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Dubai, la crisi in Iran fa tremare il lusso e il feed degli influencer: lo skyline che luccica non è più così distante dal caos. L’analisi

Una città che ha sempre promesso “distanza” e ora si trova nel vortice della crisi

Dubai, la crisi in Iran fa tremare il lusso e il feed degli influencer: lo skyline che luccica non è più così distante dal caos. L’analisi


Dubai è una città che, più di altre, sembra fatta per essere guardata. Non solo vissuta: guardata. È un luogo che ha trasformato la normalità in scenografia, la routine in un fondale sempre acceso. Lo skyline luccica come un’insegna, il mare sembra pettinato, i grattacieli hanno l’aria di non dover mai chiedere permesso a niente. E in quella luce permanente, per anni, si è rafforzata l’idea più seducente: qui tutto è controllabile. Qui, in qualche modo, si resta fuori dal rumore del mondo.

Poi succede qualcosa che non entra nell’inquadratura. Boati. Scie in cielo. Un’ansia improvvisa che non puoi “editare” e che non si lascia ridurre a un filtro. E la città-fondale, di colpo, smette di essere sfondo: diventa evento. Il giorno in cui la bolla si buca, il primo segnale non è il panico: è lo smarrimento. Quella sensazione straniante che ti prende quando capisci che ciò che doveva essere lontano non è più lontano.

In mezzo, inevitabilmente, ci sono loro: gli influencer, o come li chiama adesso il marketing quando deve mettere una giacca elegante a un conto economico che non torna. “Content creator.” Suona più serio, più professionale, più giustificabile. È un’etichetta comoda: sposta l’attenzione dal risultato alla produzione, dal vendere al “fare contenuti”. Così, anche quando le storie non spostano una singola vendita, possono comunque essere difese come “asset”, “awareness”, “community”. Un lessico che non ti chiede prove, ti chiede fede. E intanto il mondo reale quello con le scelte, i rischi, le paure entra in scena senza chiedere il brief.

In quei momenti, il telefono resta in mano. Non per cinismo, spesso per riflesso: è la protesi di un lavoro che si nutre di presenza. Ma cambia la qualità del racconto. Il feed non è più vetrina, è termometro. E si vede la frattura: l’istinto di documentare contro l’urgenza di mettersi al sicuro; la voglia di esserci contro la paura di esserci davvero.

E qui si apre la domanda che rimbalza con più forza, perché non parla solo di geopolitica: parla di immaginario. Dove andranno questi personaggi che, nell’immaginario collettivo, vengono considerati i nuovi ricchi: quelli che abbagliano, ma spesso senza dire nulla? Quando il palcoscenico trema, quando il lusso non basta più a fare da scudo, quando la città che li ha ospitati come un set si comporta improvvisamente come una città vera?

La risposta, se la tensione continua, non sta tanto nelle valigie quanto nella narrazione. Perché è lì che si decide tutto. C’è chi proverà a diventare cronista, ma con la cautela di chi sa che ogni parola può essere usata contro di lui. C’è chi sparirà per un po’, perché anche il silenzio è una strategia quando l’aria si fa nervosa. E c’è chi, appena possibile, cambierà destinazione: non solo per sicurezza, ma perché l’algoritmo ama le svolte, e la fuga raccontata bene diventa un nuovo capitolo.

Il punto è che Dubai ha sempre promesso una cosa: distanza. Distanza dal caos, dal rischio, dal rumore. Quando quella distanza si riduce, resta nuda la domanda più scomoda: che cosa resta di un’identità costruita sull’abbaglio, quando l’abbaglio non basta più? Quanto vale davvero il personaggio, quando l’inquadratura non è perfetta e il copione salta?

Forse è proprio lì, nel momento in cui la luce del set si spegne, che si misura la sostanza. Perché i “nuovi ricchi” del nostro immaginario non sono ricchi solo di soldi: sono ricchi di attenzione. E l’attenzione, quando cambia clima, può diventare una moneta instabile. O ti compra un’uscita di scena elegante, o ti presenta il conto.