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Il governo italiano “ha intenzione di presentare al Paese e ai mercati, in autunno, un piano di privatizzazioni e di attrazione degli investimenti” ed “è evidente che Cdp, per una serie di motivi, sarà parte di questo lavoro” dato che “il perimetro della Cassa depositi e prestiti è aumentato”. Torna sul tema delle privatizzazioni il premier Enrico Letta, che però glissa la domanda se Cdp rileverà una quota della “Newco” a cui Telecom Italia sta pensando di conferire la rete fissa italiana.

“Il tema delle reti è un tema su cui si riflette e si ragiona, ma non vorrei dire altro”, così come attorno al tema di un possibile ingresso di Cdp nel capitale della stessa Telecom Italia Letta ammette che “ci sono evoluzioni e discussioni”, ma taglia corto spiegando che “questo esula dal tema di oggi” e che “per adesso non si parla di ipotesi di questo genere”.

Una parziale correzione di rotta, rispetto alle prime dichiarazioni di fine luglio del premier di un grande “piano di privatizzazioni” da presentare in autunno che aveva fatto temere che sul mercato potessero finire anche quote di aziende come Eni o Enel che si sono rivelate in grado in questi anni di remunerare il capitale (pubblico o privato che fosse) con un flusso di dividendi sostanzioso e costante, mediamente tra il 6% e il 6,5%, dunque nettamente maggiore del costo del debito pubblico che si aggira ormai poco sopra il 3,5%.

Non solo: il tema delle privatizzazioni come strategia per abbattere il debito pubblico secondo alcuni osservatori è un falso problema, visto che le risorse generate non sarebbero pari neppure alle metà del costo degli interessi sul debito di quest’anno (cifra che oscilla tra i 65 e i 75 miliardi di euro complessivi a seconda delle fonti e dell’andamento dei tassi d’interesse in asta).

Vendere ora, in condizioni di mercato che restano fortemente sacrificate tanto che in tutto il mondo le operazioni di privatizzazioni sono in questo momento al minimo storico, rischierebbe dunque di rappresentare un clamoroso autogol per il Tesoro, che deve piuttosto sperare che la più volte evocata “luce in fondo al tunnel” si materializzi in una ripresa sufficientemente vigorosa e sostenibile da riportare la crescita del Pil nominale sopra il costo del debito, cosa che al momento appare tutt’altro che scontata.

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