Economia
"Fed in pausa e dollaro in affanno: così gli investitori aumentano l'esposizione all'oro e scommettono sui mercati emergenti"
La Federal Reserve si prende la tanto attesa pausa, lasciando i tassi di interesse invariati nella forchetta fra il 3,50% e il 3,75%, ai minimi degli ultimi tre anni, sfidando le pressioni di Trump. Come leggere questa mossa? L'analisi

Jerome Powell
La Fed si prende una pausa: tassi fermi tra il 3,50 e il 3,75%. Ecco che cosa c'è dietro
Nessun colpa di scena: la Federal Reserve si prende una pausa e lascia i tassi di interesse invariati nella forchetta fra il 3,50% e il 3,75%, ai minimi degli ultimi tre anni, sfidando le pressioni di Donald Trump. Il voto non è stato unanime: due governatori, Stephen Miran e Christopher Waller, hanno votato contro, privilegiando un taglio di un quarto di punto. Una presa di posizione che appare "politica": Miran è stato nominato dal presidente americano ed è suo alleato, mentre Waller è in corsa per succedere a Jerome Powell. Trump non ha ancora sciolto le riserve sul nuovo presidente della Fed, a contendersi il posto sono quattro candidati: Waller, Kevin Hasset, Kevin Warsh e Rick Rieder. "Chiunque non sia d'accordo con me non diventerà mai presidente della Fed", ha detto di recente Trump sul suo social Truth, parole che preoccupano i mercati per il rischio di una Fed troppo allineata al presidente. "Abbiamo quattro grandi candidati", ha tagliato corto il segretario al Tesoro Scott Bessent, cercando di calmare gli investitori.
Ma come leggere questa ennesima "pausa" da parte della Federal Reserve? Secondo Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia, "l’ultima riunione della Federal Reserve non ha riservato sorprese e si è conclusa con la conferma dell’attuale orientamento di politica monetaria, come ampiamente previsto. La Fed continuerà a monitorare l’evoluzione recente di inflazione e crescita. I mercati prezzano ora due tagli dei tassi nel 2026, per un totale di 50 punti base, a partire da marzo, ma resta lontana l'ipotesi di un mega-taglio aggressivo di 100 punti base. Una mossa giustificabile solo in presenza di un rischio significativo di recessione, scenario che al momento nessuno prevede". Nell’area euro, prosegue l’analista, "il quadro appare ancora più chiaro: la Bce sembra aver già raggiunto il tasso terminale al 2% ed è probabile che mantenga una posizione attendista nei prossimi mesi". Di conseguenza, nel 2026 la politica monetaria "è destinata a giocare un ruolo meno dominante nel determinare l’andamento dei mercati valutari rispetto allo scorso anno".
"La recente debolezza del dollaro e il picco dell’EUR/USD in prossimità di 1,20 risultano invece meglio spiegati dal cosiddetto debasement trade. Questo cambiamento ha implicazioni rilevanti. Storicamente, infatti, le fasi di accentuate tensioni geopolitiche tendevano a rafforzare il dollaro statunitense, poichè gli Stati Uniti, nonostante gli impegni militari e le responsabilità globali, erano percepiti come il principale bene rifugio per i capitali internazionali. Tale percezione era rafforzata dalla lunga storia di sicurezza territoriale del Paese, che aveva in larga parte evitato conflitti sul proprio suolo. Oggi questa dinamica sta mutando", spiega ancora l'analista.
Ma in quale modo? "Piuttosto che convergere verso il dollaro, gli investitori stanno aumentando l’esposizione all’oro, ad altri metalli preziosi (come argento e platino) e alle valute dei mercati emergenti. Gli Stati Uniti mostrano segnali limitati di un rinnovato ruolo di leadership globale: un'evoluzione che riflette il graduale smantellamento degli accordi impliciti che hanno strutturato l’ordine internazionale dalla fine della Seconda guerra mondiale", sottolinea Sansone.
"Tali accordi, spesso associati ai sistemi di Bretton Woods I e II, si fondavano sull’assunto che gli Stati Uniti avrebbero guidato e protetto l’ordine globale attraverso il proprio potere diplomatico, economico e, se necessario, militare. In cambio, gli altri Paesi accettavano un certo grado di dipendenza e si integravano in un sistema finanziario a guida statunitense", aggiunge l'analista che sottolinea ancora come "una delle conseguenze è stata che gli alleati degli Stati Uniti non avevano la necessità di mantenere grandi forze militari, mentre gli Usa stessi subivano una pressione limitata sul riequilibrio dei conti pubblici. Lo status del dollaro come valuta di riserva mondiale è stato un diretto prodotto di questa architettura postbellica".
Con l’evoluzione dell’ordine globale, anche la percezione del ruolo del dollaro statunitense è destinata a cambiare in modo duraturo. "Non ci attendiamo un’uscita massiccia dagli asset denominati in dollari, uno scenario poco realistico. Tuttavia, il graduale riequilibrio avviato lo scorso anno dovrebbe proseguire, favorendo l’euro e le valute dei mercati emergenti", conclude Sansone.
