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Da Deloitte a PwC: ecco quando la consulenza si vende all’IA (e fa qualche danno)

Rapporti con fonti inventate e citazioni false. Le società di consulenza vendono servizi sull’IA, ma faticano a controllarla

Da Deloitte a PwC: ecco quando la consulenza si vende all’IA (e fa qualche danno)
consulenza finanziaria

PwC Middle East ha pubblicato quattro rapporti contenenti fonti inesistenti, attribuzioni errate e informazioni non verificabili. È l’ultimo caso che coinvolge le grandi società di consulenza, sempre più dipendenti dall’intelligenza artificiale anche mentre ne vendono alle aziende un utilizzo sicuro e responsabile. L’indagine condotta da GPTZero e verificata dal Financial Times riguarda quattro rapporti pubblicati tra il 2024 e il 2026 dalla divisione mediorientale di PwC. I documenti affrontavano argomenti sui quali la stessa società offre consulenza, tra cui intelligenza artificiale, servizi pubblici, veicoli elettrici e mobilità autonoma.

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L’analisi ha individuato note a piè di pagina inventate, collegamenti che non conducevano alle informazioni citate e affermazioni attribuite a fonti diverse da quelle reali. In uno dei rapporti compariva uno studio accademico sull’inquinamento atmosferico a Riad del quale non è stato possibile trovare traccia. Un altro documento utilizzava come fonte per un’affermazione sul settore finanziario il sito di un giovane blogger con circa 280 follower. Alcune conclusioni erano ripetute più volte e accompagnate ogni volta da riferimenti differenti e incoerenti. Anche precedenti ricerche realizzate da PwC venivano citate in modo errato.

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Tra gli indizi dell’impiego di un chatbot è stato segnalato un indirizzo web contenente il parametro “utm_source=chatgpt.com”, aggiunto automaticamente ad alcuni collegamenti condivisi attraverso ChatGPT. PwC ha comunicato al Financial Times di considerare seriamente la vicenda e di essere intervenuta per correggere le citazioni. La società non ha chiarito nel dettaglio come siano stati prodotti i rapporti né quali controlli fossero stati effettuati prima della pubblicazione.

Sul caso è intervenuto anche Franco Bernabè con un post rilasciato su Linkedin dal titolo “Cartellino rosso a PwC sull’IA“. L’ex ad di Eni ha richiamato la contraddizione tra gli errori emersi e l’attività commerciale della società. PwC vende infatti consulenza alle imprese sull’adozione responsabile dell’intelligenza artificiale, sulla verifica dei risultati e sulla prevenzione delle cosiddette allucinazioni, cioè informazioni false prodotte dai modelli con una forma apparentemente credibile. L’impiego dell’IA non rende automaticamente inattendibile un rapporto. Il problema nasce quando testi, dati e fonti vengono consegnati o pubblicati senza che un professionista controlli l’esistenza dei documenti citati, la correttezza dei collegamenti e la coerenza delle conclusioni.

Il precedente Deloitte e gli errori nel rapporto pubblico

Ma non solo PwC. Nel 2025 Deloitte Australia aveva accettato di restituire parte dei 440 mila dollari australiani ricevuti dal governo per una relazione sui sistemi informatici utilizzati nella gestione dei sussidi. Il rapporto conteneva riferimenti a studi accademici inesistenti e una citazione inventata attribuita a una sentenza della Corte federale. Le anomalie erano state individuate da Christopher Rudge, ricercatore dell’Università di Sydney, e non dai controlli interni della società o dell’amministrazione committente. Deloitte aveva successivamente corretto il documento e dichiarato l’impiego di Azure OpenAI GPT-4o nella sua preparazione. Il dipartimento australiano aveva sostenuto che gli errori non modificassero le conclusioni principali, mentre la società aveva rinunciato all’ultima parte del compenso. GPTZero aveva già segnalato problemi analoghi in rapporti di EY e KPMG, successivamente ritirati. Il caso PwC porta così tutte le Big Four dentro la stessa difficoltà: utilizzare strumenti automatici per produrre più velocemente documenti che vengono venduti per la loro affidabilità professionale.

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