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Economia
Economia del mare, serve una svolta. L'Italia prenda esempio dal Marocco

“E’ ora di rimettere al centro dell’economia la portualità italiana. L’Italia è in ritardo con la riforma dei porti, nè vanno meglio i progetti di dragaggio e il superamento dei vincoli infrastrutturali che caratterizzano gli scali nazionali. La posizione di vantaggio geografico del Paese, da solo, non è più sufficiente a garantire i risultati di traffico nel Mediterraneo. Stare sul mercato significa invece ridurre i tempi di passaggio delle merci dai porti ai centri di consumo e snellire i vincoli burocratici e procedurali connessi alle operazioni di sbarco e d’imbarco. Quello che altri Paesi stanno facendo, lavorando per un Mediterraneo generatore di economia e non solo come mare da navigare. Come il Marocco”.

Lo dichiara ad Affaritaliani.it il responsabile Dipartimento Economia Marittima e Mediterraneo di Srm (il Centro studi legato ad Intesa Sanpaolo), Alessandro Panaro, appena rientrato dal Paese nordafricano a capo di una delegazione di agenti marittimi, spedizionieri, terminalisti e operatori di Genova, Livorno, Milano, Ravenna, Napoli, Salerno e Palermo del Propeller Club Italia. “Scopo della missione -afferma Panaro- è stato quello di analizzare i modelli di gestione e di funzionamento della portualità locale. Il Marocco è il Paese che più di tutti sta procedendo a massicci investimenti nella portualità e nella logistica”. In Italia invece i porti non si sviluppano e non sono competitivi perché ancorati ancora a vecchi modelli. In alcuni casi mancano le banchine, ma lasciano a desiderare anche i raccordi stradali e ferroviari con l’esterno. Eppure i progetti di sviluppo delle infrastrutture ci sono. E ci sono anche le risorse finanziarie per adeguarle alle accresciute esigenze del commercio via mare. Ma non vengono spese per l’inefficienza della politica e per le lungaggini della burocrazia. Dimenticando che il commercio internazionale dell’Italia potrebbe aumentare di circa 50 miliardi di euro all’anno se la movimentazione delle merci si allineasse alla media europea, se cioè guadagnasse in media 6-8 giorni nelle operazioni di imbarco e sbarco. “Nel Paese Nordafricano -commenta Panaro- si registra un fervore di iniziative per intercettare i traffici che passano per Suez: dall’ampliamento del terminal crocieristico di Casablanca (per una spesa di 350 milioni di euro), alla realizzazione di uno scalo a Nador con una capacità di 3 milioni di teu, per un investimento di oltre 750 milioni di euro. E per il 2015 sono previsti appalti pubblici per 3,2 in infrastrutture, molti dei quali sono destinati al progetto Tanger Med II”.

Perché il Marocco

Per il presidente del Propeller Ialia, Umberto Masucci, un dato su tutti esprime meglio l'interesse che il governo di Mohammed VI sta dedicando al settore: “Il 25% degli investimenti nel Paese nordafricano è dedicato ai porti ed alle attività via mare. E sia i successi di Tanger Med, che nel 2014 ha avuto una crescita vicina al 30% con oltre tre milioni di teu e con una quota nel Mediterraneo del 10%, sia gli investimenti previsti a Casablanca e Nador per un miliardo di euro, rappresentano i risultati del programma di grande sviluppo che il governo marocchino ha in scadenza fino al 2030. D'altra parte -afferma Masucci- la forte presenza di armatori italiani in Marocco, con il gruppo Grimaldi, Grandi Navi Veloci, d'Amico, Tarros e Costa Crociere, rappresentano un complemento importante nell'equilibrio commerciale tra i due Paesi”. Diversamente la pensano i governanti italiani. per l’incapacità di puntare sulla logistica e sulla sua capacità di creare valore aggiunto quest’anno i traffici marittimi dovrebbero diminuire ancora.

Eduardo Cagnazzi

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