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Economia
Eataly verso la Borsa: luci e ombre. Nozze in Cina con Alibaba?

Il meme potrebbe essere amarcord, "mi ricordo" in dialetto romagnolo. Espressione divenuta neologismo col significato rievocazione nostalgica grazie all'invenzione di due romagnoli doc, Federico Fellini e Tonino Guerra. Vi chiederete cosa c'entri l'amarcord con Eataly - perché è di Eataly che tratta quest'articolo - visto che il fondatore Oscar Farinetti è un langarolo doc e il presidente esecutivo Andrea Guerra non ha nulla a che spartire con il grande Tonino, poeta e sceneggiatore di talento.

Amarcord quando Eataly è nata nell'ormai lontano, lontanissimo e schifosissimo 2007. Quando il malumore, la depressione e la paura circolavano come l'adrenalina negli animali in fuga. In un paese attonito e sgomento, questo signore venuto da Cuneo apriva il primo punto vendita al Lingotto di Torino, il tempio che dopo la morte di Giovanni Agnelli suo sovrano assoluto, aveva abiurato gli dèi della meccanica.

Amarcord l'ironia e il dileggio di chi accusava Farinetti di approssimazione se non di dilettantismo: guardalo lì il venditore di lavastoviglie che adesso vuole compiere un passo indietro nella filiera e sporcarli con i suoi cibi i piatti.

Amarcord lo stupore e la meraviglia quando, anno dopo anno, bilancio dopo bilancio, con tenacia e con l'umiltà di chi sa dove e cosa e a chi andare a chiedere, Eataly cresceva e compiva il miracolo che nessun vinattiere, nessun pastaio, nessun venditore di oli e saponi aveva mai neppure osato pensare: partire con la meglio gioventù del saper fare italiano alla conquista delle tavole di qualità di tutto il mondo. Los Angeles. New York. Mosca. San Paolo. Istambul. Chicago. Hollywood. Boston… e gli altri andate a cercarveli nel sito.

Amarcord lo stupore tre anni fa a Bologna, quando visitai a tradimento (non sapevo dove mi stessero portando) l'immensità assolata e spaventosamente deserta dell'interporto di Bologna quello che avrebbe dovuto diventare il più grande mercato alimentare d'Europa e mai lo divenne. E lì con gli "uomini prodotto" di Eataly come li chiamo io, quelli che sanno tutto ma proprio tutto di ogni produttore di formaggio di malga, che danno del tu ad ogni mucca, pecora e capra dell'arco alpino, scoprii la follia del progetto FICO, Fabbrica Italiana Contadini.

Amarcord molto bene - e non potrei diversamente - anche l'antipatia che suscitava Farinetti e ancora non smette. Perché ha la faccia tonda e gli occhi aguzzi come cerini accesi. Perché ha avuto (e peggio continua ad avere) successo. Perché a suo tempo ha avuto il becco di schierarsi in un paese dove - gesummaria - non si schiera mai nessuno. Perché è un sognatore con i piedi per terra, un pensatore solido e robusto come i fattori che racconta Cesare Pavese nelle sue storie sghembe e ruvide.

Farinetti dice che l'idea gli è venuta a Istanbul nei grandi bazar dove si compra, si mangia, si beve e s'incontra la gente. Non credetegli: fa dello storytelling, e bene anche. L'idea gli è venuta pensando a casa sua, ad Alba, a Bra, a Moncalvo. Quando i mercanti s'incontravano al mercato boario e bevevano il brodo caldo nelle mattine di nebbia e di freddo, e nel brodo, proprio come fanno ancora adesso in Friuli, ci mettevano anche il vino rosso. L'idea gli è venuta girando il mondo e scoprendo come scopre ogni giorno chiunque giri il mondo con la mente aperta, quanto siamo - letteralmente - amati noi italiani. Il nostro cibo. Il nostro strasacrosanto sciallo, il gusto di godere la vita finché ce n'è.

E una volta avuta l'idea, stufo marcio dei margini meschini dell'elettrodomestico bianco, cos'ha fatto il nostro? Forte della sapienza socratica dei veri sapienti ("So di non sapere") come ogni buon fedele se n'è andato alla Mecca del sapere cibario, alla ricerca del Leonardo da Vinci della mozzarella, della pera autoctona, della grappa di monovitigno, quel genio che di nome fa Carlin e di cognome Petrini. Il sapere, la competenza, nascono da lì. Saperi e competenze che, da che mondo e mondo, da sole non bastano mai: forse che Marchionne saprebbe anche riparare un motore come nella canzone di Battisti? Il segreto è l'unione dei saperi di chi sa il prodotto (la terra, i produttori) e del sapere di chi sa fare l'azienda. Ecco, la storia di Eataly è tutta qui. Il buono, il pulito il giusto - la filosofia di Carlin Petrini - han preso il volo e girano nel mondo.

Mi ricorderò di oggi in assemblea. Oscar Farinetti stava in mezzo al pubblico. Al tavolo dei dirigenti a rispondere alle domande zuccherose dei colleghi c'era Guerra e il figlio Francesco. Un altro segno netto di diversità e di chiarezza nel paese dove nessuno passa mai la mano e i figli son destinati ad invecchiare senza esser considerati grandi abbastanza.

Avete capito cosa vende veramente Eataly? Se avete puntato il dito su "qualità" è la risposta giusta. Adesso si tratta di continuare a trasformare la qualità prodotta dagli specialisti e percepita dai consumatori in profitto. E il metodo più ovvio è passare dalla tavola alla Borsa, in questo caso Piazza Affari e non New York, com'è giusto che sia nel naturale sviluppo di Eataly. Il 2019 sarà l'anno della quotazione. Per andare in Borsa la famiglia Farinetti - socia di maggioranza con una quota di circa il 60% - ha scelto il miglior chef in circolazione, Tip. Sarà la società guidata da Giovanni Tamburi ad elaborare a puntino il menù finanziario. Tip in Eataly ha una partecipazione di circa il 20% (attraverso il veicolo Clubitaly) quota che dichiara di voler mantenere il più a lungo possibile anche dopo il passaggio al listino.

60% + 20% dà come risultato 80%. Il restante 20% (circa) è di proprietà di Luca Baffigo Filangieri e Elisa Miroglio, azionisti della prima ora insieme a Farinetti. L'approssimazione delle percentuali non è messa a caso, la perfezione del 100% sarà raggiunta con la quota entrante di Andrea Guerra che proprio oggi ha dichiarato di essere pronto a diventare entro i prossimi mesi azionista del gruppo con una quota massima del 3%, se con la Borsa si assicura lo sviluppo finanziario, lo sviluppo industriale sarà conseguito prima di tutto negli Stati Uniti, paese che insieme all'Italia oggi costituisce la principale fonte di profitto del Gruppo, fermo restando che l'obiettivo è far diventare gli Usa il primo motore in termini di fatturato.

Ma i visionari, i sognatori e i creativi sono tali perché pensano in grande. E oggi non c'è nulla di più grande sia dal punto di vista numerico che da quello delle potenzialità della galassia Cina, il paese che della sicurezza alimentare sta facendo un'ossessione. Tema che Eataly è perfettamente in grado di soddisfare grazie alla qualità dei propri prodotti. Andrea Guerra come Marco Polo? Finalmente un italiano con la capacità di conquistare un popolo che continuiamo a pensare come a un nemico invece che un possibile grande partner commerciale. Un partner che Eataly in terra d'Oriente sta ricercando e, secondo quanto è emerso oggi, presto sarà trovato con la prospettiva di creare una joint venture. Chi potrà soddisfare queste esigenze? Se l'identikit ideale è quello di un partner industriale importante, il pensiero corre inevitabilmente verso il gigante Alibaba, un partner industriale e commerciale di potenza supersonica.

Ci sono compratori in vista tipo Amazon, ha chiesto qualcuno in sala. La risposta di Guerra è stata pronta e secca: no, ma riceviamo richieste ogni giorno. Sembrano aperti a ogni prospettiva, anche se il no ad Amazon è categorico. Poco male, gli americani si sono già attrezzati con Whole Foods, perché dunque non dirigersi alla concorrenza alleandosi con il rivale cinese? Forse è banale, però spesso è nella semplicità che si trova la verità. Eataly, un'idea di successo molto, molto coraggiosa. Pensate che l'apertura del negozio a Los Angeles avvenne lo stesso giorno della presentazione del nuovo "iPhone X". Nello stesso palazzo si fronteggiavano l'argenteria della Silicon Valley, e l'oro italiano e ha vinto il tricolore: la coda davanti ad Eataly era lunga quattro volte rispetto a quella dell'Apple store.

Niente di nuovo sotto il sole, anche la rabbia che si prova: il mondo apprezza quello che noi svalutiamo. Questa è stata l'impressione che ho avuto oggi nel corso della prima conferenza stampa del gruppo. Il mondo ama, celebra e tenta in tutti i modi di imitare Eataly, mentre noi nella sede centrale stiamo qui a menarcela cercando con sensibilità sado-maso possibili punti deboli, come al solito in preda della sindrome del palio di Siena dalla quale non usciamo, schiacciati in un vicolo cieco.

"Non mi posso permettere Eataly", è uno slogan da cancellare, questa è una delle battaglie filosofiche in cui Andrea Guerra si sta impegnando, noi siamo democratici e competitivi nei prezzi, dice. Il mondo l'ha capito, i numeri lo confermano, ma quando lo faremo anche noi in Italia?

L'ultima utopia industriale, forse per convincere anche i più scettici, è una possibile implementazione delle collaborazioni con Autogrill (una cooperazione nata nel 2016) attraverso l'apertura di un punto vendita sulla Salerno-Reggio Calabria. Si può essere più coraggiosi di così? Il nostro paese non ama i visionari. Non ama il successo. Peggio: detesta i vincenti. Ma se per una volta, una sola, unissimo le forze?

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