Commerzbank, chi è Jens Weidmann
C’è un nome dietro il muro che Commerzbank ha alzato contro UniCredit, ed è un nome che a Roma e a Francoforte conoscono bene: Jens Weidmann. Cinquantotto anni, presidente del consiglio di sorveglianza dell’istituto tedesco dal 2024, è l’uomo che sta guidando la crociata contro l’avanzata di Andrea Orcel sul secondo polo bancario di Germania. Una resistenza che culminata nel rigetto, lo scorso 18 maggio, dell’offerta da 39 miliardi di euro lanciata da Piazza Gae Aulenti.
Nato a Solingen nel 1968, formato tra Aix-Marseille, Parigi e Bonn, economista di scuola ordoliberale, Weidmann ha costruito la sua carriera nel cuore del potere monetario tedesco. Consigliere economico di Angela Merkel alla Cancelleria, nel 2011 viene nominato presidente della Bundesbank: a 43 anni è il più giovane di sempre a sedersi su quella poltrona. Ci resterà fino al 31 dicembre 2021, quando si dimetterà a sorpresa con due anni di anticipo sulla scadenza del mandato.
Il falco contro Draghi
È proprio in quella decade da governatore che si forgia la sua reputazione di falco, l’epiteto che lo accompagna da allora. Weidmann è l’uomo che dentro la Bce si è opposto, quasi sempre da solo, alla linea espansiva di Mario Draghi. Votò contro l’OMT — lo scudo anti-spread del 2012, il celebre “whatever it takes” tradotto in strumento operativo — e contro il Quantitative Easing del 2015. Arrivò perfino a testimoniare davanti alla Corte costituzionale tedesca contro la politica monetaria della Bce, in un’inedita frattura istituzionale tra Buba e Eurotower.
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La sua tesi di fondo è sempre stata la stessa: la Bce non può trasformarsi nel pagatore di ultima istanza dei debiti sovrani del Sud Europa. Una dottrina che gli è valsa, soprattutto nella stampa italiana e spagnola, l’etichetta di esponente più rigido di quel rigorismo tedesco che vede nei conti pubblici di Roma e Atene un rischio sistemico. Da qui la reputazione, semplificata ma non infondata, di “anti-italiano” sui dossier europei.
Il ritorno in trincea
Dopo le dimissioni dalla Bundesbank, un breve passaggio in accademia e la presidenza della Banca dei regolamenti internazionali fino a fine 2021, Weidmann sembrava destinato a un profilo più defilato. Nel 2024 il ritorno in prima linea: la presidenza del consiglio di sorveglianza di Commerzbank. Pochi mesi dopo l’insediamento, l’irruzione di UniCredit nel capitale dell’istituto lo ha rispedito al centro della scena.
La sua linea è stata cristallina fin dalle prime battute. In un’intervista a Handelsblatt di gennaio 2025, sui margini di una fusione amichevole con Piazza Gae Aulenti, tagliò corto: «È come ogni relazione: se l’inizio è andato male, sarà difficile». Da allora la posizione non si è ammorbidita, anzi: insieme alla ceo Bettina Orlopp e con la sponda esplicita del governo tedesco, Weidmann è il regista istituzionale del fronte del no, quello che bolla l’approccio di Orcel come ostile e che si oppone a qualsiasi ipotesi di trasferimento del quartier generale in Germania sotto un controllo italiano.
Una battaglia che vale l’Europa bancaria
Per Weidmann, fermare UniCredit non è solo una questione di governance di una singola banca: è la difesa di un perimetro nazionale che la Germania considera strategico, in un settore — il credito — dove Berlino ha sempre guardato con sospetto al consolidamento transfrontaliero europeo. Per Orcel, che ha appena ottenuto dagli azionisti il via libera all’aumento di capitale per finanziare l’operazione, l’opa è «inarrestabile».
Tra i due c’è la storia personale e ideologica di un uomo che ha già detto no, una volta, a un altro grande banchiere italiano. Allora si chiamava Mario Draghi. Oggi si chiama Andrea Orcel.

