Dicesi tecnico “chi è esperto e specializzato in un determinato settore”. La definizione, come dizionario vuole, è asettica, pulita. Altro è quella cosa sporca e cattiva che è la politica. Delle volte, in mezzo al guazzabuglio, i politici di professione alzano la testa. E, tra ideali (fumosi), programmi (traballanti) e risse (quelle sì, vere) sentono l’esigenza di un esperto, colui che il premio nobel Niels Bohr definiva come “una persona che ha fatto in un campo molto ristretto tutti i possibili errori”.
E’ più o meno quello che sta succedendo al tecnico scelto da Enrico Letta per salvare la baracca: Fabrizio Saccomanni. L’ex direttore generale di Bankitalia si è dovuto confrontare con partiti e correnti, piegare alle esigenze delle larghe intese. Non ha fatto quello che avrebbe voluto e, una volta perso il pilota automatico, non ha più saputo ritrovare la giusta rotta. Peccato sia stato chiamato proprio per stringere il timone in mezzo alle onde.
Non è stato Saccomanni a volere l’abolizione dell’Imu. Ma, correzione dopo correzione, tra pretese di parte e furberie municipali, si è ritrovato in mano un pasticcio del quale non può non dirsi responsabile. Ed è singolare che, negli ultimi due governi, proprio due super-tecnici abbiano fatto errori da pallottoliere: dopo Fornero con gli esodati, Saccomanni con la mini-Imu. Tutta colpa sua? No, certo. La domanda è: possibile che tra gli esperti del ministero non ci sia stato nessuno capace di rendersi conto di un errore così marchiano e consigliare il ministro? Eppure, tra dipartimento del tesoro e delle finanze, i dipendenti del dicastero ci costano più di 34 milioni l’anno.
Ma è solo uno che ci mette la faccia. Delle due l’una: o Saccomanni è stato responsabile di uno strafalcione contabile. Oppure è stato schiacciato dalle pressioni politiche. In entrambi i casi, il ministro non ci fa una bella figura: si assuma le sue responsabilità.
@paolofiore
