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Casi e casini di borsa/ Ipotesi di accordo con Veba: Fiat mette la quinta

marchionne obama

Fiat in battuta a Milano. Il titolo, sospinto dalle voci di una possibile prossima intesa tra Fiat e il fondo pensione Veba (controllato dal potente sindacato dei metalmeccanici americani, Uaw) in merito alla valutazione delle quote di Chrysler che la prima dovrebbe rilevare dal secondo (per poi preparare il ritorno del titolo sul listino di Wall Street), veleggia con un rialzo superiore al 3% .

L’ipotesi di accordo con Veba, tuttora socio al 41,5% in Chrysler, prima (o subito dopo) che a dirimere la questione sia il tribunale del Delaware cui entrambi i contendenti si sono rivolti (per sapere quanto la Fiat dovrà pagare l’ennesimo “pacchettino” del 3,3% che Bob King vuole cedere a Sergio Marchionne, valutazione su cui ci si baserebbe anche per i titoli rimanenti) e che dovrebbe entro un mese o poco più giungere a sentenza, piace alla borsa. Certo, Fiat difficilmente può sperare di pagare “solo” gli 1,8 miliardi di dollari che attualmente offre (per l’intero 41,5%), ma può ragionevolmente sperare di non essere obbligato a pagare tutti i 4,6 miliardi chiesti da Veba. In ogni caso Marchionne non intende salire al 100% del produttore americano per poi rimanere proprietario di tale quota.

Da tempo, anzi, la stampa americana va scommettendo che una volta salita al 100% di Chrysler la Fiat collocherà una corposa minoranza sul listino azionario di New York per rientrare dell’investimento e far emergere più chiaramente il valore che attualmente è offuscato in bilancio dai problemi di Fiat in Europa. Basti pensare che se avesse ragione Veba, allora Chrysler da sola varrebbe oltre 11 miliardi di dollari, pari a circa 8,5 miliardi di euro. Ma visto che al momento il titolo Fiat non arriva a 6,8 miliardi di euro di capitalizzazione, ciò vorrebbe implicitamente dire che Fiat rappresenta una “zavorra” da circa 1,8 miliardi di euro di valutazione negativa.

Un’ipotesi che non appare realistica, peraltro, visto che proprio Fiat ha rivitalizzato Chrysler con un modello, la Fiat 500, che dopo qualche incertezza iniziale sta iniziando a raccogliere un buon successo di vendita (che l’annunciato sbarco dei primi 3 mila esemplari di 500 L, costruiti nello stabilimento serbo di Kragujeva, pare destinato ad incrementare ulteriormente) e che Fiat oltre ai marchi Chrysler e al mercato Nordamericano può contare come minimo sulle robuste vendite in Brasile. Così è probabile che alla fine prevalga una valutazione “mediana”, attorno ai 3,2 miliardi di dollari (pari a 7,7 miliardi di dollari per il 100% di Chryler, ossia attorno ai 5,8-5,9 miliardi di euro), che implicherebbe una valutazione (positiva) di Fiat di 800-1000 milioni di euro in termini di capitalizzazione.

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Fiat 500L Sanremo

Per riuscire a liquidare Veba il gruppo Fiat avrebbe già contattato alcune banche d’affari tra cui Goldman Sachs, Bank of America e Deutsche Bank, pronte a fornire i capitali necessari a chiudere la partita con Veba in attesa di ricollocare una quota (il 20%? Il 30%? Si vedrà in base agli umori del mercato da qui al prossimo anno quando sarà possibile realizzare tecnicamente l’operazione) sul listino americano. Ma perché Marchionne non utilizza la liquidità di cui dispone, pari 11 miliardi di euro relativi a Fiat esclusa Chrysler a fine marzo scorso, a fronte di un indebitamento netto industriale di 5,7 miliardi di euro, sempre prendendo a riferimento solo il Lingotto? Per evitare, come già spiegato dagli analisti di Jp Morgan in recenti report, di vedersi ridotto il merito di credito dalle maggiori agenzie di rating mondiale, dovendo così pagare più caro i futuri rifinanziamenti.

Non toccando la liquidità Marchionne avrebbe inoltre tempo di procedere alla fusione Fiat-Chrysler prima dello sbarco del gruppo a New York e di rinegoziare gli accordi siglati all’epoca della “bancarotta concordata” di Chrysler e le linee di credito accese due anni fa per restituire al Tesoro americano il prestito ottenuto originariamente. Una serie di passaggi che consentirebbe di ottimizzare anche il risultato della gestione finanziaria e rimpolpare gli utili a disposizione degli azionisti.


Luca Spoldi