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Economia

di Aurelio Matrone

E’ ragionevole che il QE di Draghi possa a tendere produrre i suoi effetti, liberando liquidità da immettere nel circuito dell’economia reale, sostenuta anche dal mini-euro. Sarebbe però altrettanto utile dibattere su quanto questo intervento possa produrre effetti anche sulla economia italiana, inquadrandolo nell’ambito della finanza pubblica. Facciamo due conti. Oggi la “Ditta Italia” ha mal contati 2 mila e cento miliardi di euro di debiti. Di contro, può contare su meno della metà di beni, per la precisione si parla di c.a. 800 miliardi, solo in piccola parte in astratto alienabili. In termini di stock mancano 1300 miliardi. Veniamo ai flussi, le entrate tributarie annue (ricorrenti) ammontano a c.a. 450 miliardi e coprono poco più delle spese correnti (stipendi, pensioni e l’apparato statale).

Pertanto avanza ogni anno poco o nulla. Viene poi da servire il debito pubblico: 95 miliardi l’anno di interessi e 250-300 miliardi di capitale. Denari che lo Stato di volta in volta si fa riprestare per pagare le rate. Risultato, il monte-debito non solo non accenna a diminuire, tutt’altro aumenta. Questa situazione perdura da almeno un decennio abbondante, drenando al Sistema Paese una montagna di risorse. E come tutte le aziende che per pagare i troppi debiti non hanno risorse per investire sono destinate a scomparire, la Ditta Italia sta inesorabilmente subendo la stessa sorte. E se in questi anni l’Italia non è stata insolvente (e ragionevolmente non corre tale rischio) al pari di Grecia o Argentina è solo perché mentre il “convento-Italia” è povero, i “frati-italiani” sono ricchi.

A fronte di un debito pubblico di 2 mila miliardi, il patrimonio degli italiani ammonta quasi a ben 9 mila miliardi, di cui 3 mila di soli conti correnti e altre attività finanziarie. Ma veniamo al tema cruciale, quanto è ragionevole ipotizzare una rinascita del Paese, con i “soli” stimoli Europei se l’attuale struttura di finanza pubblica consente a malapena di pagare il corrente ed il salatissimo conto del debito pubblico? All’appello mancano almeno tra i 100 ed i 200 miliardi l’anno da investire come Sistema Italia su noi stessi. Le conseguenze di questo deficit sono sotto gli occhi di tutti, cervelli in fuga, rete di infrastrutture vecchie, le nostre imprese non riescono a fare sistema, pezzi della nostra economia all’estero, crisi industriali irrisolte.

Senza considerare i temi di welfare, mal distribuito e con rilevanti focolai di spreco. Il comune denominatore è sempre lo stesso. Mancano le risorse, da investire in un New Deal, perché pagato l’indispensabile tutto il resto è “divorato” dal debito pubblico. Parliamo di c.a. 400 miliardi l’anno tra interessi e rate, il 25% del PIL che potremmo invece in buona parte dirottare sul Sistema-Paese, avviando un imponente New Deal Italiano, se solo si entrasse nella logica di rinegoziare il nostro debito pubblico. Il progetto è sì ambizioso, quasi una dichiarazione di guerra, ma forse una strada obbligata.

La ricchezza privata italiana offre un ottimo collaterale, senza necessariamente passare dal suicidio di una patrimoniale. Senza una seria virata, l’Italia è condannata forse all’irreversibile impoverimento, con tutti i risvolti sociali immaginabili. Senza un intervento shock sul debito pubblico, quale una sua parziale cancellazione unita ad un consolidamento delle scadenze, difficilmente se ne esce. Tutto questo, e passi la provocazione, o lo si fa con l’Europa o fuori dall’Europa, i cui vincoli in questo contesto sono un aggravante non da poco. Beninteso, tutto questo nella consapevolezza di cosa voglia dire rinegoziare il nostro debito pubblico ed il contesto socio politico che lo stesso genera. Ma vanno svincolate le risorse dal pagamento del debito pubblico, per dirottarle sulla crescita.

Esattamente come avvenne nella Conferenza di Londra del 1953 a favore della Germania, quando con il determinante apporto dell’Italia i tedeschi ottennero la sostanziale cancellazione del loro debito, che proprio come noi oggi ammontava ad oltre il 100% del PIL. Se non si entra politicamente nella consapevolezza della necessità di dover studiare un duro attacco al cuore del problema, e quindi dell’insostenibilità nel continuare a servire in questo modo il debito pubblico, limitandoci solo ad “interventi periferici” proprio per servire tale debito, allora il declino italiano rischia di essere irreversibile e le riforme del Governo come gli stimoli di Draghi essere ininfluenti.

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