La corsa alle presidenziali 2020 è ormai iniziata e Donald Trump scalda i motori cercando la riconferma. Per riuscirci il presidente in carica deve dimostrare che la sua amministrazione ha prolungato al vita al ciclo economico espansivo più duraturo della storia, aumentando ulteriormente il numero di occupati e la ricchezza del paese, ma che è anche riuscita a mettere al loro posto avversari e alleati riottosi che in qualche modo hanno in questi anni minacciato la supremazia a stelle e strisce.

Per questo da mesi la politica estera americana, che per un mercantilista come Trump significa soprattutto politica commerciale, ha assunto atteggiamenti sempre più aggressivi da un lato, con continue minacce alla Cina di imporre dazi sulle importazioni cinesi, salvo proporre di seppellire l’ascia di guerra se Pechino accetterà e rispetterà le “regole del gioco” in tema di tutela del diritto d’autore e riequilibrio dei saldi commerciali.
Un Trump che per difendere la “pace americana” è pronto alla guerra, ma anche all’armistizio immediato, come capitato col Messico, minacciato di dazi e dopo pochi giorni “graziato” a seguito del rinnovato impegno del paese a stringere i controlli sui flussi migratori (altro punto della campagna elettorale di Trump già nel 2016 e prevedibilmente del prossimo anno).

Sempre per questo Trump ha più volte minacciato Jerome Powell, che lui stesso ha nominato presidente della Federal Reserve, di trovare il modo di rimuoverlo o quanto meno controbilanciarne il potere nominando nuovi membri del board più “vicini” alle tesi della Casa Bianca se la banca centrale americana non ammorbidirà la sua politica monetaria. Politica che, notano da mesi gli analisti, di fatto si è già invertita con lo stop a ogni ulteriore rialzo dei tassi e la possibilità che già stasera o al più tardi a fine luglio venga annunciato un primo taglio dei Fed Funds, attualmente al 2,5% (ma sul mercato i tassi effettivi sono già calati dal 2,45% di un mese fa al 2,36%).

Sul perché le banche centrali, non solo la Fed, abbiano invertito la rotta pesano in realtà i rischi di un deragliamento della crescita mondiale e i contraccolpi che potrebbe riceverne anche l’economia americana causati da un possibile inasprimento delle tensioni commerciali tra gli Usa e il resto del mondo, ma questo Trump e i suoi emuli tendono a non comunicarlo ai propri potenziali elettori. Semmai, come ha fatto ieri, Trump preferisce “bacchettare” chi ha l’ardore di proporre quello che Trump vorrebbe fosse la Federal Reserve a fare, come Mario Draghi.
Ieri il numero uno della Banca centrale europea ha spiegato che Eurotower utilizzerà qualsiasi misura necessaria a evitare un nuovo deterioramento dello scenario macroeconomico quale in particolare tagli dei tassi e ha lasciato intravedere la ripresa di un quantitative easing che ha “ancora un considerevole spazio a disposizione” (con buona pace della Germania che nel 2018 ne ottenne la chiusura). E dopo poco da “the Donald” è arrivata una bacchettata: “Mario Draghi ha appena annunciato che potrebbero arrivare ulteriori stimoli, il che ha fatto immediatamente calare il cambio dell’euro rispetto al dollaro, rendendo ingiustamente più facile per loro competere contro gli Usa”, ha tuonato su Twitter.
“Sono anni che la fanno franca con queste cose, insieme alla Cina e ad altri” ha aggiunto Trump, mettendo di fatto la Bce e l’Europa tutta (Germania in testa) nella lista dei “cattivi” contro cui battersi in difesa della crescita americana. Crescita che Trump voleva fosse sopra il 3% l’anno e per questo ha varato una riforma fiscale che ha effettivamente dato un forte sostegno ma non è riuscita, sia pure per un soffio, a far centrare l’obiettivo. Nel 2018 il Pil Usa è cresciuto del 2,9%, dopo il +2,2% del 2017 mentre per quest’anno le attese sono per un +2,3% in parte proprio per il progressivo esaurirsi della spinta fiscale. Numeri eccellenti ma sotto l’obiettivo. Trump non è però tipo da badare ai decimali di punto, anche perché la lista dei “colpevoli” da additare è lunga.
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C’è la Germania e l’Europa in genere con le sue esportazioni, in particolare nel settore auto e nell’aerospazio. C’è l’India, rimossa il 5 giugno scorso dall’elenco dei paesi beneficiari del programma di ingresso preferenziale al mercato statunitense (Gsp), anche se Nuova Delhi non l’ha presa benissimo, imponendo dal 16 giugno un superdazio del 70% su 28 prodotti agricoli importati dagli Usa (tra cui le mandorle, di cui l’India è il principale cliente al mondo comprandone dagli Usa per 534 milioni all’anno).

C’è l’Iran, contro cui il presidente americano sembra a giorni alterni voler andare ad uno scontro anche militare o limitarsi a cercare di isolarlo economicamente così che Teheran, secondo paese al mondo per riserve di gas e quarto per riserve petrolifere, non veda crescere la sua influenza in Medio Oriente ai danni dell’Arabia Saudita. Potrebbe a breve tornare ad esserci la Russia, la cui produzione di gas naturale venduta all’Europa è da tempo nel mirino della Casa Bianca che vorrebbe allentare la “dipendenza” del vecchio continente a Mosca sostituendosi come fornitore privilegiato (anche se questo potrebbe finire col cementare l’alleanza tra Russia e Cina, che Trump non gradisce in alcun modo).
Se l’elenco dei “cattivi” è ampio, quello dei “buoni” è sinora molto scarno: tolti il Giappone di Shinzo Abe e la Gran Bretagna, soprattutto ora che Theresa May ha rassegnato le dimissioni e che la Brexit sembra acquisire maggiore concretezza (a vantaggio di un possibile accordo commerciale privilegiato tra usa e Regno Unito) non sono davvero molti i paesi su cui Trump può contare come sicuri acquirenti di merci e servizi americani.
Esportazioni che farebbero da volano all’economia a stelle e strisce e sosterrebbero un mercato del lavoro che continua sì a creare posti di lavoro (2,64 milioni di posti di lavoro creati nel 2018, disoccupazione al 3,6% a fine maggio, il minimo degli ultimi 50 anni), ma anche a registare incrementi delle paghe orarie più che modesti (+3,2% annuo a fine aprile). I tweet di Trump contro avversari e alleati riottosi degli Usa sembrano destinati a moltiplicarsi ancora nei mesi a venire, in un clima da campagna elettorale permanente. Basterà per centrare l’obiettivo trumpiano di “rendere l’America nuovamente grande”?
