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Euro ai massimi sul dollaro dopo il flop di Trump sull’Obamacare

Euro/ Dollaro ai minimi dal gennaio 2015 dopo l’ennesimo schiaffo dato a Trump al Congresso, in tensione le borse: correzione in arrivo ad agosto?

Euro ai massimi sul dollaro dal gennaio 2015 dopo l’ennesimo schiaffo dato dal Congresso all’Amministrazione Trump con la bocciatura al Senato (col voto di alcuni senatori Repubblicani) dell’ennesimo tentativo di riformare il sistema sanitario disegnato dall’Obamacare. Ora tutti dubitano che l’agenda economica di “the Donald” possa essere approvata in tempi brevi, mentre anche le attese sulle future mosse di Federal Reserve e Bce rischiano di rafforzare ancora la divisa unica europea, col rischio che esaurita la stagione delle trimestrali per le borse europee scattino robusti realizzi. Sarà il caso di vendere a fine luglio e andare in vacanza? Analisti e gestori non lo escludono

Dollaro ai minimi dal gennaio 2015 contro l’euro stamane, con la valuta unica che sale a 1,7116 contro il biglietto verde dopo l’ennesimo schiaffo rimediato dall’Amministrazione Trump al Congresso. Il Senato, al termine di una maratona notturna, ha infatti definitivamente respinto, coi voti contrari di alcuni senatori Repubblicani, il nuovo tentativo di revisione del sistema sanitario, che dall’entrata in vigore dell’Obamacare ha già subito 15 vani assalti da parte dei Repubblicani. Una notizia che rischia di rovinare il fine settimana anche a Wall Street, dove in molti ormai si chiedono se e quante delle promesse fatte da Donald Trump in campagna elettorale diventeranno mai un provvedimento legislativo, anche in campo economico.

Se pensate che a inizio anno, quando l’euro oscillava a 1,04 sul dollaro, in molti pronosticavano il raggiungimento di lì a breve della parità e non pochi sostenevano che la divisa unica europea avrebbe ulteriormente perso terreno, l’inversione di scenario è evidente. Hanno contribuito a ciò da un lato il diminuire dei timori legati al rischio di ulteriori successi delle forze populiste e anti sistema in Austria e Francia (e in prospettiva anche in Italia e Germania), dall’altro appunto il crescente rischio che l’agenda economica annunciata da “the Donald” richieda tempi molto più lunghi per essere varata e produca risultati molto più modesti di quelli sperati.

Ultimo ma non meno importante fattore che rafforza l’euro e toglie forza al dollaro sono le attese circa le prossime mosse delle banche centrali. La Federal Reserve, usando toni più concilianti in quest’ultimo mese rispetto a giugno, ha contribuito a raffreddare le attese per un ulteriore rialzo dei tassi sul dollaro, rialzo che secondo alcuni analisti potrebbe slittare a fine anno nel caso in cui dall’autunno la banca centrale iniziasse un graduale processo di riduzione del proprio attivo di bilancio, salito dopo la crisi del 2008 da meno di 900 miliardi agli attuali 4,5 triliardi di dollari.

Al contrario sulla Bce, nonostante anche in questo caso le ultime dichiarazioni di Draghi siano apparse più caute di quelle del mese scorso, le attese sono per una interruzione entro fine anno del programma di quantitative easing in corso, cui potrebbe seguire nel 2018 un primo rialzo dei tassi. Da qui a fine anno, insomma, l’euro potrebbe scontare attese di un graduale irrigidimento della politica monetaria europea più marcato, almeno in termini relativi, di quella americana e dunque rafforzarsi ulteriormente o quanto meno non perdere troppo terreno.

Ma un dollaro troppo debole o un euro troppo forte, a seconda dei punti di vista, non fa bene né alle grandi corporation americane, i cui guadagni all’estero potrebbero subire nel corso dell’anno un contraccolpo per l’effetto cambi, né a quelle europee, perché un euro troppo caro pesa sull’andamento delle esportazioni e l’Europa (e l’Italia), a differenza degli Stati Uniti, è un esportatore netto. Così agosto potrebbe rivelarsi un mese problematico per i listini azionari europei quanto o ancora più che per Wall Street.

Al riguardo i gestori suggeriscono di diversificare in modo deciso per area geografica la componente azionaria dei portafogli, magari dando più spazio al Giappone e ai listini emergenti, mentre anche gli analisti avvertono: se venisse superata quota 1,20, per le borse del vecchio continente una correzione sarebbe inevitabile, una volta esaurita la spinta data dalla stagione delle trimestrali in corso. Che sia arrivata l’ora di vendere, quanto meno per alleggerire l’esposizione azionaria dei portafogli, e andare in vacanza?