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Economia
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di Sergio Luciano

Come scuotendosi da un lungo sonno, il Palazzo reagisce alla notizia - scontata da mesi - che Fiat Industrial si è quotata a Wall Street e ha stabilito domicilio fiscale in Gran Bretagna. Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi ha addirittura detto che la decisione "deve preoccuparci". Allora, quando leggerà Affaritaliani, Lupi avrà una ragione in più per preoccuparsi: anche la sede sociale di Fiat Spa, la holding, lascerà l'Italia, all'indomani della prevista fusione con Chrysler. E' poco, ma sicuro. Forse la lascerà a favore dell'Olanda, dove non a caso ha già stabilito la propria sede societaria Fiat Industrial.

Non che Affari abbia messo le mani su un documento riservato, o che Sergio Marchionne, il lìder maximo-amministratore delegato del gruppo, abbia spiattellato la sua intenzione in qualche sede riservata. No, la scelta è nelle oggettive convenienze del gruppo, o meglio della sua proprietà. E sa perchè, ministro Lupi? Perchè l'Olanda, con il permesso dell'Europa di cui il suo collega di partito di governo Mario Mauro (ministro della Difesa) è stato autorevole rappresentante, ha introdotto nel proprio ordinamento il voto doppio, per cui il 30% del capitale Fiat nelle mani della famiglia Agnelli conta in sede di assemblea degli azionisti per il 60%. E tale prerogativa sopravvive anche a un'offerta pubblica d'acquisto. Insomma, la società, trasferendosi in Olanda, smette di essere scalabile, gratis.

Non sarà un "aiuto di Stato" di tipo monetario, come quelli che l'Unione europea - oibò - esecra, ma è un super-aiuto di Stato di tipo legale, un vero e proprio "legal-dumping", una forma di concorrenza sleale che l'Olanda pratica contro gli altri stati europei, offrendo alle famiglie imprenditoriali il modo per diluirsi senza allentare la presa sulle imprese che controllano. Logico che anziché restarsene nei mercati dove le azioni si contano, le famiglie preferiscono emigrare nei mercati dove le azioni "si pesano", come diceva una volta Enrico Cuccia a proposito del capitalismo italiano di sua gravitazione.

Quindi il gruppo Fiat - giustamente globale del business e delle strategie - colloca dove più gli conviene gli ambiti di rilevanza strategica: le produzioni, dove il lavoro costa meno; il domicilio fiscale, dove si pagano meno tasse; la sede societaria, dove le azioni di chi comanda contano di più. L'ha fatto per la "gamba" "industrial", lo farà per quella "automotive". Con buona pace di Lupi e degli italiani, Fiat farà quel che la sua proprietà - italiana per modo di dire: John Elkann pensa in francese e non ha alcun legame affettivo autentico con l'Italia - considererà più conveniente fare, senza sentimentalismi o nazionalisti di sorta. Il che è una brutta azione verso un Paese che ha dato tantissimo alla Fiat (anche in termini di denaro pubblico, alias di gettito fiscale dei cittadini convogliato dai governi verso Torino) ma è comprensibile.

Che poi tutto fili liscio, per Marchionne ed Elkann, è da dimostrare: che un'azienda possa fare, per esempio sul piano fiscale, ciò che più le aggrada è smentito da tanti casi opposti, non ultimo il clamoroso contezioso scoppiato tra la Apple (azienda-icona degli Stati Uniti) e il fisco americano, non un fisco all'italiana, avido e inefficiente quindi, ma un'amministrazione coi fiocchi. E' proprio così legittimo che Fiat Industrial paghi le tasse in Gran Bretagna e non piuttosto là dove produce? Ed è anche da dimostrare che la fusione Fiat Spa-Chrysler costi poco, visto che i sindacati americani sono "ossi duri", roba che a paragone Maurizio Landini della Fiom è un tenerello qualunque, e stanno mordendo Marchionne dove più gli fa male, la tasca. Ma anche a costo di svenarsi, il manager italo-abruzzese-canadese-svizzero (è multinazionale anche nel dna!) farà la fusione, e pagherà anche le due lire di diritto di recesso ai soci di minoranza italiani, pur di completare il suo piano. Portandosi all'estero la holding Fiat, lasciando probabilmente l'azione Fiat quotata anche a Milano, ma certamente tenendola in Borsa a Wall Street.

Risultato: chiaro, semplice, già evidente a tutti, a Torino. Le decisioni su Fiat non si prendono già più in Italia da un pezzo. Marchionne e la sua corte si riuniscono prevalentemente a Detroit. Elkann gira il mondo. Lupi se ne faccia una ragione.: "Dobbiamo creare le condizioni affinché le imprese restino in Italia", ha detto oggi il ministro. Diciamo che, a riuscirci, ci vorrà un po' di tempo. E intanto, altro che Fiat avremo perso per strada...

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