Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Economia » Bollette fuori controllo, la promessa di tagliarle e il rischio nascosto. L’esperto: “Sospendere l’ETS? Ecco i rischi”

Bollette fuori controllo, la promessa di tagliarle e il rischio nascosto. L’esperto: “Sospendere l’ETS? Ecco i rischi”

Il professore Stefano Clò spiega perché sospendere l’ETS rischia di frenare gli investimenti e indica la strada per ridurre il caro energia

Bollette fuori controllo, la promessa di tagliarle e il rischio nascosto. L’esperto: “Sospendere l’ETS? Ecco i rischi”

Caro energia, Clò avverte l’Europa: “Il prezzo della CO₂ non basta, serve una politica industriale”

L’ETS è al centro del dibattito europeo sul caro energia e sulla competitività dell’industria. Da una parte, c’è chi chiede di rivedere o sospendere il sistema di scambio delle quote di emissione di CO₂ per alleggerire i costi a carico delle imprese; dall’altra, chi ritiene che intervenire sul prezzo delle emissioni rischi di lasciare irrisolta la dipendenza dai combustibili fossili.

Per l’Italia, dove il gas continua a incidere in modo significativo sulla produzione elettrica, la questione riguarda anche il divario con altri Paesi europei e la capacità di proteggere la manifattura dalle oscillazioni dei mercati energetici. Ma sospendere l’ETS aiuterebbe davvero le imprese o finirebbe per rallentare gli investimenti necessari a rendere il sistema energetico meno vulnerabile? E come conciliare la decarbonizzazione con la tutela della produzione industriale europea, anche di fronte alla concorrenza internazionale?

A fare il punto è Stefano Clò, Professore Associato di Politica Economica presso il Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa (DISEI) dell’Università degli Studi di Firenze, che ad Affaritaliani analizza gli effetti dell’ETS sui prezzi dell’energia, i rischi per la competitività industriale e le strategie necessarie per rafforzare la politica energetica e industriale europea. 

L’ETS fa davvero aumentare il costo dell’energia in Italia? Quanto incide sui prezzi e quanto pesano altri fattori, come il costo del gas?

In Italia sì, perché continuiamo a dipendere molto dal gas. Ma indicare nell’ETS la causa del caro energia significa confondere la malattia con la cura. La malattia è la dipendenza dalle fossili, che soddisfano circa tre quarti del nostro fabbisogno e provengono quasi interamente dall’estero: è questa la causa principale dell’alto costo dell’energia. Gli investimenti per ridurla sono la cura.

L’ETS contribuisce a rendere convenienti questi investimenti attribuendo un prezzo alla CO₂. Quanto pesa dipende da quanto spesso il fossile fissa il prezzo elettrico. Nel 2025 l’elettricità all’ingrosso è costata circa 116 euro/MWh in Italia, contro i 65 della Spagna, dove le fossili alimentano un quarto della produzione contro la metà di quella italiana. Chi ha investito nelle alternative è meno esposto ai picchi del gas e della CO₂. Dopo vent’anni dall’introduzione dell’ETS, dobbiamo chiederci perché l’Italia non abbia effettuato gli investimenti necessari.

Rivedere o sospendere l’ETS aiuterebbe davvero le imprese italiane? Quali benefici e quali rischi comporterebbe per la competitività industriale e gli investimenti?

Sospendere l’ETS sarebbe una scelta miope: un palliativo dal ritorno elettorale immediato, incapace di risolvere il problema. Togliere il prezzo della CO₂ protegge proprio i combustibili all’origine della nostra vulnerabilità e rischia di compromettere gli investimenti futuri, che richiedono regole credibili e stabili.

Scontare le bollette offre sollievo temporaneo; finanziare lo sviluppo e l’adozione di tecnologie low-carbon ridurrebbe invece l’esposizione ai rincari futuri. Privilegiare gli sconti visibili nell’immediato significa privilegiare il ritorno elettorale nel breve termine rispetto alla sicurezza energetica di lungo termine. Abbassare artificialmente i prezzi darebbe un segnale fuorviante, incoraggiando i consumi. Servono invece aiuti mirati e interventi strutturali.

Come dimostra un nostro recente studio, il fotovoltaico per autoconsumo riduce l’esposizione delle imprese al caro energia, sostituendo parte degli acquisti dalla rete con elettricità prodotta a un costo predeterminato e stabile. È la funzione assicurativa dell’autoconsumo: investire oggi per essere meno vulnerabili alle crisi di domani.

Quanto è concreto il rischio di carbon leakage? L’ETS riesce a evitare che le produzioni si trasferiscano fuori dall’Europa, o servono strumenti aggiuntivi come il CBAM?

Il rischio esiste laddove le imprese non dispongono di alternative tecnologiche accessibili: se decarbonizzare non è possibile, il prezzo della CO₂ diventa un costo difficile da sostenere rispetto ai concorrenti esteri. Molte valutazioni, soprattutto sulle prime fasi dell’ETS, hanno tuttavia trovato evidenze limitate di carbon leakage. Riconoscere il problema, però, è diverso dall’imputare all’ETS la deindustrializzazione europea, in corso da decenni e legata a cause ben più ampie.

L’asimmetria normativa va comunque affrontata. A questo servono le quote gratuite per i settori esposti e il CBAM, che applica ad alcune importazioni un costo proporzionale alle emissioni generate per produrle. La sua copertura deve essere coerente lungo le filiere per evitare distorsioni. Il sistema va corretto e accompagnato da investimenti: tutelare l’industria significa renderle possibile decarbonizzare, mantenendo l’incentivo a farlo.

Come abbassare strutturalmente i costi dell’energia senza frenare la transizione ecologica? Quali interventi dovrebbe adottare l’Ue per tutelare la manifattura e favorire la decarbonizzazione?

La transizione è una delle leve per ridurre i costi energetici e la dipendenza dalle fossili, ma richiede ingenti investimenti. Il paradosso europeo è aver assunto una leadership climatica senza tradurla in un primato industriale. Il limite dell’Europa è stato confidare troppo nel mercato, pensando che il solo carbon price bastasse: c’è stato il bastone della politica climatica, ma la carota della politica industriale è stata insufficiente.

La differenza con la Cina si riassume nello slogan: “climate policy first” in Europa, “industrial policy first” in Cina. Pechino ha sostenuto direttamente lo sviluppo delle tecnologie pulite, coordinando ricerca, credito, infrastrutture, produzione e domanda interna. Oggi concentra circa l’85% della capacità produttiva della filiera solare e nel 2025 ha prodotto il 70% delle auto elettriche mondiali.

È questa capacità di programmazione che l’Europa deve recuperare. Il rapporto Draghi indica 750–800 miliardi di euro aggiuntivi all’anno per l’insieme delle priorità europee. Servono capitali privati, sostegno pubblico e finanziamenti comuni, oltre a contratti di lungo periodo per rendere gli investimenti finanziabili.

Lo Stato deve tornare a orientare gli investimenti, assicurando alla collettività un ritorno proporzionato ai rischi assunti. Bisogna evitare di socializzare costi e rischi, privatizzando i benefici: se le risorse e le garanzie sono pubbliche, anche i ritorni devono essere condivisi.

LEGGI LE NOTIZIE DEL CANALE ECONOMIA

Affari Alert

Aggiornamenti e contenuti editoriali dedicati, via email.

0,99€ fino al 31 Dicembre 2026

Dal 1 Gennaio 2027: 0,99€/mese o 9,99€/anno