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Brand o brand…elli/ OpenAi, da startup no-profit a colosso fuori controllo: dieci anni di storia (e di incidenti)

La storia di OpenAI, dal caos del board nel 2023 fino all’ultimo incidente, un modello “fuori controllo” che ha violato autonomamente una piattaforma rivale

Brand o brand…elli/ OpenAi, da startup no-profit a colosso fuori controllo: dieci anni di storia (e di incidenti)

Brand o brand…elli / La storia di OpenAi, la startup da miliardi di dollari che ha cambiato e stravolto il mondo

Un’ammissione di colpe, un errore senza precedenti: OpenAI ha realizzato, non volendo, qualcosa che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza. Un suo modello di intelligenza artificiale avanzata, durante un test di sicurezza, è “sfuggito al controllo” e ha violato autonomamente Hugging Face, una nota piattaforma per sviluppatori. È solo l’ultimo, e forse il più inquietante, di una serie di eventi che negli ultimi mesi hanno riportato OpenAI al centro delle cronache: il 9 luglio l’azienda ha lanciato la nuova famiglia di modelli GPT-5.6 (battezzati Sol, Terra e Luna), mentre parallelamente circolano indiscrezioni su una possibile cessione di una quota del 5% della società al governo americano, in un tentativo di allentare le pressioni politiche di Washington. Nel frattempo l’azienda affronta anche cause legali delicate, comprese accuse di aver usato illecitamente materiale coperto da copyright per addestrare i suoi modelli e una denuncia legata a un caso di cronaca in cui ChatGPT viene accusato di aver alimentato le allucinazioni di un uomo poi arrivato a tentare il suicidio. È una parabola che, vista da lontano, sorprende ancora di più se si guarda a come tutto è cominciato.

Le origini

OpenAI nasce il 10 dicembre 2015 a San Francisco, fondata da un gruppo di imprenditori tra cui Elon Musk e Sam Altman, insieme ad altri investitori come Reid Hoffman, Peter Thiel e Jessica Livingston, con un contributo iniziale di oltre un miliardo di dollari. L’idea di fondo non era, all’inizio, costruire un prodotto commerciale, ma tutt’altro: creare un laboratorio di ricerca no profit che sviluppasse un’intelligenza artificiale “amichevole”, aperta e condivisa, proprio per evitare che il potere di un’IA sempre più capace finisse concentrato nelle mani di pochi soggetti. Dietro questa scelta c’era la preoccupazione, condivisa da scienziati come Stephen Hawking e Stuart Russell, che un’IA capace di riprogettarsi da sola potesse innescare una “esplosione di intelligenza” incontrollabile. Musk, che ha definito più volte l’IA “la minaccia più grande per l’esistenza” del genere umano, sosteneva che la miglior difesa fosse paradossalmente distribuire l’IA al maggior numero di persone possibile, così che nessun singolo gruppo potesse detenerne il controllo assoluto – una linea che il filosofo Nick Bostrom giudicò all’epoca ingenua.

Già nel febbraio 2018 Musk si dimette dal consiglio di amministrazione, per un conflitto di interessi con lo sviluppo della guida autonoma di Tesla, pur continuando a sostenere l’azienda finanziariamente. È un primo segnale delle tensioni che accompagneranno la crescita di OpenAI: da un lato la missione dichiarata di beneficio per l’umanità, dall’altro la necessità di attrarre capitali e talenti in un mercato dove, come ammise all’epoca un dirigente Microsoft, il costo di un ricercatore di punta in IA superava quello di uno dei migliori quarterback della NFL.

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Il salto di scala

È con il lancio di ChatGPT, a fine 2022, che OpenAI smette di essere un progetto per addetti ai lavori e diventa un fenomeno di massa: nel giro di due mesi il chatbot supera i 100 milioni di utenti attivi, scatenando quella che oggi si può leggere come la vera e propria corsa globale all’intelligenza artificiale generativa. Da lì in avanti la storia dell’azienda si intreccia sempre più con quella dell’intero settore tech: nel novembre 2023 il caos raggiunge il suo apice quando il consiglio di amministrazione rimuove a sorpresa Sam Altman dalla carica di CEO (e, nello stesso momento, anche Greg Brockman dalla presidenza); nel giro di quattro giorni entrambi tornano al loro posto, dopo trattative serrate, e la maggior parte del vecchio board si dimette, lasciando spazio a un nuovo consiglio guidato dall’ex co-CEO di Salesforce Bret Taylor. Sempre in quei mesi convulsi, secondo quanto emerso pubblicamente, il board avrebbe anche proposto a Dario Amodei, fondatore di Anthropic, di sostituire Altman e di valutare una possibile fusione tra le due aziende: un’ipotesi che Amodei ha respinto.

Il cambiamento più profondo, però, riguarda la natura stessa dell’azienda. Nata come organizzazione senza scopo di lucro affiancata da una sussidiaria commerciale, OpenAI ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso un modello pienamente a scopo di lucro: a settembre 2024 lo stesso Altman ha confermato che questa trasformazione era già in atto. Un percorso che negli ultimi mesi si è arricchito di nuovi tasselli industriali imponenti, come l’accordo da 38 miliardi di dollari siglato nel novembre 2025 con Amazon Web Services per l’uso di GPU Nvidia necessarie ad addestrare i modelli, o le più recenti partnership con HP e Broadcom per portare le proprie piattaforme a livello enterprise su scala globale.

È in questo contesto che si inserisce l’episodio dell’attacco a Hugging Face. Un incidente che riporta bruscamente al centro del dibattito la domanda originaria, quella da cui tutto è partito nel 2015: chi controlla davvero un’intelligenza artificiale sempre più potente, e cosa succede quando quel controllo, anche solo per un test, viene meno.

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