Dubai è tornata sotto i riflettori internazionali dopo l’escalation del conflitto tra Iran e Stati Uniti, che ha riportato l’attenzione sulla stabilità del Golfo e sul ruolo strategico degli Emirati Arabi Uniti. Ma al di là della geopolitica, l’emirato continua a puntare con decisione su innovazione, infrastrutture digitali e venture capital per consolidare la propria posizione di hub globale della tecnologia. Ma a che punto siamo? Ne abbiamo parlato con Nader Albastaki, Managing Director del Dubai Future District Fund.
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L’intervista
In un contesto sempre più incerto, l’economia di Dubai ha mantenuto il proprio slancio. Quale ruolo ha svolto l’infrastruttura tecnologica dell’Emirato nel garantire continuità? E che cosa rivela sulla maturità dell’economia digitale della città?
La continuità mostrata da Dubai nella prima metà del 2026 è il risultato di una visione di lungo periodo e degli investimenti strategici nelle infrastrutture portati avanti con costanza dalla nostra leadership. Due elementi lo dimostrano chiaramente: in primo luogo, dal dicembre 2021 il governo ha digitalizzato le transazioni di tutti i propri enti; in secondo luogo, questa infrastruttura ha già superato importanti prove di tenuta in occasione di crisi come la pandemia di Covid-19. Dunque, quando quest’anno è aumentata l’attenzione sulla regione, l’ossatura digitale dell’emirato ha garantito la continuità operativa.
La D33 Agenda di Dubai punta infatti a generare un contributo annuo di 100 miliardi di dirham attraverso la trasformazione digitale, secondo quanto reso noto dal Dubai Government Media Office. Inoltre, nell’aprile di quest’anno, Sua Altezza lo sceicco Hamdan bin Mohammed ha disposto che ogni ente governativo riunisca i propri servizi in un’unica piattaforma digitale integrata entro un anno. Ciò significa che le imprese di tutti i settori possono continuare a operare normalmente, grazie a servizi pubblici digitali, sistemi di pagamento e piattaforme commerciali in grado di assorbire pressioni che, altrimenti, si ripercuoterebbero sui clienti.
Nel corso degli anni Dubai ha costruito un ecosistema digitale che oggi sostiene servizi, logistica e consumi. Potremmo definirli investimenti vantaggiosi anche a livello geopolitico e non solo competitivo?
Sì, l’infrastruttura digitale è ormai una questione di sovranità, oltre che di competitività. Il controllo sulle infrastrutture nazionali dei dati, sui circuiti di pagamento, sulle piattaforme logistiche e sulla capacità di calcolo determina la sovranità economica di un Paese e, in ultima istanza, il margine di manovra di cui questo dispone quando mutano le condizioni esterne. Per citare alcuni esempi relativi a ciascuna di queste capacità: Digital Dubai ha lanciato la Dubai Data and AI Platform, un portale unico per accedere ai dati ufficiali degli enti governativi dell’emirato. Gli Emirati Arabi Uniti dispongono di un proprio circuito nazionale proprietario di carte di pagamento, Jaywan, gestito da Al Etihad Payments, società controllata dalla Banca Centrale. Dubai Trade, gestita da DP World, elabora digitalmente tutte le operazioni degli operatori commerciali, dallo sdoganamento ai certificati portuali, fino alle licenze e all’amministrazione delle zone franche. Stargate UAE, in fase di realizzazione da parte di G42 insieme a OpenAI, Oracle, Nvidia e SoftBank, ospiterà capacità di calcolo per l’intelligenza artificiale su larga scala. Niente di tutto questo è economico o rapido da realizzare. Tuttavia, il costo necessario per costruire autonomamente queste infrastrutture è più basso rispetto a quello che si rischia di sostenere se non si detiene il controllo quando le condizioni cambiano
Anche gli investimenti nell’innovazione si stanno evolvendo in risposta alle nuove sfide. Quali caratteristiche cercate oggi nelle startup e quali tecnologie considerate più strategiche per rafforzare la resilienza economica, dall’intelligenza artificiale e dalla manifattura avanzata fino alla gestione delle risorse?
Investiamo prevalentemente attraverso fondi. Insieme ai gestori con sede in varie parti del mondo, cerchiamo quindi aziende che affrontino sfide globali attraverso soluzioni adattabili al contesto locale, oppure soluzioni nate a Dubai che possano essere sviluppate a livello internazionale. Valutiamo diverse tecnologie che possano essere applicate al di là di un singolo mercato, concentrandoci tuttavia più sui settori prioritari individuati dalla D33 Agenda di Dubai che sulle singole tecnologie. Tra questi figurano il settore immobiliare e delle costruzioni, la logistica e la mobilità, ma anche la sanità. Sul fronte tecnologico, il primo ambito strategico che individuiamo è la tokenizzazione degli asset reali.
Da questo punto di vista, Dubai dispone di un elemento presente in pochissime altre giurisdizioni: il coinvolgimento diretto del governo. Il Dubai Land Department ha avviato un programma di tokenizzazione che registra on-chain i titoli di proprietà, consentendo la proprietà frazionata. I token immobiliari sono classificati come titoli finanziari e collegati ai registri ufficiali della proprietà. Quando è lo stesso catasto a operare su questa infrastruttura, la tokenizzazione smette di essere un concetto teorico e accademico e diventa un’infrastruttura di mercato.
Il secondo ambito è rappresentato dalle infrastrutture per il regolamento tramite stablecoin. Il quadro normativo della Banca Centrale sui token di pagamento ha reso le stablecoin parte dell’infrastruttura finanziaria regolamentata, anziché un semplice strumento innovativo legato al mondo delle criptovalute. Il Golfo si trova in una posizione particolarmente favorevole per svilupparne l’utilizzo commerciale, considerati i suoi corridoi per le rimesse e i flussi commerciali tra il Consiglio di cooperazione del Golfo, l’Asia meridionale, l’Africa e l’Asia orientale.
Il terzo ambito è il livello infrastrutturale su cui poggiano entrambi: custodia, strumenti per la compliance e identità on-chain. Si tratta delle infrastrutture di cui gli investitori istituzionali hanno bisogno prima di impiegare capitali consistenti e nelle quali tende a concentrarsi una parte significativa del valore più duraturo. Ad accomunare questi tre ambiti è il fatto che si tratta di infrastrutture sulle quali altre imprese possono costruire, anziché di prodotti venduti direttamente ai consumatori. È proprio questo a renderle resilienti: la domanda non viene meno quando cambia il sentiment del mercato.
L’incertezza geopolitica è diventata un elemento caratterizzante dell’attuale panorama degli investimenti. Dal punto di vista del venture capital, in che modo gli eventi globali stanno influenzando l’allocazione dei capitali e il comportamento dei founder? E che cosa distingue gli ecosistemi che continuano ad attrarre investimenti nei periodi di incertezza?
Emergono tre cambiamenti principali. I capitali si stanno concentrando su un numero inferiore di round, nelle fasi più avanzate e su aziende dotate di posizioni competitive più difendibili. Questo perché gli investitori tendono a ridurre i tempi della due diligence su ciò che conoscono già e ad allungarli su ciò che conoscono meno. Nella prima metà del 2026 i finanziamenti nell’area MENA sono diminuiti, ma gli Emirati Arabi Uniti hanno comunque raccolto la maggior parte dei capitali investiti nella regione. Anche i founder stanno seguendo la medesima logica, privilegiando le giurisdizioni che offrono prevedibilità normativa e mobilità dei talenti rispetto alla sola rapidità.
A distinguere gli ecosistemi che continuano ad attrarre investimenti è la presenza di capitali istituzionali di riferimento che non si ritirano durante le fasi negative del ciclo. La prima metà del 2026 ha rappresentato per noi l’avvio d’anno più attivo di sempre, con l’annuncio di diversi investimenti in startup e fondi, sia a livello locale che internazionale. Tra questi figurano Immensa, Keyper e Isometric sul fronte del venture capital e, tra gli altri, MetaProp e Camber Creek nell’ambito dei fondi di fondi. Questi esempi dimostrano esattamente quest’ultimo punto: la convinzione degli investitori istituzionali che il venture capital sia un’asset class capace di generare risultati nel lungo periodo e che la regione sia in grado di continuare a crescere lungo tutto il ciclo, anziché arrestarsi nelle fasi più difficili.
Il Medio Oriente ha dimostrato resilienza nonostante la persistente volatilità geopolitica. Come valuta oggi l’ecosistema regionale del venture capital e quali fattori hanno permesso a mercati come Dubai di mantenere la fiducia degli investitori e continuare ad attrarre founder e capitali?
La fiducia in Dubai poggia su tre fattori. Continuità istituzionale. Entità come la nostra e i nostri azionisti, il DIFC e la Dubai Future Foundation, impiegano capitali con un orizzonte di lungo periodo. Continuità istituzionale significa investire lungo tutto il ciclo, anziché cercare di aggirarlo. Ciò consente a founder e gestori di fondi di pianificare su un orizzonte pluriennale, una possibilità che non tutti i mercati della regione sono in grado di offrire. Chiarezza normativa. Significa disporre di regole comprensibili e sufficientemente stabili nel tempo da consentire alle imprese di svilupparsi facendo affidamento su di esse. Quando gli imprenditori hanno fiducia nel quadro normativo in cui entrano, sono più propensi a costruire aziende con una prospettiva di lungo periodo. Mobilità dei talenti. Significa che un founder può assumere un professionista con esperienza in una seconda impresa senza dover trasferire altrove la propria attività. Gli ecosistemi crescono e si rafforzano quando le persone esperte possono muoversi liberamente tra le aziende; quando ciò non è possibile, tendono invece a fermarsi. Oggi i founder si aspettano molto più del semplice accesso ai finanziamenti.
Dal punto di vista di un investitore, che cosa rende attrattivo un ecosistema in termini di sostegno alla crescita delle società in portafoglio e come ha visto evolversi Dubai sotto questo aspetto?
I founder valutano gli ecosistemi sulla base di diversi fattori, tra cui l’accesso a un mercato più ampio e la disponibilità di talenti, e non soltanto in funzione dei capitali. Per quanto riguarda l’accesso al mercato, attraverso il nostro modello di fondi di fondi, le società in portafoglio dei gestori che sosteniamo ottengono un canale diretto che dà accesso agli stakeholder istituzionali e aziendali di Dubai. Disponiamo di un’ampia rete di partner pronti ad adottare le tecnologie sviluppate dalle startup in numerosi ambiti applicativi: dal Dubai Land Department e Dubai Health nel settore pubblico, fino a Nestlé e AWS nel settore privato.
Dove individua le maggiori opportunità per il venture capital nei prossimi cinque anni e quale ruolo svolgeranno hub emergenti come Dubai nel plasmare il futuro dell’innovazione e dell’imprenditorialità?
Le maggiori opportunità si trovano nei settori che Dubai ha individuato come prioritari nell’ambito della D33 Agenda: dall’immobiliare all’erogazione dei servizi sanitari, fino alla logistica e alle attività industriali. Si tratta di comparti ampi e frammentati, nei quali miglioramenti di efficienza misurabili si traducono direttamente in un aumento del valore d’impresa. Nei prossimi cinque anni, il ruolo di Dubai sarà quello di affermarsi come luogo in cui le tecnologie innovative vengono adottate, sperimentate su scala commerciale ed esportate nei mercati ad alta crescita di tutto il mondo.

