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Brasile, c’era una volta la Lulanomics. Rio alla ricerca di una nuova via per crescere

 

dilma roussef

Ben Bernanke, numero uno della Federal Reserve, non deve più temere per il suo futuro, essendo stato virtualmente “licenziato” in anticipo dal presidente americano Barack Obama che ha fatto capire che a gennaio non sarà offerto un terzo mandato all’attuale banchiere centrale americano. Forse per questo in settimana ha dismesso i panni della “colomba” a oltranza e parlato chiaro: se i dati macroeconomici supporteranno le attese di una crescita finalmente “sostenibile” (il Pil statunitense dovrebbe crescere, beati loro, tra il 3% e il 3,5% nel 2014) e in grado di riassorbire la disoccupazione (facendola scendere almeno sotto il 7%) senza creare inflazione (che resta ampiamente sotto i target ed è anzi vista in possibile ulteriore calo a medio termine), la Federal Reserve già nel corso dei prossimi mesi inizierà a togliere gas agli acquisti di bond sul mercato, che finora avvengono all’impressionante ritmo di 85 miliardi di dollari al mese, per poi arrestare completamente il terzo programma di allentamento quantitativo entro la metà del prossimo anno.

L’ultima parola spetterà, in verità, a Janet Yellen (attuale vicepresidente della Federal Reserve) o a Lawrence Summers (ex direttore del National Economic Council per la prima amministrazione Obama dopo essere stato dal 1999 al 2001 Segretario al Tesoro sotto Clinton), i più accreditati tra i possibili successori di Bernanke e certamente pronti a sostenere il più possibile la ripresa a stelle e strisce, ma per i mercati azionari e obbligazionari ormai la “frittata” è stata fatta: occorrerà, sfortuna somma, imparare a convivere nuovamente con la realtà di un’economia in ripresa in cui sia i tassi d’interesse sia gli utili tenderanno a risalire, senza il supporto (per alcuni la droga) rappresentato dalla continua creazione di liquidità da parte della banca centrale Usa, che peraltro ben si guarda dall’accennare anche solo ad un possibile, futuro, frazionale rialzo dei tassi d’interesse sui Fed Funds, da tempo virtualmente pari a zero.

La conseguenza più negativa, per una volta, non sembra riguardare, al di là delle inevitabili prese di profitto di breve periodo, i mercati occidentali, se non altro perché i mercati, smaltiti i facili entusiasmi e la successiva delusione per le difficoltà iniziali, tengono d’occhio il Giappone dove il premier Shinzo Abe proverà a riavviare dopo vent’anni di deflazione e di crescita nulla la seconda maggiore economia mondiale. A soffrire maggiormente sembrano destinati ad essere questa volta i mercati emergenti sia del debito (per la tensione sui tassi) sia azionari, visto che le previsioni sulla crescita cinese per quest’anno e il prossimo vengono limate mese dopo mese, la Russia non cresce più come un tempo essendosi arrestata la corsa al rialzo dei prezzi delle materie prime, qualche problema lo si nota da tempo anche in India e in Sud Africa.

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A preoccupare maggiormente, tra tutti i “Brics“, è il Brasile, che nei primi tre mesi dell’anno ha visto il Pil crescere di solo dello 0,6% trimestrale, in presenza di un’inflazione che resta sopra i target fissati dalla banca centrale (problema del resto comune anche ad altri “Brics”, come l’India). Per gli esperti sono i sintomi di una delle peggiori situazioni che può affrontare un paese, la stagflazione ossia un aumento strisciante dei prezzi in assenza di crescita economica, eventualità che quasi sempre si lega ad un problema di natura domestica, come ben sanno gli italiani che da oltre 15 anni non vedono crescere l’economia del Belpaese (anzi), in compenso notando un lento ma costante aumento del costo della vita.

La situazione brasiliana preoccupa perché potenzialmente esplosiva, come dimostrano le proteste di queste ultime settimane contro gli ultimi aumenti dei prezzi di alcuni servizi pubblici in coincidenza con i pesanti investimenti (ufficialmente 15 miliardi di dollari, ma gli italiani ben sanno come certi costi tendano nel tempo a lievitare) che il paese ha deciso di sostenere per essere sede dei mondiali di calcio del 2014. Una tensione sociale che rischia di coinvolgere vasti strati di una classe media che in Brasile, come in altri mercati emergenti in America Latina, Est Europa e Asia, si è andata formando grazie ad un decennio di crescita sostenuta accompagnata da una netta contrazione della disoccupazione.

In Brasile, in particolare, la crescita è stata sostenuta da provvedimenti a favore dei consumi privati (come l’aumento del salario minimo e della spesa pubblica) che hanno portato sia lo stato sia le famiglie ad aumentare il proprio indebitamento e che paiono sempre meno sostenibili. Il tutto ha attirato ingenti flussi di capitali internazionali che ora stanno uscendo in modo sempre più massiccio, portando a deflussi di riserve valutarie e mettendo sotto pressione il real brasiliano. Quello che servirebbe, per evitare il definitivo collasso dell’economia carioca, sarebbe una serie di misure che cambiassero il modello economico di riferimento, passando da un’economia trainata dai consumi a un’economia spinta dagli investimenti.

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Più facile a dirsi che a farsi, perché sarebbe necessario privatizzare infrastrutture, innalzare la produttività del lavoro non agendo solamente sulle retribuzioni ma sulla formazione della manodopera, eliminare sussidi che se tengono basso il prezzo di molti beni di prima necessità (come lo zucchero o la benzina) distorcono la concorrenza e danneggiano lo sviluppo di investimenti nei rispettivi settori, ridefinire il perimetro del welfare brasiliano decidendo cosa può essere gestito dallo stato (e come finanziarlo) e cosa deve essere gestito dal settore privato.

L’alternativa è finire col trasformarsi in un’Italia sudamericana, con un sistema economico invecchiato precocemente ed ormai disfunzionale alle esigenze del paese. E il rischio che a quel punto sia gli investimenti finanziari sia quelli diretti dall’estero (si pensi a Fiat, da tener d’occhio per il peso rilevante del Brasile su fatturato e utili del gruppo italiano) vengano stornati verso altri e più promettenti mercati. Per il momento, dunque, meglio non farsi tentare dai ribassi di fondi e ETF focalizzati su azioni o bond brasiliani e dei mercati emergenti ed attendere che passi l’estate. Ci sarà tempo per entrare a prezzi vantaggiosi una volta che sarà chiaro quali modelli di sviluppo Brasilia, ma anche Pechino, Mosca, Nuova Delhi e Johannesburg, decideranno di seguire nel loro futuro e di quanto debito (o riforme) avranno bisogno per riuscire a ripartire.

Luca Spoldi