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Bonomi,Benetton e altri.Vita da private del vecchio capitalismo

Molte dinastie industriali hanno adottato un modello da private equity, ma c’è chi ha scelto di restare imprenditore. La mappa degli imperi di partecipazioni

Bonomi,Benetton e altri.Vita da private del vecchio capitalismo
Alessandro Benetton (1)

Erano tra le dinastie industriali del capitalismo italiano, hanno venduto attività, marchi e brevetti ed hanno preferito investire il ricavato con un’ottica da private equity, cambiando pelle: Bonomi, Fossati, Benetton, Agnelli: l’elenco è lungo e pare il sintomo di una trasformazione silenziosa che si accompagna alla progressiva deindustrializzazione dell’Italia e ad un graduale spostamento della nostra economia verso settori a più elevate marginalità e minore intensità di capitali. Ma non è detto sia l’unica opzione possibile.

I primi a imboccare questa strada furono i Bonomi: Anna Bonomi nel secondo dopoguerra partì come imprenditrice immobiliare realizzando, tra gli altri, il “Pirellone” e sviluppando la prima “città satellite” del capoluogo lombardo, Milano Sanfelice, per poi dar vita negli anni Sessanta ad aziende come Postalmarket, Brioschi, Miralanza, Rimmel, Durbans o Saffa. Ma già pochi anni dopo iniziò a diversificare con partecipazioni in Montedison e La Fondiaria, prima che Mario Schimberni, a capo di Montedison, le sfilasse di mano la cassaforte di famiglia, Bi-Invest.

Il nipote, Andrea Bonomi, attraverso Investindustrial ha rilanciato le sorti della dinastia operando col fondo di private equity Investindustrial, specializzato in investimenti in tre aree principali (consumi, distribuzione e intrattenimento; industria manifatturiera; servizi e concessioni) ma spesso chiamato a rilanciare blasoni un po’ acciaccati del panorama industriale e finanziario tricolore, da Ducati a Bpm, da Castaldi a Gardaland, dal gruppo Coin a Permasteelisa, solo per ricordare alcune operazioni recenti in Italia, dove il gruppo tuttora è attivo in Rcs, Snai, Sergio Rosso, Stroili Oro e Valtur.

Altra famiglia che ha deciso di darsi alla finanza ormai da tempo sono i Fossati: gli eredi di Danilo Fossati, fondatore della Star poi ceduta nel 2006 agli spagnoli di Gallina Blanca per una cifra mai ufficializzata ma che venne stimata in circa 800 milioni, attraverso Findim Grop dopo alcuni investimenti fortunati (piccole quote in Apple, Cattolica Assicurazioni e Banca Lombarda, poi cedute con buone plusvalenze) sono per la verità incappati quasi subito in un “mina” chiamata Telecom Italia. 

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Per salire al 5% Findim aveva infatti impegnato 804,5 milioni di euro, valore della partecipazione che è stata poi più volte abbattuta generando una minusvalenza complessiva stimabile in quasi 300 milioni. Tornata in utile nel 2015 per 42,5 milioni, Findim aveva alla fine dello scorso anno in cassa molta liquidità (740 milioni) e alcune partecipazioni degne di nota (il 15,5% di Gas Plus, il 2% in F2i).

Sempre più finanza e sempre meno industria è stata la scelta anche dei Benetton: la famiglia di Ponzano Veneto, che dal 2014 ha fatto un passo indietro nella gestione dell’omonimo gruppo di abbigliamento tuttora controllato al 100% tramite Edizione Srl, ha interessi che spaziano dalla ristorazione (59% di Autogrill, mentre il 50,1% di World Duty Free, nato da uno scorporo dalla stessa Autogrill, è stato ceduto lo scorso anno alla svizzera Dufry per 1,3 miliardi di euro, in linea coi valori di libro) all’immobiliare (100% di Maccarese, acquisita per 93 miliardi di vecchie lire nel 1998), dai media (piccole partecipazioni in Rcs, Il Sole 24 Ore e Caltagirone Editore) alle infrastrutture e servizi (in primis il 43% di Atlantia, ma anche il 32,7% di Eurostazioni e il 96% di Aeroporti di Roma).

Ma è soprattutto con la nuova generazione, rappresentata ad Alessandro Benetton, a capo di 21 Investimenti (oggi 21 Partners), che l’anima da private equity si manifesta appieno. Dopo oltre 80 investimenti completati, tra cui The Space (cinema multisala),Manutencoop (facility management), Gardaland (intrattenimento) Sisal (intrattenimento) e Trudi (largo consumo), il gruppo mantiene oggi in Italia partecipazioni, tra gli altri, in Forno d’Asolo (prodotti da forno surgelati), Farnese Vini (produzione e distribuzione di vini italiani), Ethical Coffee Company (caffè in capsule), Pittarosso (calzature), Assicom (recupero crediti), Sirti (reti di telecomunicazioni) e Stroili Oro (oreficeria), oltre ad essere attivo in Francia e in Polonia.

Una strada simile è stata intrapresa anche dagli eredi Agnelli, che con Exor di fatto già da tempo adottano un approccio da private equity visto che la finanziaria lussemburghese dopo la vendita (con una plusvalenza di 722 milioni) del gruppo immobiliare Cushman & Wakefield, controllano oltre al 29,15% di Fiat Chrysler Automobiles (44,27% dei diritti di voto), al 26,92% di Cnh Industrial (39,94% dei diritti di voto) e al 22,91% di Ferrari (32,75% dei diritti di voto), importanti partecipazioni da Partner Re (100%) all’Economist (43,4%, ma con diritti di voto limitati al 20%), da Walltech (14,01%) a Banca Leonardo (16,51%), oltre al 63,77% di Juventus Fc.

Ricchi di liquidità in cerca di buoni investimenti, ma certamente non in ottica industriale, sono poi vale i Bulgari, i Loro Piana, i Merloni, i De’ Longhi e i Pesenti, tutti tentati dall’adottare un approccio più finanziario che industriale per il loro futuro, ma non è detto che questa sia l’unica opzione. Tra i pochi controcorrente si nota ad esempio il gruppo Gavio, che dopo aver ceduto le attività cilene ad Atlantia e la quota in Impregilo a Salini ha reinvestito il ricavato in infrastrutture italiane come la Torino Savona (rilevata da Atlantia per 233 milioni), la Tem e la Brebemi ( 300 milioni) e la Centropadane (301 milioni). 

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Anche gli eredi Gavio si sono concessi qualche diversificazione, investendo 20 milioni in Bonifiche Ferraresi ed altri 40 milioni nei cantieri Baglietto, ma nel loro caso sembra prevalere ancora la voglia di puntare sulla capacità imprenditoriale del “bel paese”. Come i Gavio anche scelto di agire i Garrone, che hanno ceduto Erg ai russi di Lukoil per 3 miliardi di euro, reinvestendo quasi tutto in energie rinnovabili in Italia e all’estero, e i Malacalza, che usciti nel 2008 dal settore dell’acciaio con 1,8 miliardi di euro in tasca hanno poi investito in Pirelli, Banca Carige e in attività nel comparto dei cavi e dei magneti conduttori. Insomma, cambiare pelle è ancora un’opzione, per fortuna, non una scelta obbligata.

Luca Spoldi