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Coronavirus, l’epidemia “contagia” il Pil Usa.Trump rischia nell’anno del voto

Per l’agenzia di rating S&P l’economia Usa crescerà solo dell’1% nel 1° trimestre (stima ridotta dal 2,2%) per gli effetti del 2019-NCov sull’economia cinese

Coronavirus, l’epidemia “contagia” il Pil Usa.Trump rischia nell’anno del voto

Il coronavirus? Una tegola per l’economia americana che secondo Standard&Poor’s ridurrà l’economia a stelle e strisce, già in frenata, nel primo trimestre all’1% (dal 2,2%). La nuova stima degli analisti finanziari di una delle tre “signore” del rating sovrano smentisce l’approccio dell’amministrazione Trump che fin da subito ha cercato di minimizzare l’impatto economico sugli Stati Uniti dell’epidemia del 2019-NCov. Epidemia che fino ad ora ha provocato 1115 morti in giro per il mondo, superando la Sars del 2003 e generando l’allarme dell’Organizzazione mondiale della Sanità.

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E’ un’opportunità per l’economia americana, perché aiuterà ad accelerare il ritorno dei posti di lavoro in Nord America”, aveva addirittura chiosato il segretario del Commercio statunitense Wilbur Ross a proposito della diffusione del coronavirus, mentre poco prima Donald Trump cercava di ridimensionare gli effetti di un virus che “sparirà ad aprile, con il caldo”. 

Sparirà pure con il caldo primaverile, ma intanto secondo la capo economista per gli Usa dell’agenzia di rating Beth Ann Bovino l’epidemia avrà già fatto danni, provocando nei primi tre mesi del 2020 un rallentamento della crescita del Pil statunitense.

Nel secondo trimestre dell’anno, il peso dovrebbe essere “minore”, ha aggiunto l’esperta, che però ha avvertito: ”Se il virus si diffondesse ulteriormente e durasse molto, l’impatto su ogni economia potrebbe essere decisamente peggiore”. Difficile che non sia così e non pagare dazio a un isolamento prolungato della seconda economia mondiale che, dopo la pausa del Capodanno lunare, ha ritardato l’apertura delle fabbriche per impedire la diffusione dell’epidemia, subito una frenata degli scambi commerciali e ridotto la propria domanda anche per un’impennata dell’inflazione.

Usa Cina
 

La Cina garantisce un quinto della produzione mondiale, ospita la catena del valore di molte aziende manifatturiere americane che lì hanno delocalizzato o che lì si riforniscono di componentistica, è il maggiore importatore mondiale di materie prime, rappresenta il 39% degli acquisti globali di beni di lusso e consente a molti colossi a stelle e strisce di realizzare quote importanti di fatturato. Un esempio su tutti è quella di Apple, azienda tech da mille miliardi di dollari di capitalizzazione, simbolo dell’economia a stelle e strisce che realizza il 19% delle proprie vendite nel Dragone.

In queste settimane, per il coronavirus diversi analisti hanno rivisto al ribasso le loro previsioni sull’andamento dell’economia cinese: la stima media di consensus rilevata da Bloomberg, che all’inizio dell’anno si attestava al 5,9%, si è recentemente abbassata a quota 5,8%. Per Standard&Poor’s il coronavirus costerà a Pechino lo 0,7% del Pil con una crescita rallentata al 5% quest’anno.

Mentre per Moody’s, l’altra grande “signora” del rating, il contagio del 2019-NCov potrebbe pesare circa l’1% e Pechino dovrebbe rivedere al ribasso le previsioni di crescita 2020 al +5%, un punto in meno dell’ultima stima. Effetti che a catena, sempre per gli analisti di S&P, avranno un impatto negativo sulla crescita dell’economia mondiale dello 0,3%. Numeri che fanno capire che difficilmente l’economia americana, come invece ha minimizzato la Casa Bianca, riuscirà a schivare il contagio.

Nell’anno delle elezioni presidenziali in cui si gioca il rinnovo, The Donald continua a sventolare lo slogan “la nostra economia è la migliore di sempre”, ma l’obiettivo della crescita annuale del 3% nel 2019 non è stato raggiunto: il Pil Usa si è fermato al 2,3%, il livello più basso tasso di crescita negli ultimi tre anni. Smentendo quanto promesso dal tycoon newyorkese fin dalla precedente campagna elettorale.

Sempre quest’anno, sia per gli effetti della guerra commerciale con Pechino sia per il rafforzamento del dollaro che, come appena sottolineato dal presidente della Fed Jerome Powell, proseguirà grazie al suo status di bene rifugio in un momento di incertezza dovuto all’epidemia, le esportazioni americane sono scese dell’1,3%, per la prima volta dal 2016. Così, realizzato dagli States in Zona Cesarini l’accordo per la Fase Uno con Pechino, per uno scherzo del destino, il coronavirus cinese rischierà di vanificare ogni ulteriore velleità di accelerazione del Pil americano che, proprio a ridosso del voto americano di novembre, potrebbe arrivare senza il vento in poppa. Togliendo argomenti a Trump. 

@andreadeugeni