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Etf, non tutti sopravviveranno: quali fondi rischiano di sparire (e che cosa succederà ai soldi degli investitori)

I numeri fotografano un mercato mai stato così ricco di scelta ma anche mai così polarizzato

Etf, non tutti sopravviveranno: quali fondi rischiano di sparire (e che cosa succederà ai soldi degli investitori)

Etf, l’80% del denaro sta in 592 prodotti. E per centinaia di “nani” il tempo stringe

Cinquecentonovantadue Etf raccolgono da soli il 79,6% di tutto il patrimonio investito in Europa. Sono i prodotti sopra il miliardo di euro di masse, la punta di una piramide che si allarga verso il basso fino a diventare affollatissima: dei 4.324 Etf Ucits (cioè dotati di passaporto Ue) oggi attivi, oltre la metà — il 51% — gestisce meno di 100 milioni ciascuno e, tutti insieme, questi comparti pesano appena per il 2,1% del totale. I numeri, calcolati da JustEtf, fotografano un mercato mai stato così ricco di scelta ma anche mai così polarizzato: e per molti prodotti di piccola taglia la sopravvivenza è tutt’altro che scontata.

L’anzianità del fondo conta quanto le masse

Come scrive Milano Finanza, il dato sulle dimensioni, però, da solo può ingannare. Come spiega il country manager per l’Italia di JustEtf Lorenzo Demaria, il patrimonio «va letto insieme all’età: molti piccoli sono semplicemente prodotti nuovi». Ad esempio, sottolinea l’esperto, «ci sono 604 prodotti con meno di un anno di vita, ed è normale che tre quarti di loro stiano sotto i 50 milioni di masse».

Ma vale anche il contrario. «Il 16,1% degli Etf con più di dieci anni è ancora sotto i 50 milioni di euro. Dopo dieci anni sul mercato, la mancata raccolta non è più un problema di rodaggio», evidenzia Demaria. Per l’investitore diventa quindi essenziale incrociare le masse gestite da un determinato prodotto con la sua data di lancio. Perché se un Etf non riesce a realizzare una raccolta sufficiente, può finire liquidato.

Liquidazioni e fusioni: cosa succede ai fondi

«Le liquidazioni arrivano presto. Metà entro cinque anni, un quarto entro tre», elenca il country manager. «È la traiettoria tipica di un prodotto che non ha raccolto: qualche anno di pazienza da parte dell’emittente, poi la chiusura. Il patrimonio viene restituito agli investitori al valore di mercato».

Altri Etf, invece, vengono coinvolti in operazioni di fusione. «Le fusioni arrivano in media due anni più tardi e hanno un’altra logica: il fondo viene incorporato in un altro Etf, spesso per spostamento del domicilio o riordino della gamma». Chi aveva quote di un Etf fuso, segnala l’esperto, «ha ricevuto quote del fondo incorporante, non un rimborso forzato».

In nessuno dei due scenari, dunque, il patrimonio dell’investitore va perso. Gli effetti collaterali, però, esistono. «Nella liquidazione il patrimonio viene restituito al valore di mercato del giorno, nella fusione le quote si convertono in quote del fondo incorporante», ricorda Demaria. «Il danno è di natura fiscale e organizzativa, e consiste nel realizzo di plusvalenze in un momento imposto dal calendario del fondo, in un piano di accumulo interrotto nei costi e nel tempo per reinvestire».

D’altro canto, vale la pena ricordare «che il 45% delle chiusure sono fusioni, quindi riorganizzazioni del settore: è consolidamento, non fallimento», sottolinea il country manager.

Come valutare i rischi prima di investire

Come scrive Milano Finanza, proprio per evitare questi inconvenienti, il risparmiatore deve fare attenzione ad alcune caratteristiche del prodotto in cui decide di investire. «Davanti a un Etf da 20 milioni di euro conviene chiedersi da quanto tempo si trova a quel livello», suggerisce Demaria. «Un fondo appena lanciato deve ancora raccogliere, e tre quarti dei prodotti sotto l’anno di vita stanno sotto i 50 milioni, il che è fisiologico. Un fondo che dopo otto o dieci anni è ancora lì racconta una storia diversa, e in Europa sono 487 gli Etf in questa condizione. Un prodotto che resta in quella fascia dopo tre o quattro anni difficilmente ne esce».