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Mina Slovenia sulla ripresa europea. A Lubiana dilaga la sindrome Cipro

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Mina Slovenia sulla ripresa europea. A Lubiana dilaga la sindrome Cipro
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Sono mesi che l’Europa si culla nell’illusione di una “luce alla fine del tunnel” che segnali l’emersione della doppia crisi del debito sovrano e creditizia di questi ultimi anni, ma sono bastati un paio di giorni storti per far tornare in allarme analisti e banchieri centrali.

Dopo mesi di rinvii, la Slovenia sembra infatti sull’orlo di una crisi che se non sfocerà in un “bailout” come quelli di Grecia, Irlanda e Portogallo quanto meno potrebbe portare il paese ad avanzare formale richiesta di aiuto alla Bce, che da oltre un anno ha pronto il suo Mto (Monetary Outright Transaction), in base al quale Eurotower può acquistare quantità illimitate di titoli di stato direttamente sul mercato secondario, a patto che lo stato richiedente sottoscriva preliminarmente una serie di condizioni. Una “condizionalità” che a molti assomiglia ad una cessione di sovranità e per questo non ha finora portato ad alcuna azione concreta da parte della Bce (la Spagna, che già lo scorso anno sembrava sul punto di chiedere aiuto, ha finora evitato di farlo).

Ora la Slovenia potrebbe fare il grande passo: dopo aver varato, lo scorso marzo, una “bad bank” che avrebbe dovuto rilevare gli asset a rischio delle principali banche del paese (tutte ancora sotto controllo pubblico) a giugno la Slovenia si era detta pronta a trasferire i primi asset alla Dubt (Società per la gestione dei crediti bancari) ma la Commissione Ue aveva imposto uno stop in attesa che un auditor indipendente facesse chiarezza sulla reale consistenza dei crediti problematici.

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Un rinvio che, come segnalato in agosto dagli analisti di Nomura, potrebbe portare ad un rinvio all’anno nuovo del trasferimento degli asset problematici, cosa che a sua volta rischia produrre un avvitamento della crisi bancaria di cui si scorgono già i primi segnali (nel primo semestre le perdite del settore sono state pari a 215,6 milioni di euro). Secondo la stampa tedesca le sofferenze nascoste nei bilanci delle 18 principali banche di Vilnius ammonterebbero ad oltre 7,54 miliardi di euro (erano attorno ai 7 miliardi a fine 2012) ossia quasi un quinto di un Pil di circa 38 miliardi di euro che non cresce da quasi tre anni (nel 2011 calò dello 0,2%, lo scorso anno dell’1%, mentre a giugno scorso secondo Eurostat era in calo del 2,2% su base annua) e la Dubt dovrebbe farsi carico di circa metà di questa cifra.

L’allarme è cresciuto da quanto pochi giorni fa la banca centrale slovena ha deciso di chiudere due istituti minori, la Factor Banka e la Probanka, a causa dell’inadeguatezza del capitale delle due banche, del prolungarsi delle loro ricapitalizzazioni e della scarsa liquidità (in ulteriore calo). La cessazione dell’attività, secondo il governatore della banca centrale slovena, Bostjan Jazbec, come pure il ministro dell’Economia, Uros Cufer, non dovrebbe causare perdite per i risparmiatori, ai quali dovrebbero essere ripagati tutti i depositi grazie all’utilizzo delle le garanzie statali (490 milioni di euro per Probanka, 540 milioni per Factor). Tentando di spegnere sul nascere ogni tensione lo stesso Jazbec ha ribadito: “non siamo Cipro, possiamo farcela da soli senza chiedere aiuto all’Europa”, ma come questo sarà possibile il mercato ancora non lo riesce a capire, tanto che il rendimento del decennale guida sloveno è già risalito al 6,75%.
 

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Un aumento del costo del debito sloveno dovuto anche al fatto che, come ricordava l’Ocse questa primavera, l’economia slovena “è stata duramente colpita dallo scoppio di una bolla ciclica, aggravata da riforme che faticano ad avanzare e dalla crisi del debito sovrano nell’area dell’euro”. Al momento il debito pubblico sloveno (19,2 miliardi di euro a fine 2012) sembra ancora sotto controllo essendo pari a poco più del 50% del Pil, ma, come dimostra anche la Grecia (che pare avviata ad un terzo “bailout”), fare riforme efficaci “sotto le bombe” è sempre difficile ed il rischio è di ritrovarsi presto oltre il 55% di debito/Pil, sempre più vicini alla soglia del 60% prevista dai trattati Ue. La crisi bancaria slovena, in particolare, secondo l’Ocse “è stata causata dall’assunzione di rischi eccessivi, da un debole governo societario delle banche di proprietà dello Stato e da strumenti di vigilanza non sufficientemente efficaci”.

La stessa creazione della Dubt “per blindare i crediti deteriorati è benvenuta, ma la mancanza di trasparenza e di potenziali interferenze politiche pongono rischi” non lievi (che puntualmente stanno venendo al pettine in queste settimane). I principali risultati di nuovi stress test, suggeriva l’Ocse ormai cinque mesi fa, avrebbero dovuto “essere resi noti, dopo la ricapitalizzazione e la privatizzazione delle banche di proprietà statale”. Solo che, nel frattempo, di privatizzazioni non se ne sono viste ancora e gli stress test devono ancora partire, mentre sul settore delle imprese continua a pesare secondo l’Ocse “un grave eccesso di debito, che richiede un miglioramento delle procedure di insolvenza, ma anche maggiori investimenti diretti esteri contribuirebbero ad una più graduale riduzione della leva finanziaria delle aziende”.

Per attirare investimenti dall’estero la Slovenia, un paese piccolo (poco più di 2 milioni di abitanti, con una forza lavoro di circa 923 mila unità e un tasso di disoccupazione salito all’11,2% a fine luglio, dal 9,3% di un anno prima) ma fino al 2010 in grado di brillare per le sue performance macroeconomiche, oltre che di riforme avrebbe tuttavia bisogno di una robusta ripresa della domanda estera (specie in Italia, Germania e Austria, principali mercati di sbocco delle esportazioni slovene), dato che i consumi interni sono in calo (le vendite al dettaglio sempre a luglio hanno segnato -1,3% su giugno e -6,4% su base annua). Ma questo è uno scenario che nessun analista per ora è in grado di dire quante probabilità ha, in concreto, di realizzarsi: per questo il mercato inizia a temere che se non chiederà aiuto a Mario Draghi per Vilnius (e per i suoi creditori) potrebbero essere guai seri.

Luca Spoldi