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Fed, verso un nuovo rialzo dei tassi? Ecco che cosa aspettarsi tra inflazione e mercato del lavoro

Inizialmente i mercati scommettevano su un ulteriore rialzo del costo del denaro, ma le probabilità sono crollate drasticamente. L’analisi

Fed, verso un nuovo rialzo dei tassi? Ecco che cosa aspettarsi tra inflazione e mercato del lavoro

La Federal Reserve potrebbe decidere di lasciare invariati i tassi nella prossima riunione del 28 ottobre, ma lo scenario resta ancora aperto. È quanto sottolinea Saverio Berlinzani, analista di ActivTrades, secondo cui nelle ultime sedute il mercato ha progressivamente rivisto le proprie aspettative dopo i dati deludenti sul mercato del lavoro statunitense e il rallentamento dell’inflazione PCE. “Quasi l’80% delle probabilità viene ora attribuito a una Fed “on hold”, ovvero a una banca centrale statunitense che mantenga invariati i tassi nella prossima riunione del 28 ottobre“, osserva Berlinzani. Uno scenario molto diverso rispetto a quello delle settimane precedenti, quando gli investitori scommettevano maggiormente su un nuovo rialzo del costo del denaro. “Le probabilità di una stretta a ottobre sono crollate drasticamente, scendendo sotto il 30%”.

A spingere verso una pausa sarebbero soprattutto i segnali provenienti dall’economia americana. “I recenti dati sul mercato del lavoro e il calo dell’inflazione PCE sembrerebbero aver convinto la Fed a prendersi una pausa per valutare la situazione”, spiega l’analista, ricordando inoltre che l’aumento dei rendimenti dei Treasury a lungo termine sta già producendo un effetto restrittivo sull’economia, sostituendo in parte l’intervento diretto della banca centrale. Anche alcuni esponenti della Fed, tra cui John Williams della Federal Reserve Bank di New York, hanno ridimensionato l’urgenza di un aumento dei tassi già a ottobre. Berlinzani invita però alla cautela: “Una rondine non fa primavera. Riteniamo ancora possibile un rialzo del costo del denaro alla luce delle dichiarazioni di altri rappresentanti della Fed, che continuano a sottolineare la pericolosità dell’inflazione”. La decisione potrebbe quindi arrivare in un quadro di forte divisione interna. “Crediamo che la decisione non sarà unanime e che vi saranno posizioni contrastanti. Ciò potrebbe ridare slancio al dollaro e ai rendimenti dei Treasury. La partita resta apertissima”.

Sul fronte delle materie prime, l’attenzione resta invece concentrata sul petrolio. Mercoledì il WTI ha superato quota 90 dollari al barile, recuperando dai minimi delle ultime cinque settimane, sostenuto soprattutto dalle tensioni in Medio Oriente e dai timori per i flussi energetici nella regione. “L’Iran ha intensificato gli attacchi contro le petroliere nello Stretto di Hormuz negli ultimi giorni, mentre la UK Maritime Trade Operations ha segnalato nove incidenti dall’inizio del mese”, evidenzia Berlinzani. A questo si aggiunge la notizia secondo cui una coalizione a guida saudita avrebbe intercettato e distrutto un missile balistico lanciato dagli Houthi verso Khamis Mushait, in Arabia Saudita. Nonostante il quadro geopolitico, il petrolio resta però in calo su base settimanale. “I flussi energetici dal Golfo Persico mostrano segnali di ripresa”, sottolinea l’analista. Le petroliere continuano infatti ad attraversare lo Stretto di Hormuz con una certa regolarità, mentre l’oleodotto saudita East-West ha ripristinato una capacità di trasporto pari a 5,8 milioni di barili al giorno. Dal punto di vista tecnico, conclude Berlinzani, “il WTI appare ancora in una fase distributiva, con un supporto chiave in area 86,50 dollari. La sua violazione assumerebbe implicazioni ribassiste nel medio e lungo termine”.

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