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Economia

 

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Dove non sono mai arrivate le moral suasion delle autorità di settore la pressione degli investitori istituzionali o retail che fossero, potrebbe riuscire la crisi. L'era dei "salotti buoni" italiani sembra poter volgere al termine come dimostrano la dissoluzione dell'ex impero Ligresti, il rovesciamento dei rapporti di forza in Impregilo, l'accorpamento di Gemina in Atlantia e soprattutto la possibile deflagrazione a breve di due dei più importanti "salotti" italiani, Telco (controllante di Telecom Italia) e Rcs Mediagroup.

Nell'uno come nell'altro caso a una parte dei soci che ancora sembra credere nella "strategicità" di investire in settori (le telecomunicazioni e l'editoria) da tempo alle prese con una profonda crisi, in parte legata alle trasformazioni tecnologiche, in parte allo scenario macroeconomico e alle tensioni sul mercato del credito, che sta cambiandone il modello di business e incidendo seriamente nella redditività delle attività, si contrappongono sempre più spesso azionisti "storici" che non sembrano aver più alcuna intenzione di rimanere tali, specie se questo significasse dover tirare fuori altro denaro.

Il là sembra averlo dato, dopo gli strali lanciati da Diego Della Valle contro i "grandi vecchi" della finanza italiana e il loro modo di concepire i rapporti tra soci all'interno di Rcs piuttosto che Generali, il nuovo numero uno delle stesse Generali, Mario Greco, che ha avviato una campagna di dismissione di partecipazioni "non strategiche" che potrebbe arrivare a toccare sia Telecom Italia (Generali è socia al 30,6% di Telco, holding che controlla il 22,4% dell'ex gestore telefonico italiano) sia Rcs (che vede il Leone di Trieste azionista al 3,957%).

Mario Greco


Qualcosa di più potrebbe sapersi già agli inizi della prossima settimana: secondo indiscrezioni tra lunedì e martedì potrebbe riunirsi il patto di sindacato di Via Solferino per prendere una decisione circa l'ammontare e le modalità del previsto aumento di capitale. Greco probabilmente non si opporrà all'aumento (previsto per massimi 600 milioni entro il 2015, di cui i primi 400 circa potrebbero essere chiesti ad azionisti e mercato prima della pausa estiva), a patto che le condizioni rendano conveniente l'operazione dal punto di vista economico. Insomma, le azioni torneranno a contarsi e a valutarsi in base al potenziale ritorno, non a "pesarsi" in ossequio all'antica logica cucciana che ha sinora contraddistinto le controllate di Mediobanca.

In casa Telecom Italia, si attende invece per giovedì prossimo, l'11 aprile, un consiglio di amministrazione per discutere delle prospettive del gruppo telefonico. Da qualche giorno circola la voce di una possibile acquisizione di 3 Italia, che Hutchison Whampoa valuterebbe circa 1,5 miliardi di euro (contro i 14 miliardi di euro che avrebbe preteso, inutilmente, nel 2006, rinunciando poi ad un'Ipo che pareva fatta a causa di una valutazione di "soli" 6,5-7 miliardi secondo le indiscrezioni circolate all'epoca e mai smentite). Un affare? Forse sì, visto che nel frattempo 3 Italia ha 9,3 milioni di clienti, fattura attorno ai 2 miliardi di euro, ha un Mol attorno a 0,26 miliardi e un indebitamento netto di circa 4 miliardi di euro (con perdite cumulate pari a 6 miliardi che frutterebbero un credito fiscale vicino ai 2 miliardi).

Anche in questo caso Greco valuterà in base alla propria convenienza più che ad un malinteso "spirito patriottico" con cui in questi anni è stata giustificata la creazione di salotti e cordate più o meno tricolori non sempre in grado (vedi Alitalia) di imprimere l'auspicata svolta ai conti delle aziende partecipate dagli investitori "coraggiosi". Ma, secondo i rumors, l'atteggiamento del manager ai vertici del gruppo triestino sull'operazione sarebbe positivo. A monte, tuttavia, sarà da capire cosa intende fare Telefonica, primo socio di Telco col 46% del capitale della holding, che alcune indiscrezioni vogliono pronta ad uscire e l'eventuale arrivo di Hutchinson Whampoa potrebbe essere il segnale per il definitivo "liberi tutti".

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