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Scenario/ L’economia Usa rallenta: recessione dietro l’angolo?

Scenario/ L’economia Usa rallenta: recessione dietro l’angolo?
obama rousseff (10)
L’economia Usa rischia di cadere in recessione entro fine anno? Alcuni economisti come Robert Reich non lo escludono, così le borse tornano a guardare alle mosse delle banche centrali. La BoJ ha già limato i tassi sui depositi, a sorpresa, la Bce potrebbe farlo in marzo. La “normalizzazione” delle politiche monetarie resta lontana, anche perchè la crisi dei mercati emergenti costringe gli Usa a puntare tutto sui consumi per rimanere quella locomotiva mondiale che per ora nessun altra area economica sembra in grado di sostituire

L’economia Usa si avvicina ad una inversione di tendenza e dopo oltre sette anni si appresta ad entrare in una fase recessive? E nel caso la frenata sarà così brusca da far deragliare anche la timida ripresa europea, che già guarda con preoccupazione ai segnali non propriamente esaltanti provenienti dalle principali economie emergenti, Cina in testa? Non lo escludono economisti del calibro di Robert Reich, che fu ministro del Lavoro durante l’amministrazione.

Secondo l’economista la recessione potrebbe colpire gli Usa già a fine anno, perché il sistema appare “minato” da squilibri crescenti nella distribuzione del reddito in grado a suo giudizio di incidere in misura “significativa” anche sullo sviluppo de l Pil. Di certo l’ipotesi è ormai ben presente nella mente di operatori e analisti, visto come hanno reagito le borse ai dubbi che la stessa Federal Reserve ha espresso in settimana circa la forza della ripresa statunitense.

Ma il fatto che sia bastato una mossa a sorpresa della Bank of Japan, che ha portato in territorio negativo i tassi sui depositi (-0,10%), per ridare fiducia ai mercati la dice lunga su come la “normalizzazione” delle politiche monetarie globali sia ancora là da venire e come la fine dell’era del “denaro a costo zero” negli Usa non significherà automaticamente analoghe decisioni da parte della Bce e della BoJ, che anzi si candidano a prenderne il testimone.

Questo non significa automaticamente che il mondo abbia trovato una (o due) nuova locomotiva se quella americana rallenterà il passo. L’Europa deve infatti anzitutto uscire dal tunnel della deflazione in cui si muove ormai da mesi, anche se il dato preliminare dell’inflazione di eurolandia in gennaio (+0,4% annuo dal +0,2% annuo di fine dicembre) sembra confortante visto che al netto del peso che ha l’energia (-5,3% annuo previsto a fine mese) sull’indice, se si guarda alla sola “inflazione core” ossia senza le componenti più volatili (energia e generi alimentari) si nota una crescita dallo 0,9% di fine 2015 all’1% previsto per fine gennaio che ha sorpreso il mercato come hanno subito evidenziato gli analisti di Credit Suisse.

Secondo gli esperti rossocrociati, peraltro, buona parte della crescita è dovuta a un “effetto base” proprio sui prezzi dell’energia e non si tratterebbe di un’inversione di tendenza. Questo significa che già a marzo Mario Draghi potrebbe annunciare un’altra limatura (-0,10%) dei tassi sui depositi e probabilmente ribadire che il quantitative easing andrà avanti finché sarà necessario, mentre non è escluso che la tipologia di bond possa essere ampliata.

Sarà interessante vedere se in questo caso se Draghi potrà acquistare anche le tranche “senior” di crediti problematici che, coperte da una garanzia pubblica acquistata “a prezzi di mercato”, le banche italiane potrebbero trovare conveniente emettere nei prossimi mesi per alleggerire i proprio bilanci, visto che l’ipotesi di una “bad bank sistemica” è definitivamente tramontata.

Quanto al Giappone, la Abenomics nonostante i proclami del premier Shinzo Abe non sta producendo alcun risultato o quasi e difficilmente la mossa della BoJ potrà modificare significativamente lo scenario. Se lo yen, subito indebolitosi contro dollaro ed euro, potrebbe aiutare gli esportatori, un calo dei tassi su tutte le scadenze rischia di allontanare molti investitori, che saranno tentati da dirottare i propri capitali verso investimenti in dollari o in euro.

Il che alla fine riporterebbe la situazione al punto di partenza: se Abe non riesce a varare riforme sufficientemente incisive, con un debito pubblico già a livelli stellari (il 230% del Pil, contro il 132% del debito/Pil italiano e il 177% del debito/Pil greco) e una popolazione sempre più anziana sarà difficile tornare a vedere una crescita significativa nonostante tutti gli sforzi della BoJ.

Il mondo ha dunque ancora bisogno della locomotiva a stelle e strisce, tanto più che Russia, Brasile, Sud Africa e Cina sono già tutti in recessione o comunque in rallentamento. Per continuare a essere la locomotiva mondiale gli Usa debbono continuare a consumare e se finora i dati in tal senso sono confortanti, non di meno il calo dei margini notato negli ultimi due trimestri potrebbe indurre le società Usa a tagliare i costi e ridurre le nuove assunzioni, togliendo benzina alla crescita.

Se si tiene conto che, almeno secondo Reich,  i consumatori americani quest’anno vedranno crescere poco o nulla il reddito disponibile, con un reddito medio che al netto dell’inflazione resta del 4% inferiore ai livelli del 2000 e retribuzioni medie in calo in particolare per i giovani, laureati compresi (giovani che iniziano a fare i “bamboccioni” all’italiana, rimanendo sempre più a lungo in famiglia e riducendo così la domanda di nuove case, che ha già mostrato i primi segni di rallentamento), è chiaro che lo scenario economico a stelle e strisce e mondiale non è così rassicurante come si potrebbe desiderare.

Il che, con l’incertezza sulla reale determinazione della Federal Reserve ad alzare ulteriormente i tassi nel corso dell’anno, spiega gran parte della volatilità di questo deludente inizio d’anno borsistico. Nel bene e nel male anche per il 2016 più che ai dati fondamentali le borse guarderanno dunque alle riunioni delle banche centrali. Si prospetta una replica, con maggiore volatilità, del 2015? Per il momento pare di sì.

Luca Spoldi