L’ultimo “endorsment” Angela Merkel l’ha ricevuto ieri da Jamie Dimon, da 12 anni Ceo di Jp Morgan Chase che parlando a una cena d’affari a Chicago ha sottolineato: “la debolezza del cancelliere tedesco è un male per tutti noi”. Eppure, al di là di qualche fremito per l’euro, oscillato da 1,188 a 1,164 prima di tornare attorno a 1,185, non si direbbe che sinora i mercati si siano accorti delle difficoltà della Merkel che ieri ha dovuto incassare il ritiro dei liberali di Fdp dal tavolo negoziale aperto per cercare di dar vita a una coalizione “Giamaica”. Una rottura che ha portato Angela a dichiarare, a caldo, di preferire l’ipotesi di elezioni anticipate prima che di dover dar vita a un governo di minoranza e sottoporsi ai veti e ai ricatti di alleati e avversari ad ogni votazione.
In realtà la situazione non è nuova: anche il Belgio è rimasto senza governo per ben 541 giorni, ossia quasi 2 anni, dopo le elezioni del giugno 2000 e nessun mercato ne ha risentito (né l’economia belga, cresciuta del 2% nel 2010 e nel 2011), mentre in Spagna le elezioni del 2015 non hanno portato ad alcuna soluzione e si sono dovute ripetere l’anno successivo, anche qui apparentemente senza danni di sorta (il Pil è anzi cresciuto del 3,2%), mentre in Olanda al premier Mark Rutte sono serviti oltre sei mesi (208 giorni per la precisione) prima di riuscire a dar vita ad un governo che ha unito i cristiano democratici del Cda, i liberali progressisti del D66 e i conservatori della Christen Unie, ossia qualcosa di molto simile all’esperimento a cui ha provato a dar vita la Merkel in queste settimane.
Perché le borse si disinteressino dei governi nazionali appare evidente: come notano anche gli analisti di Credit Suisse, i timori di una “deriva” populista in Europa sono ormai diminuiti anche se “le fragilità strutturali dell’Unione europea” mostrano di non essere state ancora del tutto superate. Guai a cantar vittoria troppo presto, dunque, ma nei prossimi anni “l’enfasi andrà posta sul consolidamento della stabilità relativamente limitata finora raggiunta”. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque? Non proprio: secondo l’investment outlook 2018 della banca elvetica, “l’Unione monetaria, bancaria e dei mercati dei capitali europea deve essere ulteriormente rafforzata, per assicurare una crescita sostenuta e per contenere i rischi di crisi”.
Insomma, con buona pace dei populismi e nazionalismi che tanti danni hanno prodotto nel secolo scorso e che ancora rischiano di produrne in futuro, con “più Europa” si vince perché si cresce di più e con minori rischi che con “meno Europa”. Accanto a questa visione di fondo condivisa dai mercati, non va dimenticato come in questi anni a guidare i rialzi prima dei mercati obbligazionari e poi di quelli azionari europei sia stata la politica monetaria ultrarilassata della Bce. Tassi d’interesse reali che permangono negativi sostengono le quotazioni dei titoli a reddito fisso e, fornendo denaro a costo zero alle banche e da queste, lentamente ma inesorabilmente, alle aziende, stimolano la ripresa e quindi sostengono le quotazioni azionarie grazie all’attesa di una ulteriore crescita degli utili.
Tutto bene, dunque, per il Dax e gli altri indici azionari europei qualunque sia il destino di Angela Merkel? Non del tutto: se da inizio anno guadagna il 13,3%, da inizio novembre il Dax è prima salito e poi sceso fino ad azzerare ogni guadagno, mentre l’EuroStoxx50 (+8,6% da inizio 2018) è calato di un punto percentuale. Il tutto a fronte di un incremento della volatilità di indici e titoli. Rimanere qualche ulteriore settimana o forse persino mese senza governo, o andare a nuove elezioni potendo comunque sfruttare un Pil tedesco che nel terzo trimestre dell’anno ha segnato +2,3% su base annua, non è un problema per il listino di Francoforte né per le altre borse europee, che ormai snobbano la politica avendo occhi solo per i tassi e gli utili aziendali. Ma dopo tanti mesi di crescita qualcuno potrebbe essere tentato dal portare a casa i profitti, anche prima di Natale.

