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Economia
Censis, 8 milioni di individui come capitale umano inutilizzato

Oltre 60% italiani ha paura di finire in poverta' - Il picco negativo della crisi e' ormai alle spalle, ne e' convinto il 47% degli italiani, il 12% in piu' rispetto allo scorso anno. Ma per oltre il 60% puo' capitare a chiunque di finire in poverta'. E' quanto emerge dal 48esimo rapporto del Censis sulla situazione del Paese, presentato oggi. A prevalere ora, spiega il Centro Studi Investimenti Sociali, e' l'incertezza. Nel nostro Paese c'e' una vulnerabilita' diffusa tanto che il 60% degli italiani ritiene che possa capitare a chiunque di finire in poverta', quota che sale al 67% tra gli operai e al 64% tra i 45-64enni. Una delle conferme viene anche dal tasso di natalita': in Italia si fanno sempre meno figli, per 8 su 10 e' colpa proprio della crisi. Pensando al futuro, il 29,2% degli italiani e' inquieto perche' ha un retroterra fragile, il 29% in ansia perche' non ha una rete di copertura, il 24% dice di non avere le idee chiare perche' tutto e' molto incerto e solo poco piu' del 17% dichiara di sentirsi abbastanza sicuro e con le spalle coperte. Tra i giovani (18-34 anni) sale al 43% la quota di chi si sente inquieto e con un retroterra fragile e scende ad appena il 12% la quota di chi si sente al sicuro. L'incertezza sul futuro si riflette anche sulla gestione dei soldi da parte delle famiglie. A giugno 2014 e' cresciuta fino a 1.219 miliardi di euro la massa finanziaria liquida di contanti e depositi bancari delle famiglie italiane. Il 44,6% dei nuclei familiari destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti, come la perdita del lavoro o la malattia, il 36,1% lo finalizza alla voglia di sentirsi con le spalle coperte. La parola d'ordine e': tenere i soldi vicini per ogni evenienza. Secondo le stime del Censis, inoltre, 6,5 milioni di persone negli ultimi 12 mesi, per la prima volta nella loro vita, hanno dovuto integrare il reddito familiare mensile con risparmi, prestiti, anticipi di conto corrente o in altro modo, magari per affrontare una spesa imprevista.

Otto milioni individui capitale umano inutilizzato - E' di quasi 8 milioni di individui il capitale umano inutilizzato che non si trasforma in energia lavorativa. A questa cifra si arriva se si guarda al numero di disoccupati, che nel 2013 sono piu' di 3 milioni e si aggiungono i circa 1.780.000 cittadini in eta' lavorativa inattivi perche' scoraggiati e gli oltre 3 milioni di persone che pur non cercando attivamente lavoro sarebbero disponibili a lavorare. I piu' penalizzati sono i giovani. I 15-34enni costituiscono il 50,9% dei disoccupati totali. E i Neet, cioe' i 15-29enni che non sono impegnati in percorsi di istruzione o formazione, non hanno un impiego ne' lo cercano, sono in continua crescita: da 1.832.000 nel 2007 a 2.435.000 nel 2013. Il potenziale femminile e' anch'esso ampiamente mortificato, prosegue il Censis nella sua analisi. Le donne, infatti, costituiscono il 45,3% dei disoccupati, ma soprattutto il 65,8% degli inattivi scoraggiati e il 60,6% delle persone disponibili a lavorare. Sul fronte dell'occupazione, il Centro Studi Investimenti Sociali evidenzia un disequilibrato e antieconomico utilizzo dell'offerta di lavoro: il capitale umano sottoutilizzato, composto dagli occupati part time involontari (2,5 milioni nel 2013, raddoppiati rispetto al 2007) e dagli occupati in Cassa integrazione, il cui numero di ore e' passato nel periodo 2007-2013 da poco piu' di 184.000 a quasi 1,2 milioni, corrispondenti a 240.000 lavoratori sottoutilizzati. C'e' anche il capitale umano sotto inquadrato, cioe' persone che ricoprono posizioni lavorative per le quali sarebbe sufficiente un titolo di studio inferiore a quello posseduto: sono piu' di 4 milioni di lavoratori, il 19,5% degli occupati. Di questi il 53,3% e' costituito da diplomati (2,3 milioni di lavoratori) e un ulteriore 41,3% da laureati.

Dal 2007 -60% capitali stranieri, bene export e turismo - L'Italia piace all'estero ma non attrae capitali stranieri. Se da un lato, infatti, cala la capacita' del nostro paese di attrarre capitali stranieri (nel 2013 sono stati pari a 12,4 miliardi di euro) cresce, invece, l'export dei prodotti made in Italy alimentari, di abbigliamento, arredo e automazione (+30,1% tra il 2009 e il 2013) e il Belpaese e' la quinta destinazione turistica al mondo. E' quanto emerge dal rapporto annuale sulla situazione sociale del paese elaborato dal Censis. Nel 2013 e' diminuita la capacita' dell'Italia di attrarre i capitali stranieri, lo scorso anno sono stati pari a 12,4 miliardi di euro. Una flessione di circa il 60% rispetto il 2007. Nel periodo precedente all'esplosione delle turbolenze finanziarie, i flussi in entrata di investimenti diretti esteri si erano attestati su un livello superiore ai 30 miliardi di euro all'anno e nel 2012 di appena 72 milioni. A pesare, secondo il Censis, un deficit reputazionale. Inoltre, il nostro paese detiene solo l'1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri contro il 2,8% della Spagna, il 3,3% della Germania, il 4,2% della Francia, il 6,3% del Regno Unito. L'export delle 4 A del made in Italy (alimentari, abbigliamento, arredo-casa e automazione) e' aumentato del 30,1% in termini nominali tra il 2009 e il 2013. Nel capitolo del Rapporto, dedicato all' "Italian way of life: cosa piace di noi all'estero" si evidenzia come sempre piu' persone parlino la nostra lingua: circa 200 milioni nel mondo. E crescono le reti di aziende italiane in franchising all'estero: 149 reti nel 2013 per un totale di 7.731 punti vendita (+5,3% rispetto al 2011). L'interesse suscitato all'estero dall'Italia, sebbene non adeguatamente sfruttato, non conosce crisi. Siamo la quinta destinazione turistica al mondo, con 186,1 milioni di presenze turistiche straniere nel 2013 e 20,7 miliardi di euro spesi (+6,8% rispetto al 2012).

Nel 2014 sono sbarcati 147mila migranti, uno su 5 è un minore - Dal primo gennaio a meta' ottobre sulle coste italiane sono stati gestiti 918 sbarchi, nel corso dei quali sono arrivati 146.922 migranti, per l'11% donne e per il 21,2% minori. Il Censis per l'ultimo anno, parla di una "emergenza senza precedenti" e di "numeri che destano allarme: nel 2011, anno record per gli effetti delle 'primavere arabe', gli arrivi erano stati 63mila, 13mila nel 2012 e 43mila in tutto il 2013". I dati di Frontex indicano una prevalenza di eritrei e siriani tra coloro che hanno attraversato il Mediterraneo nei primi otto mesi del 2014; seguono i cittadini di Mali, Nigeria, Gambia e Somalia. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni stima che siano stati oltre 3mila i morti nel Mediterraneo tra gennaio e settembre 2014, e 22.400 quelli che complessivamente hanno perso la vita dal 2000 ad oggi (quasi dieci volte il numero delle vittime degli attentati alle Torri Gemelle). Una tragica media di 1.500 morti ogni anno, che diventano oltre 3mila nei soli primi nove mesi del 2014. Numeri che, secondo il Censis, "mettono a dura prova anche il sistema di accoglienza di chi riesce a giungere a terra". Complessivamente, al 30 settembre le strutture di diversa natura presenti sul territorio nazionale ospitavano 61.536 migranti, collocati per piu' della meta' in soluzioni alloggiative temporanee (il 52,8%, con un maggiore presenza in Sicilia, Lombardia e Campania), per un ulteriore 30% nelle strutture facenti capo allo Sprar (soprattutto nel Lazio, in Sicilia e in Puglia) e per il 17% circa nei centri governativi (i maggiori si trovano in Sicilia, Puglia e Calabria).

Boom occupati over 50, lavoro 'ibrido' per un giovane su 2 - Boom di occupati over 50, giovani con lavori "ibridi" e ripetuti periodi di inattivita' lavorativa. E' questa la fotografia del mondo del lavoro che emerge nel rapporto annuale. Dal 2011 a oggi si registra un boom di occupati over 50 (+19,1%), in concomitanza del crollo osservato tra quanti hanno un'eta' inferiore (-11,5%). Se da un lato - spiega il Centro Studi Investimenti Sociali - e' un effetto diretto delle riforme previdenziali entrate a regime, dall'altro contiene in se' le disfunzioni di un mercato del lavoro che chiude le porte alle nuove leve e le spalanca ai lavoratori piu' anziani, oltre ai numerosi casi di chi sceglie di restare al lavoro pur avendo maturato i requisiti per il pensionamento per non intaccare il livello di reddito e di coloro che si erano chiamati fuori dal mercato del lavoro ma sono stati indotti a rimettersi in gioco dal peggiorare delle condizioni economiche. E' pari al 50,7% la quota dei lavoratori "ibridi" tra gli occupati di eta' compresa tra i 15 e i 24 anni. Quest'area di lavoro comprende temporanei, intermittenti, collaboratori, finte partite Iva e prestatori d'opera occasionale. La quota degli "ibridi" scende progressivamente all'aumentare dell'eta' (il 22,9% tra i 25 e i 34 anni) e risale in prossimita' dell'uscita definitiva dal mercato del lavoro (il 20,6% tra gli over 65).

Salute 1, per 86,7% italiani il Servizio sanitario nazionale resta fondamentale - Il Servizio sanitario nazionale, nonostante i suoi difetti e' "fondamentale per garantire salute e benessere a tutti". Lo ritiene l'86,7% dei cittadini. Il Servizio sanitario rimane dunque "una istituzione essenziale e non puo' essere smantellato o ridimensionato drasticamente". Le manovre sulla sanita', la spending review e i Piani di rientro nelle regioni in cui sono attivati hanno contributo all'ampliamento delle vecchie disparita' e alla creazione di nuove nelle opportunita' di cura. Il 50,2% degli italiani e' convinto che tali politiche di contenimento abbiano aumentato le disuguaglianze. La spesa sanitaria privata e' cresciuta da 29.578 milioni di euro nel 2007 a 31.408 milioni di euro nel 2013, con una dinamica incrementale interrotta solo nell'ultimo anno, presumibilmente per la convergenza di spese di altro tipo sui bilanci di tante famiglie. Nel nuovo contesto si registra non solo un approfondimento di disuguaglianze antiche, ma anche l'insorgenza di disuguaglianze inedite legate alla nuova geografia dei confini pubblico-privato in sanita', e all'espansione della sanita' a pagamento o, per chi non ce la fa, la rinuncia a curarsi e a fare prevenzione. Non e' un caso che alla richiesta di indicare i fattori piu' importanti in caso di malattia di una persona, il 48,1% degli italiani richiami il denaro che si possiede. Piu' disuguaglianze, quindi, che penalizzano i soggetti piu' fragili dal punto di vista socioeconomico e che nascono da una erosione di fatto della copertura pubblica, e dalla necessita' per i cittadini di ricorrere in misura maggiore all'acquisto di prestazioni nel privato.

Salute 2, gli italiani si informano sempre di piu' on line - La pratica dell'e-health, sempre piu' diffusa (il 41,7% degli italiani nel 2014 cerca informazioni on line sulla salute), ha inevitabilmente contribuito a ridisegnare il rapporto tra paziente e medico. Non di rado le informazioni reperite on line vengono chiamate in causa al momento del confronto diretto con il medico e utilizzate per discutere e confrontarsi sui risultati, ma anche per contestare al medico l'esattezza della sua diagnosi. In aumento e' il ricorso a forum e blog per discutere di questioni sanitarie. E' quanto emerge dal Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese. Negli ultimi decenni e' cresciuta l'attenzione della popolazione rispetto ai temi sanitari: gli italiani si giudicano sempre piu' informati sui temi sanitari e indicano di prestare sempre piu' attenzione quando si parla di salute. Se da un lato il bagaglio di saperi degli italiani sui temi sanitari va ricondotto prima di tutto ai professionisti della sanita' (in particolare al medico di medicina generale), dall'altro appare sempre piu' ampia la porzione di popolazione che afferma di tradurre quanto appreso in tv, sulla stampa o su internet in comportamenti finalizzati alla prevenzione o alla cura della salute. L'esposizione a un numero molto elevato di contenuti determina come conseguenza un'alterazione della percezione relativa al proprio livello di conoscenze su temi sanitari. Questa discrepanza tra conoscenze presunte e informazioni possedute e' stata messa in luce da diverse ricerche che il Censis ha condotto tra il 2012 e il 2014, dalle quali e' emerso che la conoscenza su temi sanitari non risulta completamente adeguata anche nei casi in cui il soggetto risulti direttamente coinvolto in una specifica situazione patologica. Tra i pazienti affetti da fibrillazione atriale, ad esempio, solo il 58,8% ha correttamente definito l'ictus una malattia del cervello, con un dato che varia con il titolo di studio: dal 74,1% di chi ha piu' titoli di studio al 45,6% di chi ha titoli piu' bassi, rivelando un'incertezza particolarmente grave in quanto presente in una popolazione ad alto rischio. Cittadini e pazienti si ritrovano dunque spesso sotto una pioggia di contenuti e notizie tra cui non e' sempre facile selezionare le informazioni corrette e affidabili. E cosi' e' sempre piu' ampia, e anzi nell'ultimo anno e' diventata maggioritaria, la percentuale di italiani che pensano che troppe informazioni sulla salute rischiano di creare confusione e incertezza.

Università, meno iscritti nel 2013 soprattutto al Sud - Tra il 2008 e il 2013 gli iscritti alle universita' statali sono diminuiti del 7,2% e gli immatricolati del 13,6%. L'andamento decrescente ha interessato tutti gli atenei tranne quelli del Nord-Ovest, dove gli iscritti sono aumentati del 4,1% e gli immatricolati dell'1,3%. Secondo il Censis nelle universita' del Nord-Est la contrazione dell'utenza e' stata piu' contenuta: -2,3% di iscritti e -5,9% di immatricolati. Al Centro invece il numero degli studenti iscritti si e' contratto del 12,1% e quello degli immatricolati del 18,3% e al Sud dell'11,6% e del 22,5%. L'indice d'attrattivita' delle universita' sembra premiare non solo quelle del Nord-Ovest (da 3,9% nel 2008 a 8,6% nel 2013), ma anche del Nord-Est, che, sebbene abbiano ridotto l'utenza complessiva, hanno comunque accresciuto quella proveniente da fuori regione, passando dall'11% all'11,8%. L'ulteriore contrazione dell'indice di attrattivita' degli atenei meridionali (da -21,8% nel 2008 a -22,8% nel 2013) sembra confermare la presenza di criticita' strutturali note, a loro volta inserite nell'ambito di contesti territoriali segnati - scrive il Censis - da derive di sottosviluppo economico di lungo periodo. Il dato che invece sembra essere piu' allarmante e' la caduta nei cinque anni di riferimento dell'indice di attrattivita' delle universita' del Centro Italia, che e' passato da 21,8% nel 2008 a 12,4% nel 2013, marcando un'apprezzabile riduzione del capitale reputazionale di tali istituzioni. Aumenta inoltre l'incidenza delle tasse d'iscrizione sul totale delle entrate delle universita': da un valore intorno all'11% dei primi anni 2000, le entrate contributive si attestano al 13% nel 2010, per poi raggiungere nel 2012 quota 13,7%. I dati disaggregati per ripartizione territoriale indicano una separazione netta nel tempo degli andamenti delle entrate contributive tra le universita' settentrionali da un lato, e quelle centrali e meridionali dall'altro. Le prime si pongono, infatti, al di sopra delle medie nazionali e oltre la soglia del 15% sia nel 2011, sia nel 2012; le seconde, invece, al di sotto.

Nel 2012-2013 solo il 54% Comuni dotati di servizi per l'infanzia - Nel 2012-2013 solo il 54,6% dei Comuni italiani ha attivato servizi per l'infanzia, arrivando a coprire appena il 13,5% dei potenziali utenti. E' quanto emerge dal Rapporto annuale, che ricorda come gia' nel 2002 l'Unione europea sul fronte dei servizi prescolari abbia individuato come obiettivi la copertura del 33% dei bambini sotto i 3 anni e del 90% per quelli dai 3 anni all'eta' d'ingresso nel ciclo primario. In nessuna regione si raggiunge l'obiettivo comunitario e si va dal 27,3% dell'Emilia Romagna al 2,1% della Calabria. Il numero di posti disponibili nelle scuole dell'infanzia, statali, comunali e paritarie, e' invece sufficiente a coprire la domanda, coinvolgendo ormai quasi la totalita' degli aventi diritto, ma non senza criticita'. I primi risultati di un'indagine Censis sull'offerta prescolare su 1.200 dirigenti di scuola dell'infanzia statale e non statale mostrano che nel 2013-2014, se il 56,6% delle scuole intervistate non ha dovuto predisporre liste d'attesa, piu' di una su tre ha avuto liste d'attesa, comunque via via assorbite dalla scuola (25,5%) o anche da altri istituti (7,4%). Vi e' poi il 10,1% di dirigenti che dichiara di non essere riuscito in ogni caso a rispondere alla domanda espressa dal territorio di riferimento, valore che sale al 16,2% nelle regioni del Nord-Ovest.

In Italia sempre meno figli, per 8 su 10 la colpa è della crisi - In Italia si fanno sempre meno figli. Tra le cause della denatalita' pesano la crisi economica e la mancanza di un lavoro fisso. E' quanto emerge dal Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese. Interrogati sulle possibili cause della scarsa propensione degli italiani ad avere figli, gli intervistati della recente ricerca del Censis sulla fertilita' hanno sottolineato nella grande maggioranza (85,3%) il peso della cause economiche, e in misura piu' marcata al Sud (91,5%). Se l'83,3% degli italiani e' convinto che la crisi economica abbia un impatto sulla propensione alla procreazione rendendo la scelta di avere un figlio piu' difficile da prendere anche per chi lo vorrebbe, questa quota raggiunge il 90,6% proprio tra i giovani fino a 34 anni, che sono contemporaneamente coloro che piu' subiscono l'impatto della crisi e nello stesso tempo dovrebbero essere i protagonisti delle scelte di procreazione. La denatalita' quindi e' un dato ormai strutturale del nostro Paese, che presenta uno dei tassi di natalita' piu' bassi a livello europeo (8,5 bambini nati per 1.000 abitanti). Nel 2013 si e' raggiunto il minimo storico dei nati (514.308) dopo il massimo relativo di 576.659 del 2008: una riduzione di circa 62.000 nati. C'e' da valutare un primo elemento strutturale legato alla riduzione del numero di donne in eta' fertile lungo tutto il territorio nazionale, sia italiane che straniere. A oggi le donne fertili dai 15 ai 30 anni sono circa 4,9 milioni, poco piu' della meta' delle circa 8.660.000 che hanno dai 31 ai 49 anni. Inoltre, questo numero progressivamente sempre minore di donne fertili tende a fare figli sempre piu' tardi (l'eta' media al parto di 31,4 anni e' tra le piu' alte in Europa), riducendo cosi' nei fatti la fertilita' e la possibilita' di avere figli, soprattutto oltre il primo e il secondo. Sempre dalla recente indagine Censis sulla fertilita', emerge che per il 46% degli italiani una donna che vuole avere figli dovrebbe cominciare a preoccuparsi di non averne non prima dei 35 anni, come segnale ulteriore di un modello sociale segnato dalla tendenza a procrastinare tutti i momenti di passaggio alla vita adulta. Al Sud si registra una natalita' piu' bassa di quella del Nord e del Centro. Si tratta di un'area che gode meno dell'effetto compensatorio della fecondita' delle straniere e a questo aspetto vanno associati fattori strutturali legati al quadro d'incertezza occupazionale ed economica che contribuiscono a una profonda revisione anche dei modelli culturali relativi alla procreazione. Gli indicatori di precarieta' della condizione lavorativa, come la quota di occupati a tempo determinato e collaboratori da almeno cinque anni cosi' come quella dei dipendenti con bassa paga, evidenziano in modo netto la condizione piu' problematica dei residenti al Sud. Inoltre, il tasso di disoccupazione per i 25-34enni del Mezzogiorno sfiora il 30% e quello femminile totale il 21,5% contro il 9,5% del Nord.

Il mercato della contraffazione in Italia vale 6 miliardi e mezzo - In Italia il mercato della produzione e vendita di merci contraffatte ha un valore di 6,535 miliardi di euro. E' uno dei dati che emerge dal 48esimo Rapporto annuale Censis. "Se fossero stati venduti gli stessi prodotti sul mercato legale - stimano i ricercatori dell'istituto - si sarebbero avuti 17,7 miliardi di euro di valore di produzione aggiuntiva, con conseguenti 6,4 miliardi circa di valore aggiunto; acquisti di materie prime, semilavorati e servizi dall'estero per un valore delle importazioni pari a 5,6 miliardi di euro; la produzione degli stessi beni in canali ufficiali avrebbe richiesto circa 105mila unita' di lavoro a tempo pieno". Secondo il Rapporto, "riportare sul mercato legale la produzione dei beni contraffatti significherebbe anche avere un gettito aggiuntivo per imposte dirette e indirette di 1,522 miliardi di euro; se a questo si aggiunge la produzione indotta in altri settori dell'economia, pari a quasi 3,760 miliardi di euro, si arriverebbe a un gettito complessivo pari a circa 5,280 miliardi di euro ovvero a un ammanco pari, nel complesso, al 2% del totale delle entrate prese in considerazione". Una recente indagine del Censis per il ministero dello Sviluppo, condotta su funzionari di Camere di commercio, organizzazioni datoriali e di categoria e sindacati, testimonia dell'"elevata presenza di attivita' illegali ai danni delle imprese". Il 58,3% degli intervistati segnala la presenza di imprese parzialmente o totalmente irregolari sul proprio territorio (e il dato sale addirittura al 78,5% nel sud), il 52,4% denuncia la pratica dello sfruttamento lavorativo (il 76,1% al sud) e il 51,3% la presenza di immigrazione irregolare. "Un contesto di questo tipo - conclude il Rapporto - crea un humus favorevole alla presenza e alla diffusione di altri mercati illegali" quali l'abusivismo commerciale e, appunto, la vendita di merci contraffatte". Nel solo commercio al dettaglio, la stima condotta lo scorso anno per Confcommercio ha portato ad individuare almeno 67.627 esercizi commerciali "parzialmente" o "totalmente abusivi", pari al 7,1% del totale. Complessivamente si puo' stimare un fatturato di 8,8 miliardi di euro, pari al 4,7% del totale del volume d'affari

Nel 2013 a picco gli investimenti, dal 2007 -333mld - Nel 2013 si e' registrato il valore piu' basso degli investimenti, a prezzi costanti, degli ultimi tredici anni. Considerando la fase piu' acuta della crisi (dal 2008), la flessione delle spese produttive e' stata superiore al 23%. Si sono ridotti di piu' di un quarto gli investimenti in hardware (-28,8%), costruzioni (-26,9%), mezzi di trasporto (-26,1%), ma anche le spese per macchinari e attrezzature hanno registrato una flessione del 22,9%. Se si considera l'ammontare degli investimenti realizzati nel 2007 come benchmark (369 miliardi di euro) - spiega il Censis - si puo' dire che da allora fino al 2013 c'e' stata una mancata spesa cumulata per investimenti superiore a 333 miliardi di euro. Eppure - si legge nel rapporto - a una cosi' accentuata flessione delle spese produttive, determinata dalla recessione in atto e dalle aspettative negative, non e' corrisposto un peggioramento di eguale portata dei conti delle imprese e un proporzionale prosciugamento di risorse liquide. Dal 2008 a oggi il margine operativo lordo delle imprese si e' mantenuto elevato e a tratti crescente. E il patrimonio netto disponibile delle imprese, oltre a essere 5,8 volte l'ammontare degli investimenti fissi lordi, rileva un andamento crescente. Una discrasia che per il Censis, non ha precedenti. Le risorse liquide disponibili sono passate dai 238 miliardi di euro del 2008 ai 279 miliardi del 2013 (+17,3%). Se il grande capitalismo familiare italiano appare quasi sotto assedio, resta - questo il parere del Censis - una carta vincente per il Paese il microcapitalismo di territorio. Ancora nel primo semestre del 2014 le esportazioni degli oltre 100 distretti industriali (che contribuiscono per piu' di un quarto del valore aggiunto manifatturiero del Paese) sono cresciute del 4,2%, in termini tendenziali, a fronte di un incremento dell'1,2% dell'export manifatturiero complessivo. Nel 2014 il fatturato dei distretti e' stimato in crescita del 2,2% e del 4,7% nel 2015.

Dal 2008 perse 47mila imprese settore manifatturiero (-8%) - Tra il 2008, con la prima ondata di crisi, e la fine del 2014 l'Italia ha perso piu? di 47.000 imprese manifatturiere, con una flessione vicina all'8%. La flessione non accenna a diminuire, dato che solo nell'ultimo anno la riduzione nel comparto e? stata dell'1,1%, con una fuoriuscita di oltre 5.700 imprese. E' quanto rivela il Censis. I comparti in maggiore sofferenza sono quelli dei prodotti in legno, dei mobili, della produzione di pc e di prodotti elettronici, il tessile, i prodotti farmaceutici, la produzione di macchinari, le apparecchiature elettriche e i prodotti in metallo. In questi comparti la flessione del numero di imprese, tra il 2008 e il terzo trimestre del 2014, e? stata superiore al 10%. La riduzione del numero di imprese manifatturiere si e? accompagnata a una drastica riduzione del valore aggiunto, in caduta libera del 17% tra il 2008 e il 2013. L'Italia - spiega il Cenis - ha pero? rivelato performance eccellenti sui mercati esteri. Ad eccezione del 2009, il livello delle esportazioni ha continuato a crescere, ma soprattutto continua l'ascesa dei valori medi unitari all'export dei principali prodotti manifatturieri. Con- tinuano a crescere le esportazioni di prodotti hi-tech, ovvero ad elevato contenuto tecnologico: dalla farmaceutica alle Ict, dall'aerospazio alle apparecchiature elettroniche e di precisione, con una variazione di oltre il 6% tra il 2012 e il 2013, e del 35% rispetto al 2008. Ma crescono costantemente anche le esportazioni dei principali comparti a media tecnologia, che rappresentano ben il 36% del valore complessivo delle esportazioni italiane.

Campania maglia nera uso pc, male anche Piemonte e Lazio (AGI) - Roma, 5 dic. - Maglia nera alla Campania nell'uso del pc: e' del 48% la percentuale di persone tra i 16 e i 74 anni che non hanno mai utilizzato il computer. Ma anche Piemonte (35%), Umbria (35%) e Lazio (30%) si segnalano con percentuali elevate. La media europea e' del 19%, valore cui si avvicinano la Provincia autonoma di Bolzano (23%), Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia (28%), la Lombardia (29%). Sono dati del 48^ Rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese, dove e' detto che lo sviluppo della banda larga mobile e la diffusione degli smartphone si candidano a diventare i vettori di inclusione nella quotidianita' virtuale di una parte di popolazione italiana finora dissuasa dalla complessita' di uso del personal computer, ma intrigata dalla tecnologia user friendly delle applicazioni su dispositivi mobili. La priorita' di ridurre al 15% della popolazione il prossimo anno la percentuale di chi non ha mai usato Internet - percentuale fissata dall'Agenda Digitale - non e' pero' l'unica battaglia che dovrebbe vedere attive le politiche di inclusione e sviluppo digitale del Paese. Si contano infatti ritardi su ritardi dell'Italia sul fronte della modernita' delle infrastrutture rispetto agli altri Paesi membri dell'Unione europea. Se infatti da un lato la banda larga ormai puo' vantare una diffusione in linea con i richiami di Bruxelles, sul fronte della velocita' di connessione e sulla diffusione delle cosiddette Nga (Next Generation Access), evoluzione nell'uso degli impianti a fibra ottica, il quadro appare invece meno roseo. Se nei progetti strategici dell'Italia c'e' il raggiungimento di una copertura a 30Mbps su tutto lo Stivale, e sulla meta' addirittura l'implementazione a 100Mbps entro il 2020, lo scorso anno intanto solo il 21% delle famiglie ha potuto avvantaggiarsi di una copertura ultratecnologica (Nga). E per quanto riguarda lo standard delle connessioni, l'1% dei contratti e' stipulato per una velocita' pari o superiore a 30Mbps e lo 0% contempla una velocita' di rete pari o superiore a 100Mbps, mentre la media Ue segna un 5%.

Tv domina ancora la pubblicita'; e-commerce 2014 sale +17% - Nei primi sei mesi del 2014 si evidenzia un calo degli investimenti pubblicitari del 2,4%. La televisione ha beneficiato dell'effetto della Coppa del mondo di calcio segnando un +1,3% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente; la carta stampata registra una flessione dell'11%, la radio del 2,9% e internet, dopo la galoppata a due cifre conosciuta fino al 2012, ha subito una battuta d'arresto (+0,1%). Lo dice il Censis nel suo 48^ Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. Il Censis segnalando che il primo capitolo della transizione della pubblicita' degli ultimi anni e' costituito dalla diffusione di nuove modalita' di fruizione: ha fatto il suo ingresso in scena la pubblicita' on demand, "fai da te", autogestita dall'utente-consumatore del web 2.0. Il secondo capitolo e' invece consistito nel passaggio dalla tradizionale reclame delle aziende alla web reputation attraverso la costruzione di una immagine aziendale 2.0. Oggi si puo' parlare di un terzo capitolo di questa transizione: la continuita' tra online advertising e e-commerce. La televisione si conferma il mezzo dominante, riuscendo a convogliare piu' della meta' delle risorse spese annualmente dalle aziende per l'informazione commerciale. I quotidiani invece assorbono una fetta di mercato pari al 12,7% contro il 7,6% della stampa periodica; internet si attesta al 7,3% del totale. Nel commercio elettronico l'Europa registra un giro d'affari pari a 350 miliardi di euro nel 2013, dimostrando cosi' una buona vitalita'. I Paesi con il maggiore sviluppo sono il Regno Unito, con un valore di 107 miliardi di euro, la Francia, che puo' contare su un mercato di vendite che pesa 51 miliardi di euro, e la Germania, con 50 miliardi di euro derivanti dall'e-commerce. L'Italia, seppure lontana da queste cifre, secondo le stime chiudera' il 2014 con piu' di 13 miliardi di euro e una crescita del 17% rispetto all'anno precedente. In Italia la percentuale di consumatori elettronici si attesta al 29% con riferimento a un negozio online domestico e l'11% ha scelto un rivenditore presente in un altro Paese dell'Unione europea. Lo stesso vale anche per i tre big spender dell'Ue: nel Regno Unito il 66% dei consumatori ha premiato un sito inglese, contro un 20% di compere registrate sul server di un altro Paese europeo. Il 59% dei tedeschi compra da siti web nazionali, contro il 13% che ha effettuato shopping da portali esteri. Non dissimile la situazione in Francia, dove il 51% dei consumatori e' cliente di una realta' online di casa propria, a fronte di un 19% che fa shopping oltreconfine.

In 25 anni -3 mln di copie dei quotidiani; i giornali web in crescita  - Nel 1990 erano poco meno di 7 milioni le copie di quotidiani vendute ogni giorno in Italia, ed era il record storico; oggi siamo sotto i 4 quattro milioni. Una discesa continua, quasi inarrestabile, senza possibilita' non di fermarla ma almeno rallentarla. E l'occupazione dei giornalisti ne ha risentito. Non a caso la quota di italiani che fanno a meno dei mezzi a stampa nella propria 'dieta mediatica' e' salita a quasi la meta' della popolazione (precisamente, il 47%). C'e' invece un 20,8% della popolazione che legge i quotidiani online e il 34,3% i siti d'informazione. I lettori di quotidiani online piu' forti appartengono alla fascia d'eta' adulta (tra i 30-44enni il dato raggiunge il 31,8%). E i siti web di informazione non legati direttamente ai quotidiani sono preferiti anche dai piu' giovani (il 43% tra 14 e 29 anni, il 52,4% tra 30 e 44 anni). A voler fare un confronto tra i dati relativi alle vendite di copie cartacee dei quotidiani e agli abbonamenti dei loro corrispondenti digitali prendendo a riferimento luglio 2013 e il corrispondente mese del 2014, ecco subito evidente come le prime abbiano continuato il loro trend in discesa, con un calo del 9,8%, mentre i secondi hanno fatto registrare un incremento del 57% (+186.000 unita'). E questo ha determinato un cambio di paradigma anche all'interno delle redazioni giornalistiche: si registrano flessioni nel numero dei giornalisti occupati in tutti i segmenti del settore editoriale. Nel 2013 il calo piu' pronunciato si e' registrato nei periodici (-7,7%), seguiti dai quotidiani (-5,6%) e dalle agenzie di stampa (-3,9%). In media, il ridimensionamento della forza lavoro giornalistica e' stato del 6,1%, in valore assoluto pari a 602 unita' lavorative nei confronti dell'anno precedente. Tra il 2009 e il 2013 il numero dei giornalisti 'fuoriusciti' - non appare casuale la scelta di questo termine da parte del Censis - dal settore dell'editoria giornalistica e' stato di 1.662 unita', di cui 887 nell'area dei quotidiani (-13,4%) e 638 in quella dei periodici (-19,4%). Il fatto che il numero di iscritti all'Ordine dei giornalisti resti sostanzialmente invariato (112.046 contro i 110.966 del 2011, con un aumento dell'1% circa), non significa che non siano cambiate pero' le condizioni alle quali i giornalisti lavorano. Tra il 2000 e il 2013 si e' ridotto il lavoro dipendente (-1,6%) ed e' cresciuto quello autonomo (+7,1%). Se nel 2000 il lavoro autonomo era svolto da poco piu' di un giornalista su tre, nel 2012 i giornalisti freelance sono diventati 6 su 10. In questo quadro ecco affermarsi nelle realta' locali la cosiddetta 'informazione policentrica di prossimita'', ovvero una marcata presenza degli strumenti mediatici a disposizione dei cittadini in un sistema. Presenza che va dal recupero delle testate locali alla sperimentazione delle tante forme di web community, in cui dare valorizzazione alle vicende delle singole realta' territoriali e alle diverse componenti sociali che animano la periferia territoriale, anche al di la' dei soli avvenimenti di cronaca e delle ricorrenti congiunture politico-elettorali. Ed ecco che a livello locale si contano piu' di 500 televisioni attive, oltre 1.000 emittenti radio, piu' di un centinaio di quotidiani, una miriade di testate web e blog. L'apprezzamento del pubblico verso questo tipo di informazione emerge con evidenza dai dati: l'82,4% degli italiani dichiara di aver fatto ricorso a un mezzo di informazione locale negli ultimi sette giorni. E anche qui, a livello locale, resta comunque la televisione il dominus della scena mediatica: con il 68,9% di utenti, il tg regionale della Rai e' il mezzo piu' usato. Seguono le tv locali private, con il 51,6% di utenza, e i quotidiani locali (40,2%), che si confermano il terzo mezzo piu' seguito. Le radio locali sono seguite da poco piu' di un terzo della popolazione (37,4%). L'utenza delle testate locali online si attesta all'11,8%. E sono significativi i giudizi espressi dagli italiani in merito alle qualita' dei media locali. I soggetti piu' istruiti, diplomati e laureati li apprezzano perche' li sentono piu' vicini alla loro realta' quotidiana (69%), perche' forniscono notizie utili (39,8%) e perche' e' piu' facile entrare in contatto con le loro redazioni (23,1%), a testimonianza di un interesse verso i mutamenti in corso nel territorio in cui inserirsi attivamente, nonche' della necessita' di avere un rapporto diretto con i soggetti territoriali (associazionismo sociale, rappresentanze imprenditoriali e categoriali, amministrazioni pubbliche come Regioni, enti locali, ecc.). Le persone meno istruite li considerano piu' credibili (23,7%) e piu' professionali (14,6%): in questi media cercano soprattutto un'informazione piu' semplice e vicina

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