Conti pubblici, dieci segnali positivi nel Dpf
Il nuovo Documento di finanza pubblica consegna una lettura complessivamente favorevole dello stato dei conti italiani. Il quadro delineato mette in evidenza dieci elementi positivi, che vanno dal rafforzamento del surplus primario alla riduzione dello spread, fino al miglioramento dei giudizi delle agenzie di rating e alla traiettoria di rientro del deficit.
Il primo dato politico-economico riguarda il surplus primario, cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi sul debito. Nel 2025 è salito allo 0,8% del Pil, rispetto allo 0,5% del 2024. La previsione indica un’ulteriore accelerazione: 1,2% nel 2026, fino al 2,4% nel 2029. È un passaggio cruciale, perché proprio il rafforzamento dell’avanzo primario viene indicato come la leva principale per riportare il rapporto debito/Pil su un sentiero discendente.
Un secondo elemento riguarda la gestione ordinaria dei conti. Le entrate complessive sono cresciute del 4,8%, più delle spese, aumentate del 4,1%. Il differenziale positivo suggerisce un miglioramento strutturale, non limitato a una singola posta contabile, ma legato all’equilibrio tra risorse incassate e uscite correnti.
Anche il fabbisogno di cassa del settore statale mostra un andamento migliore delle attese. A dicembre 2025 si è attestato al 5,5% del Pil, sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente e inferiore alle previsioni, nonostante il peso dei crediti edilizi in compensazione. Il riferimento è rilevante perché il Superbonus continua a incidere sui conti, ma non ha impedito un risultato migliore del previsto.
Sul fronte dei mercati, il DPF sottolinea il calo dello spread BTP-Bund, sceso in media d’anno a poco più di 90 punti base, contro una media decennale di circa 162 punti. Si tratta di un segnale importante per la percezione del rischio Italia: minore spread significa, in prospettiva, minore pressione sul costo del finanziamento del debito pubblico.
A rafforzare questo quadro è arrivato anche il poker di upgrade del rating. Nel corso del 2025 tutte e quattro le principali agenzie — S&P, Fitch, Moody’s e DBRS — hanno migliorato il giudizio sull’Italia. Secondo il documento, una convergenza così sincronica non si verificava da oltre un decennio.
Il costo del debito, nonostante la crescita dello stock nominale, è rimasto sotto controllo. La spesa per interessi si è mantenuta al 3,9% del Pil, lo stesso livello del 2024. Il risultato è stato favorito dal calo dei rendimenti sulle nuove emissioni: il tasso medio all’emissione è sceso a circa 2,75%, contro il 3,41% dell’anno precedente.
Un altro punto positivo riguarda gli investimenti fissi lordi delle amministrazioni pubbliche, aumentati del 9,6%. La spinta arriva soprattutto dall’accelerazione dei progetti legati al PNRR. Gli investimenti pubblici in rapporto al Pil sono saliti al 3,8% e sono attesi in ulteriore crescita fino al 2027.
Sul piano strutturale, il saldo primario corretto per ciclo economico e misure una tantum è passato da -0,2% del Pil nel 2024 a +0,2% nel 2025, con un miglioramento di 0,4 punti percentuali. La correzione viene presentata come coerente con il Piano strutturale di bilancio di medio termine.
Il documento evidenzia inoltre il rispetto delle regole europee sulla spesa netta. Nel 2025 la spesa è cresciuta dell’1,9%, superando il tetto raccomandato dall’Ue, ma il saldo cumulato 2024-2025 resta pari a -0,1%, quindi entro le soglie di tolleranza del Patto di stabilità. Lo sforamento viene attribuito alla componente eccezionale dei bonus edilizi, considerata un fattore mitigante nella valutazione europea.
Infine, il DPF conferma la traiettoria verso l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo. Con un deficit previsto al 2,9% nel 2026, l’Italia potrebbe uscire dalla procedura nel 2027. Il rientro, secondo il documento, sarebbe avvenuto a un ritmo più rapido rispetto a quanto inizialmente programmato.
Nel complesso, il testo costruisce una narrazione di consolidamento graduale: non una svolta improvvisa, ma un miglioramento distribuito su più fronti. La tenuta dei conti, il calo dello spread, il giudizio più favorevole delle agenzie di rating e la crescita degli investimenti pubblici indicano un quadro più solido. Restano però due variabili decisive: la capacità di mantenere il surplus primario negli anni successivi e l’effettiva riduzione del rapporto debito/Pil, vero banco di prova della sostenibilità finanziaria italiana.

