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Economia
Disoccupazione in calo? Illusione ottica. Vera sfida i licenziamenti autunnali

Calano i disoccupati…

6,3 per cento. Era più di un decennio che il tasso di disoccupazione non era così basso. Ma ovviamente è un’illusione ottica. Si tratta solo di un travaso verso l’inattività. Per rientrare nella definizione statistica di “persona in cerca di lavoro” bisogna aver cercato attivamente lavoro nella settimana di riferimento (andando all’ufficio per l’impiego, cercando online o anche chiedendo a un parente). Un disoccupato che non cerca attivamente lavoro, secondo le norme statistiche internazionali, diventa “inattivo”. Questa convenzione vale per tutti i paesi Ocse ma solo in Italia la disoccupazione è scesa così tanto. Come mai? Probabilmente – ma al momento è solo un’ipotesi – a causa dei limiti alla mobilità molto severi imposti per decreto, della scarsa propensione di imprese e lavoratori a usare siti online di ricerca di lavoro e di un forte scoraggiamento generale legato alla situazione.

…ma anche gli occupati

Il vero indicatore da tenere d’occhio in questi mesi è il totale degli occupati. E in questo caso i numeri parlano da soli. Nel solo mese di aprile il totale degli occupati (dipendenti e autonomi) è sceso di 274mila unità, -1,2 per cento. Nemmeno al picco della crisi finanziaria il numero di occupati era sceso così tanto in un mese. La pandemia, nonostante la cassa integrazione guadagni (Cig) per tutti e il divieto di licenziamento (al momento previsto fino al 18 agosto), ha cancellato in un paio di mesi tre anni di crescita occupazionale. In un mercato del lavoro in perenne movimento, infatti, non basta bloccare le uscite per frenare il calo dell’occupazione se nel frattempo i contratti temporanei non vengono rinnovati e i disoccupati non trovano nuove opportunità come in un mese “normale”.

In realtà anche il totale degli occupati non racconta tutta la storia. Chi è in cassa integrazione è considerato occupato (come chi è in malattia o in ferie). Tuttavia i dati Istat mostrano che ad aprile un terzo degli occupati era in realtà assente dal posto di lavoro, rispetto al 5 per cento di un anno fa, portando a un calo del totale delle ore lavorate (che non erano ancora tornate pienamente al livello pre-2018) del 28 per cento circa rispetto ad aprile 2019.

Chi paga di più lo scotto del Covid-19? In termini occupazionali le donne, i giovani e soprattutto chi aveva un contratto temporaneo. Gli autonomi soffrono la crisi più dei lavoratori dipendenti sia in termini di calo degli occupati sia in termini di riduzione delle ore di lavoro.

L’autunno come banco di prova

La sfida che l’Italia ha di fronte è enorme. Con la riapertura dell’economia parte del crollo occupazionale e di ore di lavoro sarà riassorbito, ma non tutto. Alcuni settori resteranno chiusi, per altri la domanda non tornerà immediatamente al livello pre-Covid-19. Nella “fase 1” la risposta è stata relativamente semplice: Cig per tutti e divieto di licenziare. Ora viene il difficile. Innanzitutto va trovato già nei prossimi giorni un ponte per quelle imprese che vedono scadere le nove più cinque settimane di Cig previste finora e che fino al 1° settembre non potranno beneficiare delle ulteriori quattro settimane introdotte dal decreto “Rilancio” e che al tempo stesso non possono licenziare. Per alcune, questa prospettiva significa semplicemente il fallimento.

Poi, bisogna pensare a cosa fare in autunno. In caso di una nuova ondata di pandemia (non possiamo escluderlo purtroppo), senza le tre T – test, tracciamento e trattamento – e misure di protezione individuali rafforzate, saranno inevitabili nuove restrizioni. Ma anche nello scenario migliore, senza seconda ondata, c’è un rischio concreto di un’impennata di licenziamenti. Confindustria chiede una nuova Cig di 24 mesi. Servirebbero un sacco di soldi, anche utilizzando il nuovo programma europeo Sure (che per altro è un prestito che va ripagato). E non è detto che star fermi per due anni, a salario ridotto e senza far altro (lavoro o formazione), sia veramente un affare per i lavoratori. Si rischia di prolungare l’agonia e ritrovarsi tra due anni più vecchi, con meno soldi e meno competenze.

La nuova cassa integrazione dovrà, quindi, fondarsi su un nuovo patto tra imprenditori, sindacati e governo, chiamando le imprese a contribuire in parte ai costi e condizionando la Cig all’erogazione di formazione, per i lavoratori ma anche per i datori di lavoro. Formazione generale – a partire dalle competenze informatiche – per essere pronti eventualmente a passare a un altro lavoro e formazione specifica al settore e alla mansione per tornare in azienda lavorando meglio di prima (più produttivi, diremmo in gergo). Il diritto soggettivo alla formazione, al lavoro come in Cig, dovrebbe essere il pilastro centrale delle richieste sindacali nel rinnovo dei contratti. Infine, lo stato deve togliere i vincoli al cumulo tra Cig e altro lavoro regolare, come già argomentato con Emanuele Ciani e Maurizio del Conte, e mettere in piedi un sistema di politiche attive che permetta davvero una presa in carico individuale di chi cerca lavoro, dotando il sistema italiano di servizi pubblici per l’impiego di personale qualificato e di strumenti informatici adeguati, migliorando il coordinamento tra le autorità centrali e quelle regionali.

Da www.lavoce.info

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