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Borsa, Merkel non spaventa. Draghi conta di più. Ecco perché

Borse/ Merkel tentata da nuove elezioni anticipate, ma il Dax la snobba. Ai mercati interessa l’andamento dei tassi e degli utili, non la politica

Borsa, Merkel non spaventa. Draghi conta di più. Ecco perché
Merkel Francoforte ape
Angela Merkel incassa il no dei liberali di Fdp e deve rinunciare a formare un governo “Giamaica”. Possibili elezioni anticipate, ma il Dax di Francoforte e le altre borse europee non sembrano impressionate, solo l’euro trema per mezza giornata e poi recupera terreno. Da qualche anno a tenere banco sono i tassi, che la Bce mantiene negativi in termini reali, e l’andamento degli utili aziendali, in crescita. Così anche gli analisti di Credit Suisse restano ottimisti per il 2018 e prevedono ulteriore crescita economica e borse in salita, anche se restano alcune fragilità strutturali, per cui il focus degli investitori sarà sui progressi in tema di unione bancaria, monetaria e dei capitali in Europa, più che sulla sorte dei singoli governi nazionali, persino nel caso di Berlino

L’ultimo “endorsment” Angela Merkel l’ha ricevuto ieri da Jamie Dimon, da 12 anni Ceo di Jp Morgan Chase che parlando a una cena d’affari a Chicago ha sottolineato: “la debolezza del cancelliere tedesco è un male per tutti noi”. Eppure, al di là di qualche fremito per l’euro, oscillato da 1,188 a 1,164 prima di tornare attorno a 1,185, non si direbbe che sinora i mercati si siano accorti delle difficoltà della Merkel che ieri ha dovuto incassare il ritiro dei liberali di Fdp dal tavolo negoziale aperto per cercare di dar vita a una coalizione “Giamaica”. Una rottura che ha portato Angela a dichiarare, a caldo, di preferire l’ipotesi di elezioni anticipate prima che di dover dar vita a un governo di minoranza e sottoporsi ai veti e ai ricatti di alleati e avversari ad ogni votazione.

In realtà la situazione non è nuova: anche il Belgio è rimasto senza governo per ben 541 giorni, ossia quasi 2 anni, dopo le elezioni del giugno 2000 e nessun mercato ne ha risentito (né l’economia belga, cresciuta del 2% nel 2010 e nel 2011), mentre in Spagna le elezioni del 2015 non hanno portato ad alcuna soluzione e si sono dovute ripetere l’anno successivo, anche qui apparentemente senza danni di sorta (il Pil è anzi cresciuto del 3,2%), mentre in Olanda al premier Mark Rutte sono serviti oltre sei mesi (208 giorni per la precisione) prima di riuscire a dar vita ad un governo che ha unito i cristiano democratici del Cda, i liberali progressisti del D66 e i conservatori della Christen Unie, ossia qualcosa di molto simile all’esperimento a cui ha provato a dar vita la Merkel in queste settimane.

Perché le borse si disinteressino dei governi nazionali appare evidente: come notano anche gli analisti di Credit Suisse, i timori di una “deriva” populista in Europa sono ormai diminuiti anche se “le fragilità strutturali dell’Unione europea” mostrano di non essere state ancora del tutto superate. Guai a cantar vittoria troppo presto, dunque, ma nei prossimi anni “l’enfasi andrà posta sul consolidamento della stabilità relativamente limitata finora raggiunta”. Piuttosto che niente, meglio piuttosto, dunque? Non proprio: secondo l’investment outlook 2018 della banca elvetica, “l’Unione monetaria, bancaria e dei mercati dei capitali europea deve essere ulteriormente rafforzata, per assicurare una crescita sostenuta e per contenere i rischi di crisi”.

Insomma, con buona pace dei populismi e nazionalismi che tanti danni hanno prodotto nel secolo scorso e che ancora rischiano di produrne in futuro, con “più Europa” si vince perché si cresce di più e con minori rischi che con “meno Europa”. Accanto a questa visione di fondo condivisa dai mercati, non va dimenticato come in questi anni a guidare i rialzi prima dei mercati obbligazionari e poi di quelli azionari europei sia stata la politica monetaria ultrarilassata della Bce. Tassi d’interesse reali che permangono negativi sostengono le quotazioni dei titoli a reddito fisso e, fornendo denaro a costo zero alle banche e da queste, lentamente ma inesorabilmente, alle aziende, stimolano la ripresa e quindi sostengono le quotazioni azionarie grazie all’attesa di una ulteriore crescita degli utili.

Tutto bene, dunque, per il Dax e gli altri indici azionari europei qualunque sia il destino di Angela Merkel? Non del tutto: se da inizio anno guadagna il 13,3%, da inizio novembre il Dax è prima salito e poi sceso fino ad azzerare ogni guadagno, mentre l’EuroStoxx50 (+8,6% da inizio 2018) è calato di un punto percentuale. Il tutto a fronte di un incremento della volatilità di indici e titoli. Rimanere qualche ulteriore settimana o forse persino mese senza governo, o andare a nuove elezioni potendo comunque sfruttare un Pil tedesco che nel terzo trimestre dell’anno ha segnato +2,3% su base annua, non è un problema per il listino di Francoforte né per le altre borse europee, che ormai snobbano la politica avendo occhi solo per i tassi e gli utili aziendali. Ma dopo tanti mesi di crescita  qualcuno potrebbe essere tentato dal portare a casa i profitti, anche prima di Natale.