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Covid, litigano sul virus.Non sul business.Cina-Usa: realpolitik su dazi e Ipo

Commercio, avanti nel dialogo. Il big del cloud di Pechino a Wall Street

Covid, litigano sul virus.Non sul business.Cina-Usa: realpolitik su dazi e Ipo

Com’è che si dice, business is business? Se da una parte Cina e Stati Uniti si scambiano accuse, a botte di propaganda sull’origine del coronavirus, dall’altra i nuovi venti di guerra commerciale tra Washington e Pechino che gli investitori internazionali sono tornati a respirare all’inizio di questa settimana (mercati finanziari di nuovi in profondo rosso dopo un graduale recupero) hanno spinto le due superpotenze ad una sana realpolitik sul fronte dell’economia.

La Cina è il terzo partner commerciale degli Stati Uniti e rappresenta la maggior fonte di domanda per i Treasury americani. Così, secondo quanto ha fatto sapere stamane il ministero del Commercio del Dragone, i rappresentanti commerciali cinesi e statunitensi hanno concordato di “creare favorevoli condizioni” per l’accordo commerciale di Fase Uno, firmato a gennaio, quando ancora Donald Trump definiva il presidente Xi Jinping “un mio grande amico”.

Trump
 

“Entrambe le parti hanno affermato che dovrebbero rafforzare la cooperazione macroeconomica e sulla sanità pubblica, sforzandosi di creare un’atmosfera e condizioni favorevoli per l’attuazione dell’accordo economico-commerciale di Fase Uno tra Cina e Stati Uniti, promuovendo risultati positivi“, si legge in un comunicato diramato da Pechino, secondo cui il vice premier Liu He, che aveva guidato i negoziati per conto della Cina, in mattinata ha telefonato al rappresentante commerciale statunitense, Robert Lighthizer e al segretario al Tesoro Steven Mnuchin, gli alter ego di The Donald sullo spinoso dossier dei dazi a stelle e strisce.

I due Paesi hanno inoltre concordato di mantenere le comunicazioni e il coordinamento nell’attuazione di quella tregua che a gennaio aveva fermato l’escalation di una guerra commerciale che aveva destabilzzato l’economia globale per quasi due anni. Meglio, dunque, procedere con cautela. Atteggiamento accolto bene quest’oggi dagli investitori sui mercati.

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Solo lunedì, al termine di una durissima polemica tra le due superpotenze sulla diffusione del coronavirus, The Donald aveva minacciato di porre fine all’accordo, se Pechino non avesse rispettato in futuro gli impegni sottoscritti.

A gennaio, il Dragone aveva accettato di importare altri 200 miliardi di dollari di prodotti statunitensi nell’arco di due anni, al di sopra dei livelli acquistati nel 2017. Tuttavia in molti ritengono che la capacità della Cina di rispettare i volumi di acquisti di beni e servizi concordati (compresi quaranta miliardi di dollari di beni agricoli) si sia ridotta a causa della pandemia di Covid-19.

“Dobbiamo vedere come va a causa di quello che è successo (sul Coronavirus, la cui nascita secondo Washington è collegata ad una ‘fuga’ da un laboratorio di massima sicurezza nella città cinese di Wuhan, ndr)”, aveva avvertito Trump. “Hanno approfittato del nostro Paese, ora devono comprare, e se non comprano termineremo l’accordo. Molto semplice”.

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La Cina ha avviato il mese scorso l’uscita dal lockdown, mentre gli Usa in questa fase appaiono in maggiori difficoltà nel fronteggiare il virus che ha provocato in sole sette settimane un aumento record dei disoccupati, portandoli a un totale di 33,5 milioni. Tuttavia il recupero di Pechino è lento e i consumi non sono ancora tornato ai livelli pre-virus. 

Ad aprile, le importazioni cinesi sono crollate infatti del 14,2%, dopo un calo dello 0,9% del mese precedente, anche se il Paese ha ampiamente controllato il coronavirus a livello locale.

Nick Marro dell’Economist Intelligence Unit ha affermato che “le spedizioni dagli Stati Uniti rimangono ben al di sotto dei livelli necessari per raggiungere gli impegni di acquisto previsti dall’accordo commerciale”. Ha aggiunto che la pandemia ha interrotto la domanda e l’offerta su entrambe le sponde del Pacifico, evidenziando i rischi legati alla sopravvivenza dell’accordo. Sebbene le esportazioni cinesi abbiano sfidato le aspettative di un aumento del 3,5% in aprile, gli economisti ritengono improbabile che ciò duri poiché le cifre sono state aumentate dalle spedizioni di forniture mediche contro la pandemia globale, nonché dagli adempimenti di un arretrato accumulato da una lenta ripresa delle attività nel primo trimestre. Mnuchin ha dichiarato questa settimana, tuttavia, che si aspetta che la Cina confermi l’accordo firmato quest’anno, avvertendo di “conseguenze molto significative” se ciò non accadesse.

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Dal macro al micro, oggi in una Wall Street dove il Nasdaq ha completamente azzerato le perdite dall’inizio dell’anno, suonerà la campanella per un’altra Ipo cinese, la matricola più grande degli ultimi mesi.

Si tratta di Kingsoft Cloud, colosso privato dei servizi internet, numero tre del mercato del Dragone dopo Alibaba e Tencent, spin-off della casa madre Kingsoft specializzata in software che ha fra i propri clienti ByteDance (TikTok), quotata ad Hong Kong e presieduta da Lei Jun, il fondatore del colosso degli smartphone Xiaomi, definito da molti osservatori lo Steve Jobs cinese (nel capitale, oltre a Xiaomi, è presente l’asset manager francese Carmignac).

Sfidando la volatilità e la diffidenza degli investitori a stelle e strisce per i titoli delle società del Dragone dopo la frode dello scorso mese delle vendite truccate da parte di Luckin Coffee, la rivale cinese di Starbucks che si è quotata al NYSE lo scorso anno e che in una sola seduta dopo esser stata scoperta ha bruciato oltre il 75% della sua capitalizzazione, Kingsoft Cloud ha raccolto 510 milioni di dollari, dopo aver fissato il prezzo delle azioni a 17 dollari, a metà della forchetta 16-18 dollari. Un autentico successo, perchè con l’esercizio della greeshoe, ha aumentato l’offerta in collocamento a 30 milioni di titoli, rispetto ai 25 preventivati.