Da un locale aperto nel 1966 a Bergamo, la famiglia Cerea ha costruito una realtà con oltre mille dipendenti e circa 900 eventi l’anno. L’ingresso di Ou(r) Group accompagna ora nuove aperture, manager e sviluppo internazionale, mentre Bruna e i figli difendono il metodo nato con Vittorio.
Dalle notti in pasticceria ai risotti per tremila persone, il metodo costruito dai figli di Vittorio
Marketing, risorse umane e controllo di gestione sono le aree nelle quali Da Vittorio vuole rafforzare la propria organizzazione. Come riferisce Forbes Italia, il gruppo ha superato i 100 milioni di euro di fatturato, conta oltre mille dipendenti e realizza circa 900 eventi ogni anno. La crescita ha convinto la famiglia Cerea ad accogliere nel capitale Ou(r) Group, holding della famiglia Ruffini, scegliendo un partner industriale con cui lavorare su aperture, struttura e presenza internazionale. L’accordo tra le due famiglie è stato annunciato nel marzo 2026.
Enrico Cerea, conosciuto come Chicco, collega la decisione alla velocità con cui l’attività si è ampliata dopo la pandemia. “Non ne avevamo bisogno economicamente. Ma dopo il Covid siamo entrati in un segmento che ci siamo inventati sotto un pergolato a bordo piscina nella residenza della Cantalupa: era il nuovo Dav, che oggi sono quattro. Siamo, in breve, cresciuti così velocemente che ci siamo resi conto che servivano struttura e persone capaci di aiutarci a governare la complessità”.
La famiglia ha cercato un socio capace di rispettare tempi lunghi, qualità e identità, evitando un’operazione puramente finanziaria. Chicco riassume l’ambizione con una battuta: “Abbiamo 60 anni. Io vorrei farne altri 600!”. La storia cominciò il 6 aprile 1966, quando Vittorio Cerea e la moglie Bruna aprirono il loro ristorante nel centro di Bergamo. Nei locali più frequentati della città dominavano carne e cucina tradizionale. Vittorio scelse il pesce e portò ai tavoli funghi, tartufi, ostriche e caviale, seguendo stagioni e qualità delle materie prime. Da quell’intuizione sarebbero arrivati la ristorazione esterna, il trasferimento a Brusaporto e la formazione dei figli, costruita anche attraverso esperienze lontane da casa.
Per Chicco l’ingresso anticipato nelle responsabilità familiari coincise con l’uscita di Luciano, storico braccio destro del padre in sala. “Papà la prese davvero male”, ricorda. “Lo vidi seduto al bancone della cassa con le lacrime agli occhi. Io gli dissi: non preoccuparti, facciamo noi”. Enrico cominciò in sala e passò successivamente in cucina per decisione del padre. La timidezza lo accompagnava ai tavoli, dove Vittorio lo presentava direttamente ai clienti per costringerlo a parlare e superare il disagio. La pasticceria diventò presto la sua specializzazione. Studiò, viaggiò e svolse periodi di formazione in Svizzera e a New York. “Finivo in cucina e poi salivo in una stanzetta a fare cioccolatini fino alle tre di notte”.
Francesco Cerea ha costruito gran parte della propria esperienza nella ristorazione esterna, espressione che la famiglia continua a preferire alla parola catering. Il lavoro richiede organizzazione, capacità tecnica e interventi immediati quando un programma salta. Durante un evento nella campagna veronese, il forno rimase acceso soltanto mantenendo premuto un pulsante. Francesco sistemò una cassetta dell’acqua, fece sedere sopra una hostess e le affidò il comando per un’ora. “Poi ti do una bella mancia”, le disse. Il forno continuò a funzionare e il servizio non si fermò. A Porto Cervo il problema arrivò alle due del pomeriggio, quando un temporale investì una location priva di una soluzione alternativa. La squadra coprì i tavoli con teli di plastica legati alle sedie, trasferì gli aperitivi all’interno e ridisegnò il servizio in pochi minuti. Francesco descrive così quel lavoro: “È un lavoro senza orari, ovviamente con alcuni stop, ed è altamente creativo. Non è che tutti i giorni facciamo 20 ore, se no mi mettono in galera, ed è come fare ogni volta un film nuovo: ‘Ciak, si gira!’, senza possibilità di replica, e quindi la nostra attività diventa teatro. E poi c’è la padronanza tecnica: fare un risotto per tremila persone ne richiede tantissima. E deve essere buono, perché se lo sbagli commetti un errore moltiplicato per tremila volte. In questo senso è un lavoro che ti fa percepire quanto sia importante la cura di ogni dettaglio.”
Negli anni la cucina è stata affiancata da un sistema più ampio, nel quale contano accoglienza, luci, musica, rapporti con gli ospiti e preparazione del personale. La formazione comprende anche la gestione delle allergie e degli altri rischi legati al servizio. Da questa esigenza è nata l’academy interna guidata da Rossella Cerea. L’ingresso della famiglia Ruffini non è stato accolto subito con la stessa serenità da tutti. Rossella racconta la difficoltà di aprire una realtà costruita dai genitori a persone estranee alla famiglia. “All’inizio era quasi un dolore: sembrava di toccare qualcosa costruito da mamma e papà. Poi abbiamo capito che con persone che condividono i nostri valori si poteva crescere meglio e più velocemente. Per esempio negli Stati Uniti abbiamo una solidissima clientela americana, ma nessuna sede negli Usa. Quando aprimmo a Shangai, il prestigio e il valore di Da Vittorio era tale che iniziammo ad accogliere anche qui a Brusaporto tanti clienti cinesi. La sfida a breve termine, oggi, è inserire nuove figure manageriali legate al marketing, alle risorse umane, al controllo di gestione, senza snaturare il credo e la cultura familiare. Un innesto che ci farà alzare ancora di più l’asticella della qualità e della strutturazione dell’azienda”. Rossella indica tre elementi che il nuovo assetto non dovrà modificare: “la qualità, la coerenza e il senso di accoglienza non possono cambiare”.
Il rapporto con gli ospiti nasce da una lezione ricevuta da Vittorio quando Rossella, ancora ragazza, temeva il confronto con la sala. Il padre le spiegava che il cliente andava considerato un amico da ricevere, mai un avversario da affrontare. “Vai al tavolo con il sorriso e vedrai che lo conquisti”. La morte di Vittorio Cerea nel 2005, poco dopo il trasferimento a Brusaporto, costrinse i figli a cambiare rapidamente ruolo. “Avevamo quattro realtà e 70 dipendenti: ci sembravano già tantissimi”, ricorda la famiglia. Da quel momento sono cresciuti gli eventi esterni, i ristoranti Dav, la ristorazione collettiva e i prodotti destinati al commercio.
Francesco descrive il passaggio dalla presenza operativa alla gestione delle squadre con un’immagine sportiva: “Da giocatori siamo diventati allenatori”. Oggi i Cerea devono scegliere collaboratori e dirigenti capaci di applicare lo stesso standard anche quando un componente della famiglia non è presente durante il servizio. Per Roberto Cerea, detto Bobo, la formazione è passata soprattutto dagli imprevisti. Durante un evento in Costa Azzurra organizzato per un importante imprenditore internazionale, la squadra scoprì che gli scampi previsti dal menù non erano stati caricati. Mancavano poche ore al servizio. “Ho perso dieci anni di vita in due ore”, racconta. Con il fratello e un fornitore ligure riuscì a recuperare il prodotto e a far partire la cena regolarmente. La prova più dura arrivò sul piano finanziario. Dopo il trasferimento a Brusaporto e gli investimenti nella nuova sede, nel 2008 i conti si complicarono. “Rischiammo davvero grosso”. La famiglia reagì aggiungendo consulenze, prodotti e nuove attività al ristorante tradizionale. “Forse proprio quegli anni ci hanno permesso di diventare quello che siamo oggi”.
La diversificazione ha trasformato Da Vittorio in una realtà che lavora nella ristorazione stellata, negli eventi, nei format Dav, nei servizi collettivi e nel retail. L’ingresso di Ou(r) Group dovrà fornire competenze e organizzazione per sostenere questa dimensione. Francesco mantiene una regola semplice: “Non si è mai finito di imparare”.
Bruna Cerea, nominata nel 2026 Cavaliere del Lavoro, continua a seguire a 85 anni conti, organizzazione e attività quotidiana. Fu lei, insieme a Vittorio, ad affrontare la scommessa di Brusaporto, trasferendo il ristorante dalla città in una struttura allora quasi abbandonata. Vittorio riuscì a vedere il locale riaperto pochi mesi prima della morte. Bruna ricorda: “Era felice di vederlo pronto. Gli dispiaceva solo di non poterci aiutare come avrebbe voluto”.
Oggi osserva i figli impegnati nell’inserimento di manager, nell’espansione internazionale e nel rapporto con il nuovo socio. “Loro vogliono fare una strada grande. Sono compatti. E questa è la cosa più importante”. A Brusaporto Bruna continua intanto a controllare i conti e l’organizzazione, mentre la nuova struttura aziendale viene costruita attorno alle attività già avviate.

