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Energia, Ricotti: “Con il nucleare prezzi più stabili. Primo reattore possibile nel 2035”

Il professor Ricotti spiega ad Affaritaliani tempi, costi e benefici del ritorno al nucleare, dall’impatto sui prezzi dell’elettricità alle opportunità per industria e occupazione

Energia, Ricotti: “Con il nucleare prezzi più stabili. Primo reattore possibile nel 2035”

Energia, Ricotti: “Con il nucleare meno rischi sui prezzi. L’Italia ha la seconda filiera industriale d’Europa”

Dalla guerra in Medio Oriente alle tensioni sui mercati energetici, la dipendenza dell’Europa dalle fonti fossili torna a mostrare tutto il suo peso sui costi dell’energia e sulla competitività dell’industria. L’Italia, ancora fortemente legata a petrolio e gas, paga prezzi dell’elettricità elevati, mentre il governo punta sul ritorno al nucleare come parte della strategia per ridurre la vulnerabilità energetica del Paese.

Ma quanto potrebbe cambiare davvero la situazione con il ritorno dell’atomo? Il 2035 è una data realistica per vedere il primo nuovo reattore in funzione? E soprattutto, quanto costerebbe costruire una nuova filiera nucleare italiana e quali sarebbero le ricadute su prezzi, industria e occupazione? Sullo sfondo c’è anche la sfida dei piccoli reattori modulari, che potrebbero essere utilizzati non soltanto per produrre elettricità, ma anche calore, idrogeno e acqua desalata.

A fare il punto è Marco Enrico Ricotti, ingegnere e professore ordinario di Impianti Nucleari al Politecnico di Milano, che ad Affaritaliani analizza costi, tempi e potenzialità del ritorno al nucleare in Italia: «La data del 2035 è realistica per avere il primo modulo, ma dobbiamo fare i compiti a casa e farli bene e in fretta».

Professor Ricotti, la guerra in Medio Oriente ha mostrato ancora una volta la vulnerabilità energetica dell’Europa. Se l’Italia avesse oggi una quota significativa di nucleare, sarebbe meno esposta agli shock sui prezzi dell’energia?

“Certamente avrebbe meno criticità sui costi dell’energia elettrica. Per la mobilità e per altri costi industriali invece dobbiamo ancora lavorare parecchio per affrancarci da petrolio e gas. Il costo dell’elettricità è ancora troppo alto per noi, basta confrontarci con due Paesi, come la Francia e la Spagna, che hanno preso due strade diametralmente opposte: oltre il 70% di nucleare la prima, tante rinnovabili ma un 20% di nucleare la seconda.

Entrambe hanno costi molto inferiori ai nostri, la Francia addirittura è la più decarbonizzata d’Europa. Una solida base nucleare ha questi effetti. In futuro, poi, se l’Europa (non solo l’Italia) svilupperà i piccoli reattori modulari, potrà usarli non solo per produrre elettricità ma anche calore da impiegare per idrogeno, acqua desalata per l’agricoltura e le città, teleriscaldamento, biocombustibili”.

La BCE ha alzato i tassi anche per le pressioni inflazionistiche legate all’energia. Quanto pesa sull’economia italiana la dipendenza dalle fonti fossili? Il nucleare potrebbe davvero contribuire a stabilizzare i prezzi dell’elettricità?

“Per il totale dei consumi energetici, noi dipendiamo dai fossili ancora per oltre il 70%, nonostante gli oltre 200 miliardi investiti dagli italiani sulle rinnovabili. Per molti prodotti ad alto contenuto energetico (dal cemento al vetro, dalla ceramica all’acciaio, solo per fare qualche esempio) l’impatto rischia di essere devastante: ricordiamoci quello che accadde dopo l’invasione russa in Ucraina, quando il costo del gas e dell’elettricità schizzò a valori mai visti (oltre 350 euro/MWh per l’energia elettrica): molte aziende preferirono chiudere che produrre.

Il nucleare non risolverebbe magicamente tutti i problemi, ma certo contribuirebbe, insieme alle rinnovabili, a ridurre la volatilità di questi prezzi. Il nucleare è industria al 90% europea: dalla progettazione alla costruzione e gestione dei reattori, dall’arricchimento alla fabbricazione del combustibile. Solo la materia grezza, l’uranio naturale, arriva da fuori. Ma possiamo rifornirci da Paesi non critici, come l’Australia e il Canada, la prima e la terza nazione in termini di giacimenti naturali”.

Il ritorno del nucleare in Italia viene ipotizzato intorno al 2035. È una tempistica realistica? Quanto costerebbe al Paese e dopo quanto tempo l’investimento potrebbe produrre benefici economici?

“In realtà i benefici economici in parte ci sono già ora: l’Italia ha la seconda filiera industriale nucleare d’Europa, seconda solo alla Francia, perchè ha sempre lavorato all’estero. Oggi 100 aziende italiane forniscono servizi e componenti alla costruzione di due grandi reattori in Inghilterra, solo per fare un esempio.

Se avremo anche una flotta di reattori costruiti in Italia, il vantaggio sarà decisamente superiore: avremo elettricità programmabile, a prezzi stabili e prevedibili, competitivi rispetto al gas (se il prezzo del gas rimarrà medio-alto), con meno costi di sistema.

La data del 2035 è realistica per avere il primo modulo: ma dobbiamo fare i compiti a casa e farli bene e in fretta. I costi di investimento sono dell’ordine di alcuni miliardi per reattore, con taglie da 300-400 MWe l’uno. Per comprendere i possibili effetti immediati, basta guardare alla Finlandia: la settimana dopo l’ingresso in funzione della centrale EPR di Olkiluoto, pur costata uno sproposito e costruita in 12 anni anzichè in 4, il prezzo dell’elettricità sul mercato finlandese è calato del 75%, nel primo anno hanno avuto una riduzione del 40%”.

Confindustria stima 117 mila nuovi posti di lavoro e oltre 50 miliardi di impatto economico annuo dal nucleare. Sono cifre realistiche? L’Italia ha ancora industria e competenze sufficienti per cogliere questa opportunità?

“Mi sembrano numeri al 2050 in linea con altre valutazioni fatte in altri paesi europei. In Francia stimano 60mila posti di lavoro in meno di dieci anni. L’Europa avrà bisogno di 500mila nuovi assunti. Essendo un business praticamente tutto all’interno dell’Europa, il nucleare genera un impatto economico considerevole. Dell’industria ho detto prima e confermo la nostra ottima posizione. Dovremo pensare invece ad un altro punto molto critico: le risorse umane. Quei numeri incredibili non li costruisci in pochi mesi, servono anni. Bisogna partire subito”.

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