreVal, un gruppo che a quel punto controllerebbe 200 filiali e masse gestite per 6,5 miliardi di euro. In questo caso si dovrebbe sapere qualcosa di più a partire dal 19 settembre quando i negoziati tra i due istituti dovrebbero entrare nelle fasi conclusive.

*BRPAGE*

Sempre 300 milioni servirebbero entro fine anno anche a Banca delle Marche (posta dalla Banca d’Italia in “gestione provvisoria” a fine agosto) per rimanere indipendente (più un ulteriore aumento da 100 milioni già preventivati entro al massimo il 2015), ma finora la ventilata cordata di imprenditori marchigiani, tra cui Diego Della Valle e Francesco Merloni, sembra disposta a investire non più di 100-150 milioni, mentre Federico Ghizzoni, numero uno di UniCredit, ha già messo le mani avanti dichiarandosi non interessato (né in Italia né all’estero, ad esempio nel caso di Commerzbank) a nuove acquisizioni, anche perché nel Belpaese, ha ricordato il banchiere, c’è “un problema di qualità del credito e di ricavi che, in questo momento, non crescono”.

Altro caso impegnativo è quello della Banca popolare di Spoleto. L’istituto, commissariato a febbraio assieme alla controllante Spoleto Crediti e Servizi (socia al 51%), vede tra i suoi soci lo stesso Mps (25,93% del capitale), aveva provato ad avviare un aumento di capitale da 30 milioni (più altri 70 milioni di bond convertibili) stoppato da Via Nazionale. Con i commissari al lavoro per determinare l’effettiva necessità di mezzi freschi dell’istituto (che in caso di cessione potrebbe valere secondo alcuni sui 100-150 milioni di euro) la Procura di Spoleto sta continuando a indagare soprattutto per verificare la regolarità o meno di alcuni investimenti immobiliari effettuati dall’istituto a Milano.

Chiudono l’elenco degli istituti in affanno Bpm, dove da tempo il presidente Andrea Bonomi lavora per rinnovare la governance e varare, tra fine anno e inizio 2014, un aumento da 500 milioni di euro, e le commissariate CariFe, Istituto di credito sportivo e alcune piccole banche di credito cooperativo (la Bcc di Monastier e del Sile, quella di S.Francesco, quella del Veneziano, la Bcc Euganea, quella di Ospedaletto e quella di Alberobello e Sammichele di Bari). A conti fatti sono in tutto una dozzina di istituti “piccoli e medi” che dovranno rafforzare il patrimonio di almeno 4,5 miliardi nei prossimi mesi, innovando la propria governance societaria e trovando il modo di diversificare il business.

Peccato che individuare i problemi non sempre consenta di risolverli, specialmente in un momento di difficoltà per l’intera economia italiana e di buona parte dell’Europa del Sud, in cui l’eventuale maggior rigore dei criteri adottati dalla Banca d’Italia, ricordati stamane da Visco, non trova riscontro nella concessione di maggiore fiducia da parte dei mercati. Né la “generosità” mostrata dall’Italia nei confronti di altri partner europei ci garantisce in automatico che anche per il Belpaese scatteranno piani di sostegno come quello varato, ad esempio, per la Spagna pochi mesi or sono. Sempre che, si capisce, le “deboli strutture proprietarie”, in molti casi legate a filo doppio alla politica locale o nazionale, accettino di fare un passo indietro consentendo l’ingresso di nuovi soci.

Luca Spoldi