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Economia
Euribor, tassi a zero toccasana per i mutui ma sono un rischio per le pensioni

L’azione della Bce, impegnata in un piano di acquisto di asset sul mercato (“quantitative easing”) da mille miliardi di euro da qui a settembre del prossimo anno, per scongiurare il rischio deflazione e cercare di far finalmente arrivare un impulso all’economia reale dell’eurozona, Italia compresa, sta continuamente schiacciando i tassi sul mercato obbligazionario, tanto che non fa quasi più notizia che il tasso Euribor tra uno e tre mesi si muova in territorio lievemente negativo o resti comunque saldamente pari a zero (mentre sulle scadenze dai 6 ai 12 mesi oscilla comunque tra lo 0,07% e lo 0,17%).

Anche se l’effetto sui contratti in essere non è immediato, perché le banche generalmente applicano come tasso base su cui calcolare (con l’aggiunta di uno spread) il tasso dei singoli contratti di mutuo a tasso variabile, la media a tre mesi dell’Euribor, i fregano le mani coloro che sono riusciti a sottoscrivere in questi anni (o vogliono farlo ora) un mutuo a tasso variabile, perché se questo stato di cose dovesse continuare, come probabile per qualche settimana o mese almeno, si ritroveranno a rimborsare praticamente il capitale ottenuto se non a costo zero pagando soltanto lo spread (o leggermente meno di esso), cosa mai successa negli ultimi decenni. Anche coloro che contano di stipulare un nuovo contratto a tasso fisso sono contenti, visto che anche l’Irs (tasso di riferimento per i mutui a tasso fisso, appunto) sta appiattendosi.

Anzi, visto che i migliori mutui variabili, a seconda degli spread applicati, oscillano tra l’1,5% e l’1,9%, mentre le migliori proposte di mutui a tasso fisso sono circa un punto percentuale sopra, attorno al 2,6%-2,8%, per chi vuole ora accendere un finanziamento a lunghissima scadenza, dai 20 ai 30 anni, è probabilmente più appetibile questa seconda soluzione, prevedendo che da qui a un anno o poco più lo scenario di mercato sia destinato a mutare. Ogni medaglia ha tuttavia il suo rovescio e se chi contrae debiti sorride, chi deve investire sulle lunghe scadenze è sempre più preoccupato. Pompando liquidità nel sistema e comprando bond a piene mani la Bce (e le altre banche centrali mondiali) sta alterando il rapporto rischio/rendimento, in pratica rendendo molto più costosi titoli che ormai rendono poco o nulla anche su durate medio-lunghe.

Nel caso della Svizzera, ad esempio, persino i titoli di stato a dieci anni hanno ormai un rendimento negativo (-0,15%), mentre i Bund tedeschi sono sempre più vicini allo zero (+0,15%) e secondo molti esperti potrebbero scivolare in terreno negativo nel corso dell’estate, quando il rendimento dei Btp decennali italiani (che in questi giorni è risalito sull’1,4%) dovrebbe ridursi attorno o sotto l’1%. Non durerà in eterno questo quadro di mercato, ma intanto se voi foste il gestore di un fondo pensione dovreste decidere che fare: mantenere i soldi liquidi o su titoli di stato di paesi “AAA” come appunto Germania e Svizzera, accettando di non avere remunerazione o addirittura di veder marginalmente eroso il capitale, o investire in titoli più rischiosi come i Btp italiani, che comunque rendono poco?

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