Rincaro gasolio e rischio Hormuz: Gallitelli (Assopetroli) fa il punto sulla crisi dei carburanti
Mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua a pesare sui mercati energetici, il costo del gasolio torna a mettere sotto pressione famiglie, imprese e autotrasportatori. Alle tensioni internazionali si aggiungono le difficoltà nei traffici marittimi e la scarsa disponibilità di carburante raffinato in Europa, due fattori che spingono verso l’alto i listini alla pompa.
Il nodo, infatti, non riguarda solo le quotazioni del petrolio greggio. I passaggi chiave come lo Stretto di Hormuz restano sotto osservazione speciale, mentre il calo delle esportazioni russe e la ridotta capacità delle raffinerie europee mantengono i prezzi alti. Quanto contano le rotte navali a rischio? Che cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi mesi? E quali misure dovrebbe prendere il governo per abbassare i prezzi senza danneggiare i distributori indipendenti?
A fare il punto è Sebastiano Gallitelli, Segretario Generale di Assopetroli-Assoenergia, che ad Affaritaliani analizza l’impatto della crisi sui distributori, i rischi per le forniture e le mosse necessarie per sostenere il settore.
La guerra tra Usa e Iran ha riportato forte pressione sul prezzo del petrolio e del gasolio. Quanto è già evidente questo effetto alla pompa e cosa possiamo aspettarci nelle prossime settimane?
L’effetto è già evidente: le rilevazioni del MIMIT del 7 ottobre indicano prezzi medi del gasolio self generalmente intorno a 2,25–2,27 euro al litro. Ma per capire questa crisi bisogna guardare anche oltre il prezzo del petrolio.
Il gasolio risente della minore disponibilità di prodotto raffinato e delle difficoltà nei traffici marittimi: l’Agenzia internazionale dell’energia segnala tensioni particolarmente forti proprio su questo carburante. Per le prossime settimane dobbiamo quindi prepararci a una volatilità elevata. Una distensione del conflitto favorirebbe un alleggerimento dei prezzi, ma i tempi dipenderanno dal ripristino delle forniture e della logistica. Se invece le tensioni continueranno, resterà concreto il rischio di nuovi rincari.
Il rischio di tensioni sulle forniture e di una crisi legata allo Stretto di Hormuz quanto preoccupa il settore? L’Italia ha scorte e alternative sufficienti per evitare problemi di approvvigionamento?
Hormuz preoccupa molto, perché le difficoltà su quella rotta si ripercuotono sull’intero mercato internazionale. Chi acquista da quelle aree sta riprogrammando la propria domanda verso altre zone, mettendo sotto stress l’offerta. Siamo in una fase di mercato petrolifero “corto”, in cui si è disposti a pagare di più per accaparrarsi il prodotto disponibile.
L’Italia dispone di un sistema di scorte petrolifere di emergenza, al quale contribuiscono gli operatori e l’Organismo centrale di stoccaggio italiano. È una protezione importante, ma le riserve servono a gestire l’emergenza e a guadagnare tempo. Le forniture alternative possono attenuare il problema, ma devono essere disponibili nei volumi necessari e raggiungere tempestivamente il nostro mercato.
Inoltre, avere greggio disponibile non equivale automaticamente ad avere tutto il gasolio necessario. L’Europa, nell’ultimo decennio, ha perso, per scelta, capacità di raffinazione, preferendo importare prodotti finiti. Per questo la difficoltà a reperire il prodotto raffinato sul mercato, prevalentemente gasolio, alimenta la pressione sui prezzi.
Sotto questo aspetto, oltre a Hormuz, incide anche la crisi russo-ucraina e la conseguente riduzione delle esportazioni di gasolio da parte della Russia, non tanto per gli acquisti diretti, quanto per la carenza di gasolio a livello globale. Nei giorni scorsi l’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) e i Paesi del G7 hanno concordato l’immissione sul mercato di un totale di 100 milioni di barili nei prossimi quattro mesi, con una forte concentrazione di gasolio, con l’obiettivo di allentare la pressione sui prezzi.
Con il gasolio arrivato a pesare sempre di più sui costi di famiglie, autotrasportatori e imprese, quali interventi servirebbero subito dal governo per contenere i prezzi senza scaricare ulteriori costi sulla filiera?
Servono interventi sulla fiscalità e una calmierazione che coinvolga tutta la filiera. Occorre una riduzione temporanea delle accise, accompagnata da sostegni mirati per famiglie e imprese maggiormente esposte. Nelle ultime due settimane assistiamo a interventi di calmierazione sui prezzi dei carburanti acquistati tramite rete, attuati, in risposta alla sollecitazione del Governo, dalle principali compagnie petrolifere, in prevalenza soggetti verticalmente integrati.
Su questo aspetto, sicuramente lodevole per gli effetti di mitigazione dei prezzi a favore dell’automobilista, Assopetroli-Assoenergia, associazione che rappresenta gli operatori indipendenti e i grossisti, ha evidenziato il rischio di creare squilibri alla concorrenza se una parte della rete distributiva, quella degli indipendenti, non può accedere a condizioni d’acquisto calmierate e, conseguentemente, è impossibilitata a competere.
Il discorso è semplice: per le consegne extra-rete occorrono prezzi di acquisto sufficientemente inferiori al prezzo calmierato finale da coprire trasporto, distribuzione e servizio. Altrimenti si chiede agli operatori indipendenti di vendere senza poter sostenere i propri costi. Questo equilibrio diventa ancora più necessario se le misure proseguono oltre ottobre. Proteggere i consumatori nel lungo termine richiede anche di preservare la concorrenza nel breve.


