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Appetiti esteri sulle blue chips. Quando la crisi tocca l’Olimpo di Piazza Affari

 

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Di Luca Spoldi
Andrea Deugeni

Un tempo si diceva “imprenditore ricco, impresa povera” e subito si pensava alla miriade di piccole e medie imprese familiari italiane, spesso capaci di produzioni di qualità, ma troppo spesso soffocate dalla propria dimensione e incapaci di investire in ricerca e innovazione, mentre i particolarismi, le diffidenze e le gelosie personali impedivano quella crescita per aggregazione che molti auspicavano. Dall’alto della loro potenza le poche “grandi famiglie” imprenditoriali italiane curavano a loro volta più le relazioni e i rapporti di potere attraverso un sistema ricco di salotti buoni in “stile Mediobanca” che di partecipazioni organizzate secondo una logica industriale, ma finchè la crescita è proseguita in pochi si sono realmente lamentati di come stavano le cose.

Ora di crescita non se ne vede da oltre 15 anni, la recessione seguita alla crisi finanziaria mondiale del 2008-2009 e all’esplosione della crisi del debito sovrano europeo del 2011 ha messo in ginocchio le banche, le quali hanno immediatamente tirato i cordoni della borsa, proprio mentre la Germania ha varato un biennio di “lacrime e sangue” in particolare per la sponda Sud dell’Europa, con una politica di “repressione fiscale” che ha finito con l’accentuare ulteriormente la crisi in atto in Grecia, Portogallo, Spagna e Italia. Risultato? Ora gli imprenditori sono meno ricchi di un tempo, le imprese sempre più povere e la storica “politica” degli azionisti di maggioranza di sacrificare lo sviluppo di un’azienda pur di preservarne il controllo ha toccato il suo limite e non sembra in grado di proseguire oltre.

Così da qualche tempo sono sempre più frequenti i casi in cui l’aiuto viene cercato all’estero. Ultimo esempio in ordine (sono i rumors più recenti), di tempo quello di Rcs MediaGroup, da tempo in difficoltà per una serie di mosse sbagliate seguite da una pletora di “azionisti di controllo” nessuno dei quali è un editore puro e bisognosa di un aumento di capitale da almeno 400-600 milioni che solo in parte sarà sottoscritto dagli attuali soci di controllo (sui giornali italiani è già partita la gara a chi si avvicinerà di più alla percentuale di sottoscrizione, le previsioni al momento oscillano tra il 50% e il 65%), mentre per l’inoptato si pensa ad un intervento delle banche creditrici/azioniste.

Borsa Affari

Ma, come detto, complice il credit crunch in atto da mesi, le banche stesse non sembrano intenzionate a svenarsi più di tanto e soluzioni un tempo praticabili come bond convertibili (o peggio ancora prestiti convertendo in “stile Fiat”) sembrano al momento molto più improbabili. Così è già spuntata fuori l’ipotesi di un socio “industriale” straniero (si è fatto il nome del tedesco Axel Springer, che però per ora smentisce), così come sono stati stranieri i capitali che hanno fatto il proprio ingresso in altri colossi tricolori in questi ultimi anni, da Telecom Italia (dove la spagnola Telefonica, socio di maggioranza di Telco, holding che controlla l’ex monopolista telefonico italiano, potrebbe presto lasciare spazio a un altro colosso telefonico mondiale, la cinese H3G che in Italia controlla 3 Italia) ad Autostrade (che solo per gli ostacoli posti dal governo vide sfumare la fusione con la spagnola Abertis), fino ad Edison (finita sotto il controllo della francese EdF).

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In altri casi l’intervento estero è rimasto sulla carta (come con Air France per Alitalia) o è per ora un esercizio teorico degli analisti (si è parlato, ad esempio, della possibile fusione tra Mps e Bnl, controllata italiana della francese Bnp Paribas, ma a Siena c’è anche l’ombra di Axa): di certo la crisi, drenando liquidità e in molti casi riducendo o azzerando i dividendi (cosa che ha inciso ad esempio sulla capacità reddituale delle Fondazioni bancarie), impone ormai di scegliere i tempi e i modi di un’apertura del capitale che appare inevitabile. Si può trattare col futuro acquirente mentre si è ancora nel pieno delle proprie forze, come fa Pomellato da settimane, o rinviare ancora rischiando però di finire poi con l’essere acquistati ad un’asta fallimentare (come potrebbe accadere a Richard Ginori, per la quale si è fatta avanti Gucci, controllata italiana della francese Kearing, ex Ppr).

Altre strade, salvo per pochi settori e asset strategici l’eventuale intervento di Cassa depositi e prestiti e dei suoi fondi di private equity (F2i, Fsi), non sembrano esservene. Il capitalismo familiare italiano mostra così tutti i suoi limiti, anche ai massimi livelli, nell’Olimpo delle blue chips. E vede avvicinarsi l’ora del tramonto o della sua definitiva evoluzione.