E’ in atto in Europa una guerra sorda tra i governi per offrire favori fiscali e societari ritagliati su misura per le grandi multinazionali. La lista non riguarda solo i microstati, ma si sta estendendo nell’Unione Europea soprattutto nei nuovi territori orientali.
Mario Draghi ha confermato dinanzi al Parlamento Europeo che la ripresa economica si sta consolidando. Anche l’Italia, dopo 10 anni di crisi, si è agganciata al trend della crescita. In effetti il presidente della Bce, in un’audizione alla Commissione Affari Economici del Parlamento europeo, ha fatto trapelare qualche piccola difficoltà dicendo “Anche se il forte slancio dell’economia dell’Eurozona ha chiaramente rafforzato la nostra fiducia nelle prospettive d’inflazione, servono ancora pazienza e persistenza riguardo alla politica monetaria per riportare l’inflazione vicino al 2%”. Però ha concluso più favorevolmente affermando “questi sviluppi positivi sono stati favoriti e sostenuti dal passaggio delle misure di politica monetaria della BCE, che hanno significativamente allentato le condizioni di finanziamento per le famiglie e le imprese, in particolare anche per le piccole e medie imprese”. In ogni caso appare concreta la possibilità di tracciare in Italia un programma di legislatura che consolidi lo sviluppo economico e sociale nel nostro Paese. Il miglior modo per procedere è certamente quello di stabilire le priorità definendone i tempi di realizzazione.
Chiediamo ad Alessia Potecchi, Presidente dell’Assemblea del PD di Milano e candidata alle elezioni nazionali, quali sono i passi che ritiene urgenti.
Il mio è un contributo per orientarsi in una campagna elettorale che ogni giorno di più assomiglia ad una babele di proposte che si susseguono con un ritmo vertiginoso ed incalzante. Sembra di essere nel paese dei balocchi. Le promesse non si contano. Luigi Einaudi ammoniva: “se non si fanno i conti con l’economia, l’economia alla fine si vendica“. I numeri alla base delle riforme vanno spiegati ed argomentati. Un economista non ignora i numeri, li pone a base delle proprie proposte; il chiromante si limita invece a dare i numeri, facendo credere che siano quelli sicuri per le prossime estrazione del lotto. È quello che occorre evitare.
Qual’è lo scenario che più la preoccupa?
Ecco a mio avviso alcune riflessioni: è in atto in Europa una guerra sorda tra i governi per offrire favori fiscali e societari ritagliati su misura per le grandi multinazionali. La lista non riguarda solo i microstati (Jersey, Guernsney, Andorra, San Marino, Liechtenstein) ma si sta estendendo nell’Unione Europea soprattutto nei nuovi territori orientali. Bulgaria, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia, Slovenia e Lettonia stanno costruendo modelli allettanti per le grandi multinazionali imperniati su un mix di tasse molto basse per le imprese accompagnate da un carico fiscale schiacciante sull’imposta sui consumi (è quello che si vorrebbe fare anche in Italia con l’aumento dell’Iva previsto nelle clausole di salvaguardia della legge di stabilità 2018) congiunto ad una diminuzione dei salari e dei diritti normativi dei lavoratori (vedi il caso emblematico della Embraco di Torino che vuole chiudere l’azienda a Torino licenziando 500 lavoratori). Non è possibile procedere in questa direzione. L’Unione europea deve realizzare la pace fiscale e sociale. Occorre modificare il fiscal compact, archiviare la politica di austerità, realizzare passi in avanti decisivi sulla strada dell’integrazione politica e sociale dell’Unione europea.
Ma qualche innovazione in campo fiscale andrà pur fatta.
Sì, occorre semplificare le norme tributarie. Sono troppe. Complicate. Ambigue. Contraddittorie. Astruse. L’Italia non ha una legge fiscale generale. Ci sono nel nostro paese 388 atti di legislazione primaria e 395 tra decreti attuativi e regolamenti. Occorre porvi rimedio. Innanzitutto va rispettato lo statuto del contribuente, che contiene il principio della irretroattività delle norme fiscali e che stabilisce con una serie di precise procedure il rispetto reciproco tra cittadino e amministrazione.
Qualche passo in questa direzione però è già stato fatto.
Passi in avanti sono stati fatti, ma non sono sufficienti. La burocrazia è sempre dietro l’angolo pronta a riappropriarsi del proprio potere discrezionale. Ad esempio il 730 è stato inventato per semplificare la denuncia dei redditi. Un modello facile da compilare. Aveva 12 pagine di istruzioni. Ora ne ha 112. L’Unico, cioè il vecchio 740, ha 132 pagine di istruzioni a cui ne vanno aggiunte 55 per il primo fascicolo e altre 114 per il secondo per un totale di 301 pagine. Ogni pagina in media ha 1000 parole che in totale diventano così più di 300.000. Occorre disboscare questa foresta amazzonica. È prioritario ridurre e semplificare la normativa potenziando l’innovazione telematica per generalizzare l’invio ai contribuenti di moduli precompilati dall’amministrazione; estendere la compensazione tra imposte diverse in modo da evitare i rimborsi lumaca; disciplinare gli accertamenti fiscali in tempi definiti. Ci vuole, insomma, una visione strategica delle politiche fiscali con una programmazione coerente ed organica di legislatura.
Si parla molto di flat tax.
Sì, parliamo pure della flat tax. La proposta che viene formulata (un’unica aliquota per tutti i redditi) è bicefala. La Lega la propone al 15%; Forza Italia al 23%. Non è chiaro nelle due proposte se rimane o no la franchigia della no tax area e non vengono indicate le deduzioni e le detrazioni che verrebbero soppresse. È così difficile orientarsi per poter dare una valutazione precisa. Spiace che tra i commentatori prevalgano giudizi affrettati di consenso sulla base di presupposizioni peraltro non verificabili in base alle quali rimarrebbe vigente la no tax area; anzi alcuni economisti per eccesso di zelo fanno intendere che potrebbe essere addirittura incrementata. Ragionamenti pseudo economici poco seri che potrebbero essere liquidati con la nota “battuta” “se mia nonna avesse le ruote sarebbe una carriola“…ecco alcune osservazioni. La flat tax si basa su un’aliquota unica sull’Irpef in sostituzione delle cinque vigenti oggi. La riduzione delle tasse così congegnata non è eguale per tutti. In sostanza rinnega il principio costituzionale della progressività (paga di più chi ha di più) e lo sostituisce con quello della proporzionalità (ognuno paga su quello che ha con una percentuale identica indipendentemente dall’entità complessiva dei suoi redditi). Invece di tagliare le tasse alle famiglie, sostanzialmente le riduce in modo rilevante per i redditi alti.
Ecco alcuni esempi da manuale. Il primo scaglione dei redditi fino a 15.000 euro l’anno con la aliquota unica al 23% e con la contemporanea eliminazione delle detrazioni di base avrebbe appena 200 euro in più l’anno. Il secondo scaglione da 15 a 28.000 euro l’anno (ora con aliquota del 27%) guadagnerebbe poche centinaia di euro l’anno. Nelle fasce superiori i guadagni sarebbero invece maggiori: 16.000 euro l’anno sul reddito di 75.000 euro. In sostanza si tratta di una norma fiscale regressiva (un’elemosina per chi ha un basso reddito; un tesoretto a salire per chi ha un reddito significativo). I benefici dell’operazione, per capire, andrebbero per un terzo al 5% dei totale dei contribuenti cioè a quelli con i redditi più alti. La Flat Tax si basa sull’abolizione secca di tutte le detrazioni e le deduzioni (ad esempio si tratterebbe in particolare di detrazioni rilevanti per i meno abbienti: mutui per la casa; prestazioni assicurative; agevolazioni per la famiglia; eccetera). Lo ammette candidamente e esplicitamente il profeta della Flat Tax Alvin Rabushka in una recente intervista su Repubblica. Si dice in modo sussiegoso che ci sono molti Paesi che hanno adottato la Flat Tax. Non è un esempio convincente.
Senza ironia, ecco un campionario dei paesi che hanno la Flat Tax: Giamaica, Estonia, Lettonia, Lituania, Russia, Ucraina, Serbia, Romania, Bulgaria, Slovacchia, Georgia, Mongolia, Repubblica Ceca, Mauritius, Montenegro, Macedonia, Albania, Kigyzstan, Kazakhistan, Bielorussia, Tobago, Bosnia. Non figurano nella lista nè ci pensano la Germania, il Regno Unito, la Francia, gli Stati Uniti, il Giappone, la Grecia. Insomma parlare di Flat Tax è andare a caccia di farfalle. Un diversivo. La vera soluzione è quella di un fisco intelligente con la riduzione certa ed esigibile delle tasse sulle imprese, sull’innovazione, sulla formazione, sul lavoro per i giovani, sulle famiglie. Un progetto serio scaglionato nei tempi con una politica accorta di sviluppo, accompagnata da tagli agli sprechi e da una mirata politica di contrasto alla elusione e alla evasione fiscale.