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Economia
Def, Corvino (Obi) ad Affaritaliani.it: "Il Tesoretto? Molto limitato e aleatorio"

C’è poco di nuovo nel Def. Nella sostanza le riforme strutturali restano ancora lontane, così come la crescita del Paese e la lotta alla corruzione. E nonostante le dichiarazioni di ottimismo del governo, il Documento di Economia e Finanza del governo conferma la situazione di difficoltà in cui si muove ancora il Paese. A fronte di  un timido +0,7% di aumento del pil stimato per l'anno in corso, gli interventi previsti scontano infatti una persistente difficoltà di natura finanziaria oltre che economica. Ne è convinto Antonio Corvino, economista, nonché direttore generale dell’Osservatorio Banche Imprese, che esprime ad Affaritaliani.it alcune considerazioni sul Def. “L'attivazione delle clausole di salvaguardia, quelle che prevedono l'automatico aumento dell'Iva, viene scongiurata grazia ai risparmi sugli interessi del debito pubblico e sulla speranza della revisione della spesa pubblica. L'incremento degli investimenti viene previsto in un modestissimo 1,9% mentre l'indebitamento netto viene fissato al 2,6% del pil. Non solo il debito rimane bloccato al 132,5%, quanto vengono spostati al 2016 e al 2017 obiettivi più ambiziosi e comunque  insufficienti a ipotizzare interventi di una qualche efficacia sul contesto”.

E i previsti benefici?
“Quelli veri vengono affidati al calo del petrolio per quanto concerne il recupero di qualche punto di competitività sui costi  e al deprezzamento del dollaro per le esportazioni, mentre gli obiettivi (le speranze, sarebbe meglio dire) di  rilancio più consistenti sono affidati alle riforme, istituzionali e non, alla lotta alla corruzione ed alla burocrazia nonché ai  contenimenti della spesa pubblica”.

C’è spazio per interventi qualificati rivolti alla crescita?
“In questo scenario non vi sono spazi sufficienti per interventi mirati e qualificanti nè per il Paese, nè per il Mezzogiorno. Per quest’ultimo, gli investimenti vengono affidati, ancora una volta, ai fondi strutturali europei del programma 2014-2020, peraltro ancora in fase di avvio. Il Piano Juncker e l'istituzione di un nuovo fondo europeo per gli investimenti strategici, che vedrà l'intervento della Bei, dovrebbero colmare questo deficit esistente sia in Europa che in Italia. Ma anche qui siamo alle proposizioni che attendono di essere attualizzate nei fatti”.

Quindi?
“E' evidente, dalla lettura del Def, come le potestà decisionali  vengano sempre più  spinte fuori dal Paese e concentrate in sede internazionale.  E questo vale non solo per il controllo di bilancio ma, ormai, anche per gli investimenti. Le istituzioni nazionali diventano sempre più meri esecutori di decisioni esterne, assunte peraltro sulla base di disponibilità finanziarie raccolte dagli Stati membri con l'imposizione fiscale e trasferite in sede europea.
Conseguentemente ancora una volta è da auspicare una forte volontà di cooperazione tra le regioni meridionali obiettivo coesione, perché programmino e realizzino insieme i loro obiettivi di sviluppo che sono la logistica e le grandi infrastrutture euro mediterranee, con fulcro nel Mezzogiorno, a partire da quelle ferroviarie e portuali,  il rilancio del manifatturiero in una prospettiva di innovazione tecnologica e di mercati, il recupero della cultura e del turismo  ma anche della agricoltura e dei mestieri in chiave di riorganizzazione complessiva dell'economia del territorio, il rilancio dell'istruzione, l'università, la formazione come asset fondamentali per dotare il territorio di risorse umane in grado di farsi carico dello sviluppo del territorio. Purtroppo su questi obiettivi l'intervento del Def, al di là delle affermazioni di principio, è assolutamente inconsistente”.

E il “tesoretto”, di cui si parla in questi giorni?
“E’ di fatto una disponibilità assai limitata ed aleatoria  di risorse scaturenti  dalla decisione di mantenere un decimale di punto all'interno del deficit di bilancio spostandone la decurtazione agli anni successivi. Non credo che il tesoretto sia in condizione di risolvere questioni di particolare consistenza finanziaria. Esso dovrebbe ammontare più o meno a 1, 5 miliardi di euro. E buchi da colmare ve ne sono parecchi. Non manca l'imbarazzo della scelta”.

Ma se mancano gli investimenti come sarà possibile creare maggiore occupazione?
“E' in realtà un falso problema. L'occupazione crescerà con l'aumento consistente del Pil ( almeno il 2%) e con l'aumento degli investimenti. Purtroppo l'impressione che emerge leggendo il Def  è che ci troviamo davanti a scelte scarsamente efficaci su entrambi i fronti. Se non riparte il Pil e se non si riorganizza l'intero sistema della spesa pubblica è difficile immaginare che investimenti ed occupazione tornino a livelli adeguati. D'altra parte il Def fissa al 2.2% del PIL nel 2019 il livello degli investimenti pubblici. Una percentuale certamente bassa che non compensa affatto  il livello attuale degli investimenti pubblici che è assolutamente depresso da molti anni a questa parte. I provvedimenti riguardanti la deducibilità del costo del lavoro dal calcolo dalla base imponibile dell'Irap per le imprese e l'esclusione dei finanziamenti pubblici locali dal patto di stabilità interno per gli Enti locali rappresentano dei passi in avanti positivi, certo, ma assolutamente insufficienti a recuperare standard adeguati e negli investimenti privati e in quelli pubblici”.

Che fare, allora?
“Per correggere le attuali distorsioni bisognerà  porre finalmente mano ad una seria riflessione sullo sviluppo che si vuole perseguire in Europa e nei singoli Paesi, ivi compresa l'Italia, e  sul ruolo e sui loro poteri  nella vita e nella capacità decisionale dei singoli  stati in  materia fiscale, monetaria, finanziaria, del debito pubblico. Certamente va corretta l'attuale impostazione che vede concentrare in Europa le materie e le decisioni funzionali al rafforzamento degli equilibri finanziari e  delle economie del Centro-Nord  Europa a detrimento delle economie del sud Europa”.

Eduardo Cagnazzi

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