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Economia

Si è parlato poco, in questa campagna elettorale, di tasse. In realtà è il problema dei problemi. Tanto che non si viola la libertà dei lettori se si consiglia di votare quel partito o quello schieramento che mostra la maggiore consapevolezza in materia di tasse e promette ed assicura un impegno urgente e concreto e provvedimenti mirati in difesa dei tartassati.

E sì, perché davvero non se ne può più e bisogna dire basta. La pressione fiscale effettiva al 55% è un record mondiale.Certificato dalle relazioni del Governatore della Banca d'Italia Visco e del Procuratore Generale della Corte dei Conti Giampaolino.

Peraltro, se si tiene conto delle addizionali regionali provinciali e comunali la pressione fiscale sfiora il 70%. E' evidente che per non ridurre la spesa pubblica, tanto cara alle clientele dei politici, si aumentano all'infinito le tasse. Sicché si può affermare, emendando la Costituzione, che l'Italia è una Repubblica fondata non sul lavoro ma sulle tasse. Altrove non è così. Negli Usa, ad esempio, si paga al massimo un 20% di tasse ed è finita lì. Non hanno addizionali sul bollo, o su gas, luce e via tassando. In Russia la tassazione media è il 15%, in Svizzera tra 12% e il 20% e se assumi tre operai per quattro anni non paghi tasse. In Austria il 15%. E non si sta parlando di paradisi fiscali ma di Paesi normali.

Il fisco eccessivo uccide l'economia del Paese: ha di fatto messo in moto un processo recessivo senza precedenti, che ha riportato l'Italia indietro di 40 anni. Con una pressione fiscale, in particolar modo sulle imprese, pari al 57%, considerando che in Germania è di 20 punti più bassa, non si va da nessuna parte.

Si calcolano, solo nel 2011, 1.200 morti dirette ed indirette di imprenditori e contribuenti vari a causa dei metodi troppo spicci dei riscossori, morti suicidi di crepacuore o di malattia. Perchè gli Italiani sono considerati tutti Evasori a "prescindere".

Utilizzato con sempre maggiore frequenza dall'agenzia delle entrate vi è l'accertamento bancario. Il funzionamento di questo strumento di controllo è fondamentalmente lo stesso degli accertamenti induttivi in genere: l'ufficio locale dell'agenzia delle entrate richiede la motivazione di tutti i movimenti effettuati sul conto corrente bancario del contribuente e questi deve giustificarli con documenti alla mano, spesso e volentieri dopo tre o quattro anni.

Si riproduce, così, quel perverso ed odioso fenomeno, presente anche nel redditometro, del ribaltamento del 'peso' della verifica dal fisco al cittadino, con tutte le intuibili difficoltà per il contribuente, costretto a 'rincorrere' i capricci del funzionario di turno. Ma l'aspetto peculiare di tale accertamento - almeno in Italia - è che vengono presunti come reddito 'in nero' non solo i versamenti ma anche i prelevamenti non giustificati. E questo a causa di una assurda doppia presunzione in base alla quale il fisco presuppone che le somme prelevate vengano utilizzate per acquistare beni o servizi da cui si ricava reddito in nero. Si tratta ovviamente di un arbitrio. Ma esso è stato voluto dal nostro legislatore e, per quanto palesemente ingiusto, avallato anche dalla recente Cassazione, sebbene la stessa in altre occasioni abbia precisato che gli accertamenti presuntivi si prefiggono di offrire al fisco uno strumento agevolato e non persecutorio a danno del contribuente.

Ciò porta a concludere che, in periodi di crisi ed 'esigenza di cassa', i principi fondamentali di giustizia vengono limitati o annullati a favore degli interessi erariali. E a farne le spese, come sempre, sono i cittadini. Ma, come ha giustamente osservato il Presidente della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, Antonio Simone, all'inaugurazione dell'anno giudiziario tributario 2012, "la teoria del c.d. 'interesse fiscale', cioè di un interesse dell'Erario prevalente nel bilanciamento delle ragioni delle parti in considerazione delle esigenze sottese alla riscossione dei tributi, sembra ormai avviarsi al tramonto nell'interpretazione più recente della giurisprudenza e della dottrina, la quale ultima ha giustamente osservato che il dovere del cittadino alla contribuzione e l'interesse dell'Erario alla percezione dei tributi non costituiscono valori contrapposti, diversamente tutelati dal legislatore, ma rappresentano due diverse espressioni del medesimo principio, ossia quello del giusto tributo di cui all'art. 53 della Costituzione".

Sarebbe auspicabile che queste parole, ed in particolare il principio della imparziale e corretta valutazione delle esigenze del fisco e del contribuente, costituissero il principio cardine su cui dovrebbe basarsi l'attività tanto del legislatore quanto del giudice tributario.

Quanto all'evasione fiscale in Italia va detto che:

1) L'economia criminale (mafia e malavita) vale 78,2 miliardi di euro l'anno.

2) Big company (le grandi aziende) valgono 38 miliardi di euro l'anno.

3) L'economia sommersa (extracomunitari e doppio lavoro): 34,3 miliardi di euro l'anno.

4) Le società di capitali (spa e srl): 22,4 miliardi di euro l'anno.

5) Autonomi e piccole imprese (idraulico e parrucchiera): 8,2 miliardi di euro l'anno.

Se si riuscisse a far pagare le tasse a tutti ma proprio TUTTI i "piccoli", si recupererebbe neanche il 5% del totale nazionale! E con appena un paio di big company "acciuffate" faremmo pari con tutti gli artigiani d'Italia, tanto odiati e insultati da tutti (dati confermati da contribuenti.it e 3 agenzie: una italiana e due straniere)".

E che dire del redditometro? Concepito per individuare i casi di sfacciata incompatibilità tra consumi personali e redditi dichiarati al fisco - inizialmente, come precisato dalla Circolare 101/E del 30 aprile 1999, avrebbe dovuto trovare uso per la determinazione dei redditi dei soggetti coinvolti nei fenomeni di criminalità organizzata. Oggi, invece, sappiamo bene che il redditometro è diventato uno degli strumenti principali di accertamento, utilizzato a tappeto nei confronti di tutti i cittadini, inclusi pensionati e casalinghe che ben poco hanno a vedere con riciclaggio e criminalità organizzata.

A fronte di questo lo Stato non paga i suoi "debiti" verso i fornitori per una cifra di circa 100 miliardi di euro, allora perché pretende il pagamento delle tasse? Ebbe a dire Luigi Einaudi: "Solo se lo Stato è onesto può pretendere onestà dai cittadini". Concetto nobile e limpido, da rispolverare. Per decidere chi merita il nostro voto.

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