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Electrolux, USB al tavolo MIMIT: “Il metodo non va bene. Azienda mette tutti davanti a scelte inevitabili, così non può esserci discussione”

Electrolux, USB al tavolo MIMIT: “Il metodo non va bene. Azienda mette tutti davanti a scelte inevitabili, così non può esserci discussione”
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“Si è svolto oggi presso il MIMIT un nuovo tavolo tecnico sulla vertenza Electrolux, dentro il percorso aperto dopo la presentazione del piano aziendale che prevede 1.700 esuberi a livello nazionale e la chiusura di fatto dello stabilimento di Cerreto d’Esi. L’incontro è stato funzionale ad entrare maggiormente nel dettaglio, stabilimento per stabilimento, della composizione del costo unitario, della competizione diretta per singolo prodotto con i competitor del Far East e di quelle che, secondo l’azienda, sarebbero le “azioni necessarie” per rendere sostenibili i vari siti italiani”. Così si legge in una nota diramata da Usb.

“Si è trattato, nei fatti- continua la nota- di una sorta di ricalibrazione del piano iniziale, concentrata sulle possibili linee di intervento individuate da Electrolux: costo dell’energia, costo del lavoro, materiali e CBAM. Come USB abbiamo però evidenziato un punto centrale: anche oggi qualsiasi ipotesi portata al tavolo dall’azienda sembra partire dal presupposto che gli esuberi debbano comunque esserci e che una parte rilevante dei volumi produttivi oggi realizzati negli stabilimenti italiani debba essere trasferita altrove”.

“Questo è per noi il nodo politico e industriale della discussione- aggiunge la nota- L’azienda ha infatti rappresentato un quadro che prevede, ad esempio, lo spostamento all’estero di produzioni oggi collocate in Italia: dalla metà della produzione dei piani a gas di Forlì delocalizzata in Cina, fino alle lavasciuga di Porcia indirizzate verso la Thailandia. Ma il tema del decentramento dei volumi non sembra riguardare solo questi casi: attraversa, con modalità diverse, quasi tutti gli stabilimenti coinvolti dal piano”.

“Allo stesso tempo- si legge ancora- vengono accennati possibili volumi in ingresso e nuovi prodotti destinabili agli stabilimenti italiani, ma senza una reale identificazione, senza garanzie e con tempistiche che, in alcuni casi, rimandano a prodotti ancora in fase di studio. Parliamo quindi di anni prima di poter vedere eventualmente concretizzate queste ipotesi”.

“È mancata ancora una volta, inoltre, una chiara indicazione aziendale sulla volontà di salvaguardare realmente lo stabilimento di Cerreto d’Esi. Anche su questo punto non si può restare nell’ambiguità. Cerreto continua a essere trattata come una variabile già compromessa, senza che l’azienda abbia messo sul tavolo un’ipotesi credibile di rilancio, riconversione, nuova missione produttiva o mantenimento dentro il perimetro industriale. Per USB questo non è accettabile”.

“Più in generale, non si può costruire il confronto partendo da volumi già destinati a uscire dall’Italia, indicare come inevitabile la riduzione produttiva e poi arrivare agli esuberi come conseguenza tecnica. Così il rischio è quello di cadere in un tranello: discutere della riduzione dei volumi significa finire per accettare indirettamente anche la riduzione dell’occupazione. Noi ci siamo presentati al tavolo come soggetto disponibile a discutere seriamente degli strumenti utili a rendere competitivo il settore dell’elettrodomestico e a mantenere produzioni in Italia. Abbiamo ribadito che servono maggiore assertività da parte del Ministero, strumenti finanziari di intervento straordinario, politiche industriali di settore e una regia pubblica capace di affrontare una crisi che non può essere lasciata alle sole scelte dell’azienda”.

“Ma questa discussione ha senso solo se serve a mantenere volumi, stabilimenti, lavoro e competenze nel nostro Paese. Non può diventare la sede in cui si prende atto di scelte già definite di spostamento all’estero delle produzioni, limitandosi poi a discutere come ridurre l’impatto sociale. Nel corso dell’incontro USB ha posto per la prima volta in modo dettagliato anche la questione del datacenter di Pordenone, tema finora rimasto troppo ai margini della discussione. Parliamo di un presidio strategico di competenze digitali, infrastrutture informatiche, gestione dei dati, sistemi, supporto tecnologico e funzioni ad alto valore aggiunto.

“Abbiamo denunciato il processo di decentramento delle funzioni IT verso sedi estere e fornitori esterni, il coinvolgimento di Accenture e IBM Bangalore, il passaggio di consegne verso consulenti indiani, le assunzioni concentrate in India e Brasile e il previsto trasferimento delle macchine e dei server verso cloud Microsoft a Francoforte dal 2027. Tutti elementi che configurano un rischio concreto di svuotamento di competenze dirette in Italia e di dismissione progressiva di una funzione strategica del sito di Pordenone. La risposta dell’azienda sul datacenter è stata davvero vaga. Electrolux ha parlato genericamente di un cambiamento organizzativo che coinvolge il gruppo a livello globale, richiamando i salti tecnologici legati al digitale e all’intelligenza artificiale. Ma dietro questa formula resta il punto essenziale: la dirigenza italiana si lava sostanzialmente le mani rispetto a scelte globali già impostate, senza fornire garanzie reali sul fatto che questi processi non avranno impatti sull’occupazione e sulle competenze presenti a Pordenone. Anche su questo punto l’azienda si è ben guardata dal fornire risposte esaustive sulle sorti delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti, in particolare di quella parte di personale assegnata alle non meglio definite “funzioni di staff”, sulle quali Electrolux aveva già calato una quota rilevante dei 1.700 esuberi dichiarati a livello nazionale”.

“Lo abbiamo detto chiaramente al tavolo: questo metodo di discussione non va bene. Il confronto deve partire dal ritiro degli esuberi e dall’impegno a non chiudere stabilimenti, non dalla ricostruzione tecnica dei costi utile a giustificare lo spostamento delle produzioni. Se il tema è rendere competitivo il settore del bianco in Italia, allora il Governo deve assumere un ruolo più forte. Servono strumenti straordinari, investimenti, interventi su energia, materiali, innovazione, nuovi prodotti, ricerca, sviluppo e tutela delle competenze. Ma questi strumenti devono avere una finalità precisa: mantenere e rafforzare la presenza industriale in Italia. Non possono diventare un accompagnamento pubblico a scelte private già assunte di delocalizzazione, riduzione dei volumi, svuotamento delle funzioni e taglio dell’occupazione. USB continuerà a chiedere che dal tavolo vengano tolti esuberi, chiusure e delocalizzazioni. Solo a partire da questo presupposto può aprirsi una discussione vera su un piano industriale alternativo, capace di difendere stabilimenti, lavoratori, competenze e capacità produttiva del Paese”, conclude la nota.