Dalle elezioni politiche 2018 italiane, dal punto di vista dei mercati, non sono giunte alcune sorprese, ma una sostanziale conferma delle attese dei mercati che nessun partito avrebbe ottenuto una maggioranza e che di fatto l’unica alternativa al ritorno alle urne in tempi brevi sia solo un governo di coalizione.
Se molte case d’investimento sembrano preoccupate dell’allungarsi dei tempi necessari a trovare un’intesa per dar vita a un nuovo governo o, peggio, per tornare alle urne senza alcun costrutto, a Piazza Affari è già stata individuata la vera “vittima” di questa situazione, il gruppo Mediaset (che fa riferimento alla famiglia Berlusconi – anche Mondadori pesante in Borsa), che risente del tracollo di Forza Italia e lascia sul terreno a fine giornata attorno al 5,5% cadendo a poco più di 2,93 euro per azione.

Certo, spiega un analista, bisogna considerare che si tratta di una reazione “iniziale, molto emotiva, elemento che spiega questo calo” e che a questi prezzi il titolo resta su livelli ben più alti di quei 2,3 euro toccati a fine novembre 2016 prima che Vincent Bolloré annunciasse che la sua Vivendi stava scalando Mediaset non essendo più interessata a rilevare il 100% di Mediaset Premium ma preferendo entrare direttamente nella stanza dei bottoni del Biscione (di cui è ormai azionista al 25,753%, contro il 41,291% che fa capo a Silvio Berlusconi più un 3,795% di azioni proprie detenute da Mediaset stessa).
Ma pochi dubitano che ieri sera l’unico a stappare una bottiglia di champagne non sia stato proprio il finanziere bretone, che ancora la scorsa settimana si era visto chiudere le porte in faccia a qualsiasi ipotesi di accordo dai rappresentanti di Berlusconi, in attesa dell’esito elettorale.

Ora la debacle alle urne di Forza Italia potrebbe indebolire l’ex premier aprendo la strada solo a due opzioni: nel primo caso si troverà un’intesa, più volte data per prossima ma mai materializzatasi coi “barbari alle porte” d’Oltralpe, dando vita ad un’alleanza Vivendi-Mediaset che avrebbe quasi certamente immediate ricadute per Telecom Italia (controllata da Vivendi col 23,943%, ad un prezzo di carico di 1,0709 euro per azione, contro una quotazione corrente di 0,7288 euro, oggi in rialzo di circa mezzo punto nonostante il calo di un punto degli indici di Piazza Affari), ridando vita all’ipotizzata alleanza a tre tra Tim, Canal Plus e Mediaset sui contenuti digitali. Scenario che spingerebbe le parti anche a trovare un’intesa sulla causa miliardaria intentata dal Biscione nei confronti dei francesi.
Nella prima udienza che si è tenuta al Tribunale di Milano il 27 febbraio la causa civile tra Mediaset e Vivendi legata al mancato rispetto del contratto per l’acquisto di Premium è stata rinviata al 23 ottobre prossimo. Il mercato aveva quindi iniziato a scommettere sul fatto che un esito forte di Silvio Berlusconi alle elezioni italiane potesse rafforzare la posizione di Mediaset nei confronti di Vivendi.

Se l’ipotesi di un accordo fra il Biscione, Tim e Canal Plus non andasse comunque in porto, la “piccola” Mediaset (poco più di 3,6 miliardi di capitalizzazione, contro i 26,4 miliardi di Vivendi e soprattutto i 170 miliardi di dollari di capitalizzazione di Comcast, che la scorsa settimana ha lanciato un’Opa da 25 miliardi di euro su Sky) dovrà comunque guardarsi intorno e cercare un partner per sopravvivere in un mercato pubblicitario sempre più affollato e competitivo, in cui anche colossi come Amazon e Netflix stanno affacciandosi con sempre maggiore determinazione.
Mentre Telecom Italia dovrebbe ridisegnare a sua volta la propria strategia multimediale, se Bolloré vorrà farne il perno della sua futura “anti-Netflix” del Sud Europa. Certo, fanno notare alcuni trader, la reazione odierna è molto “epidermica” e non tiene conto della possibile partecipazione in qualche forme di Forza Italia ad un eventuale governo di coalizione, né dell’influenza che Berlusconi potrebbe ancora essere in grado di esercitare sulla politica italiana perché difenda comunque un asset “strategico” come Mediaset dalle mire di operatori esteri.
Il segnale di Piazza Affari è tuttavia inequivocabile: il risultato elettorale italiano mina fortemente la posizione negoziale del gruppo del “biscione” nel suo lungo braccio di ferro con Vivendi e forse segna l’avvio di un graduale disimpegno della famiglia del fondatore.
Luca Spoldi

