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Economia

Di Luca Spoldi

Riparte dal Giappone il risiko che da anni sta ridisegnando, semplificandola a colpi di integrazione, la mappa dei grandi "trading venue", ossia di quei luoghi, fisici o elettronici, borse ufficiali o piattaforme private, dove si svolgono contrattazioni di azioni, bond, merci, indici e strumenti finanziari di vario genere. Da stamane è infatti operativa la fusione tra le borse di Tokyo e Osaka, operazione che per inciso crea la terza piazza azionaria mondiale in base al numero di società quotate, con un totale di 3.423 titoli (Borsa Italiana in questa classifica è sempre più marginale con appena 227 società quotate).

Il Japan Exchange Group, nato oggi dall'integrazione nel Tokyo Stock Exchange (Tse) dell'Osaka Securities Exchange (Ose) nel mercato per contanti, è al terzo posto al mondo anche per controvalore scambiato, dopo Nyse Euronext e Nasdaq Omx, ma non è finita qui: dal marzo del prossimo anno il circuito integrerà anche le contrattazioni sul mercato dei derivati (in questo caso presso l'Ose).

A quel punto, potendo offrire minori costi e maggiore visibilità presso i grandi investitori internazionali, il trading venue giapponese cercherà di attrarre un maggior numero di collocamenti iniziali, rilanciando la sfida coi mercati cinesi di Hong Kong, Singapore, Shanghai e Shenzen (queste ultime due da inizio anno hanno già registrato un valore combinato di transazioni pari a 2.940 miliardi di dollari, subito alle spalle dello stesso Jeg che ne ha totalizzate per 3.040 miliardi).

Difficile che gli altri protagonisti mondiali del settore stiano a guardare: il London Stock Exchange group (che dal 2007 controlla Borsa Italiana), prima in Europa per volumi di scambio e forte di 3.600 società quotate, dopo aver dovuto rinunciare nel 2011 alla fusione con la canadese TMX Group, ha preferito seguire altre strade portando a termine l'acquisizione del 58% di LCH. Clearnet, così da ampliare l'offerta dei servizi. La prossima mossa potrebbe essere il lancio di contratti future sul gas naturale sull'Italian Derivatives Energy Exchange (Idee), così da andare a far concorrenza allo European Energy Exchange controllato da Deustche Boerse.

Lo stesso listino tedesco sta ampliando i suoi orizzonti col lancio di un marketplace "vendor neutral", il Deutsche Boerse Cloud Exchange, destinato a partire a febbraio-marzo dell'anno prossimo sulle piazze di Francoforte, New York e Singapore (su quest'ultima piazza l'attività dovrebbe partire tra luglio e agosto). Dall'altra parte dell'Atlantico non starà certo a guardare Nyse Euronext, attualmente il principale mercato borsistico al mondo, nato nel 2007 dalla fusione tra il New York Stock Exchange (Nyse), che già controllava i mercati di Chicago (Archipelago) e San Francisco (Pacific Exchange) e il gruppo di europeo Euronext (fondato nel 2000 dalla fusione delle borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Lisbona cui si aggregò dal 2002 il London International Financial Futures and Options Exchange o Liffe).

Così come è difficile che resterà a lungo alla finestra il Nasdaq Omx Group, che gestisce oltre al listino tecnologico statunitense Nasdaq e ai due listini di Boston e Filadelfia anche otto borse europee (quelle di Copenhagen, Stoccolma, Helsinki, Tallinn, Riga, Vilnius, oltre al listino islandese e a quello armeno) e il gruppo Thomson Reuter, anche se in questo caso vi è un precedente negativo, quello del tentativo, annunciato nel marzo del 2006 e naufragato definitivamente poco meno di un anno dopo, nel febbraio 2007, di rilevare il controllo (per 2,4 miliardi di sterline) dell'Lse Group, già oggetto di un'offerta da 1,6 miliardi di sterline (giudicata peraltro "irrisoria") da parte dell'australiana Macquarie Bank nel dicembre del 2005.

La crisi finanziaria 2008-2009, le tensioni sui mercati del debito a seguito della crisi europea e le incertezze sull'andamento della ripresa economica mondiale avevano finora frenato nuovi tentativi di aggregazione. Ora la mossa giapponese potrebbe segnalare che il tempo di fare melina è finito e si torna a giocare a risiko.
 

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