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Cina/ Per Pechino l’Italia è un mercato in crescita, su cui provare a conquistare “eccellenze” e commesse

 

Cina

Certo, ci sono troppe tasse e troppe volte la produttività non è a livelli “tedeschi” per poter vedere investimenti a pioggia su tutto il nostro Paese, ma l’interesse della Cina per le eccellenze italiane sta crescendo costantemente e se si dovesse concretizzare la “liason” tra 3 Italia, controllata di Hutchinson Whampoa (multinazionale controllata da Li Ka Shing, il più ricco uomo d’affari di Hong Kong e decimo più ricco uomo al mondo, con attività sparse in 52 paesi del globo) farebbe un passo in avanti sostanziale.

Dopo il precedente storico di Baosteel, gruppo cinese del settore dell’acciaio che negli anni ottanta acquistò gli impianti dismessi delle acciaierie Ilva di Bagnoli (Napoli) per poi smontarli e trasferirli, rimettendoli in funzione, su un’isola nel porto di Shanghai, prima di mettere gli occhi su Telecom Italia i capitali cinesi hanno già messo le mani, poco più di un anno fa, sul gruppo Ferretti, il cui 75% è stato rilevato, per 374 milioni di euro, dal gruppo Shandon Heavy Industries (Shig) che ha salvato il polo nautico italiano dalla macerie dell’ormai esplosa bolla speculativa del private equity (circa 600 milioni di debiti scaricati dal fondo Candover).

In altri casi l’interesse degli imprenditori cinesi si è manifestato più a parole che nei fatti: ha provato a inserirsi nel salvataggio della Antonio Merloni la cordata cinese Nanchang Zerowatt Electronic Group, che però è stata battuta sul filo di lana dalla J&P di Giovanni Porcarelli, mentre il salvataggio della De Tomaso sembrava interessare a Hotyork Investment Group, che però si è poi defilata, così come non si sono mai concretizzate le “avances” che il fondo Hong Kong Tai sembrava aver fatto per rilevare lo stabilimento ex Fiat di Termini Imerese.

Sempre in campo telefonico è di questi giorni la notizia di un accordo quinquennale (del valore di 1 miliardo di euro) tra la cinese Huawei (divenuta in pochi anni tra i principali gruppi produttori di apparati di rete e cellulari, presente in Italia con sedi a Torino, Milano e Roma) e le italiane Sirti e Wind per la realizzazione di una rete ultra veloce di telefonia mobile Lte di quarta generazione. “Virtualmente” in Italia anche Geely, produttore automobilistico cinese che ha rilevato da Ford la Volvo nel 2010 per 1,8 miliardi di dollari e che commercializza le proprie vetture in Italia attraverso il web, in attesa di decidere se aprire o meno una propria rete di rivenditori sul territorio nazionale (inizialmente si era parlato di 300 concessionarie).

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Presenti a Torino fin dal 2004 con propri centri di design e sviluppo anche altre due società automotive cinesi, Changan e Anhui, mentre molto più concreta la presenza di China Ocean Shipping Company, che ha stabilito il proprio ufficio di coordinamento per il Mediterraneo nel porto di Genova, aprendo poi uffici commerciali in varie città italiane, e di Cosco, dal 1995 attiva a Napoli col terminal Conateco, gestito congiuntamente con l’operatore italiano Msc e dove ha ottenuto la concessione per l’area destinata al nuovo terminal di Levante in cambio di un investimento da 217 milioni di euro per la realizzazione del nuovo terminal container.

Non poteva poi mancare una presenza della Cina nel settore finanziario, anche se finora è poco più che simbolica: a Milano è presente dal 1998 la filiale milanese di Bank of China, mentre da inizio 2011 sempre nel capoluogo lombardo è operativa una filiale di Industrial and Commercial Bank of China (Icbc), la maggiore banca al mondo per attivo patrimoniale. Insomma: o approfittando di momenti di crisi di qualche eccellenza tricolore, o provando a sviluppare business “organicamente”, l’interscambio commerciale tra Roma e Pechino è in crescita da anni. Al punto che sempre meno conviene all’Italia che la Cina rallenti la sua crescita, a dispetto di quanto si sarebbe superficialmente portati a pensare.

Luca Spoldi