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Casi e casini di borsa/ Telefonica vuole salire in Telco, ma la fusione con Telecom non si farà

 

 

Telefonica

Si avvicina il momento della verità per Telecom Italia, il cui Cda, fissato per giovedì 19 settembre, dovrà discutere “molte decisioni” in merito al “ripensamento strategico” come confermato anche negli ultimi giorni dall’amministratore delegato Marco Patuano. Del resto che settembre sia un mese cruciale per il destino dell’ex monopolista telefonico italiano era evidente da tempo, visto che fino al 28 settembre i soci di Telco (holding che controlla il 22,4% del capitale di Telecom Italia) per disdettare anticipatamente il patto e richiedere la restituzione dei titoli.

In base all’attuale capitalizzazione di mercato, poco sopra gli 11,1 miliardi di euro, agli spagnoli di Telefonica (che di Telco controllano il 46,18%, equivalente ad un 10,3% di Telecom Italia) basterebbe circa 1,33 miliardi di euro, milione più milione meno, per rilevare i titoli dei soci italiani (Intesa Sanpaolo, Generali e Mediobanca) ed anche volendo essere “generosi” e offrire un prezzo superiore di un 15% ai valori di borsa correnti, dunque attorno ai 70 centesimi per azione, il conto non supererebbe gli 1,53 miliardi, mentre rilevare le quote offrendo 1,2 euro per azione (valore a cui Telco ha al momento in carica i titoli Telecom Italia) costerebbe attorno ai 2,5-2,6 miliardi.

 Nel complesso per Cesar Alierta l‘occasione sembra essere ghiotta, ma ci sono alcune controindicazioni. La prima riguarda la ratio dell’operazione: sborsare tra 1,5 e 2,5 miliardi per rimanere sostanzialmente nella stessa condizione di adesso potrebbe non essere conveniente per il gruppo spagnolo, gravato da 49,79 miliardi di euro di indebitamento netto a fine giugno (dai 51,26 miliardi di fine 2012), cifra che Allierta si è impegnato a riportare sotto la soglia dei 47 miliardi entro fine anno, obiettivo su cui peserà la recente acquisizione, in Germania, di E-Plus rilevata da Kpn per 8,55 miliardi di euro contro agli 8,1 miliardi inizialmente preventivati in quanto il gruppo spagnolo ha dovuto “convincere” Carlos Slim (socio di Kpn al 30%) a non opporvisi.

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telecom sede 500


Se poi anziché limitarsi ad acquistare i titoli in mano ai soci italiani di Telco il gruppo spagnolo volesse o dovesse optare per un’Opa sul 100% del capitale di Telecom Italia il costo rischierebbe di salire tra i 10 e gli 11,5 miliardi a seconda del prezzo dell’offerta (in questo caso appare infatti improbabile che Allierta arrivi a offrire 1,2 euro a titolo, cosa che implicherebbe il lancio di un’offerta “monstre” da oltre 20 miliardi). Un “biglietto d’ingresso” per il dominio del mercato telefonico italiano che sembrerebbe eccessivo, visto il trend decrescente (per gli analisti di Ubs in modo strutturale) di fatturato e utili del gruppo italiano proprio a causa del calo della domanda interna e della sempre più forte pressione concorrenziale e tenuto conto che a quel punto Telefonica dovrebbe consolidare il debito di Telecom Italia (28,83 miliardi a fine giugno, che Patuano è impegnato a far calare entro i 27 miliardi a fine anno).


Da tener presente, poi, che Telefonica in caso di acquisizione e fusione con Telecom Italia si troverebbe a dover cedere Tim Brasil (che ha fatturato e utili in crescita), secondo operatore mobile brasiliano con una quota di mercato del 26%, giusto l’1% in meno di Vivo, controllato dalla stessa Telefonica. Anatel, l’Antitrust brasiliano, ha infatti già fatto capire che non tollererebbe che un solo gruppo possa controllare i primi due gestori mobili del paese e che imporrebbe la cessione di una delle due partecipazioni.  Guai simili vi sarebbero anche in Argentina, dove Tim Argentina è il principale concorrente di Telefonica Argentina. Unica “soddisfazione” sarebbe per Allierta la possibilità di pilotare la cessione in modo da non rafforzare concorrenti diretti e alleggerire l’indebitamento col ricavato della vendita.

Se nonostante tutto Telefonica, come vogliono alcuni rumors, preferisse rilevare le quote dei consoci di Telco, Allierta deve dunque sperare di non dover lanciare una successiva Opa né consolidare il debito del gruppo italiano: anche dando per certo il raggiungimento degli obiettivi prefissati, infatti, 74 miliardi di debito a fronte di ricavi tra i 94,5 e i 95 miliardi di euro complessivi potrebbero sembrare eccessivi alle agenzie di rating, che già da tempo sono concordi nell’indicare un outlook “negativo” per il merito di credito del gruppo spagnolo (Standard & Poor’s attribuisce al debito a lungo termine di Telefonica un rating “BBB”, Moody’s è ferma sul “Baa2”, Fitch concede un “BBB+”).

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A quel punto, in un mercato dove già i tassi sui bond stanno tornando lentamente a salire in previsione di minori incentivi monetari da parte della Federal Reserve americana e di una Bce che difficilmente allenterà la propria politica oltre i livelli attuali, la “campagna d’Italia” di Cesar Allierta potrebbe veramente apparire troppo costosa, anche a prezzi che sono ormai una frazione di quei 2,6 euro per azione che Telefonica pagò nel 2007 per entrare in Telecom Italia (contro i 2,2 euro a titolo pagati dai soci italiani).

Luca Spoldi